Archivi categoria: Indagini

Indagini condotte in cavità artificiali, ambienti sotterranei, luoghi fatiscenti e di complessa ispezione.

Esplorazione della Roggia Molinara di Vercelli (Piemonte, VC)

Nella giornata di domenica 5 novembre 2017 è stato possibile ispezionare un tratto della roggia Molinara di Vercelli.
Grazie all’interessamento dell’assessore Carlo Nulli Rosso e della collaborazione del dott. Daniele Zanotti di Ovest Sesia, l’esplorazione del sottosuolo cittadino è avvenuta garantendo i massimi livelli di sicurezza possibili, nonostante le importanti precipitazioni meteoriche della prima mattinata.

Di enorme importanza è stato definire con precisione gli orari dell’esplorazione, affinché Ovest Sesia potesse ridurre la portata dei canali all’interno della roggia e disabilitare, in quella finestra temporale, le pompe elettromeccaniche di sollevamento. Queste, infatti, vengono azionate per aiutare il deflusso dell’acqua in canalizzazioni pressoché orizontali, ovvero prive di importanti pendenze.
L’improvviso carico di acqua che questi sistemi avrebbero generato, ci avrebbero potuto travolgere con conseguenti complicazioni.
Dopo aver ispezionato i tratti a cielo aperto, per valutare la portata dell’acqua, certamente arricchita dalle precipitazioni meteoriche, si è deciso di intraprendere l’ispezione conoscitiva.
E’ stato percorso un tratto di circa ottocento metri, da via Pastrengo a via Santorre di Santarosa, con il duplice obiettivo di verificare alcune dicerie popolari e di ispezionare uno dei rami idrogeologici minori di Vercelli, al fine di comprenderne lo stato in relazione ad eventuali problematiche idrogeologiche e di valutare l’eventuale presenza di scarichi abusivi.
L’aspetto che ci interessava maggiormente, era quello di poter osservare la fattura del manufatto in prossimità di viale della Rimembranza, sotto al quale si ipotizzava la presenza di un teatro romano un tempo unito all’anfiteatro.
Alcuni anziani avevano raccontato di aver esplorato, negli anni ’70, il tratto sotterraneo della roggia Molinara, tra l’anfiteatro e via Asmara e di aver visto, inglobati nella muratura, possenti mura romane.


Il tratto indagato è attribuibile ad un centinaio di anni fa, coerente con i lavori di deviazione risalenti al 1928. Il cemento di rivestimento, che costituisce volta e piedritti, sostituisce o copre ogni possibile tratto di romanità, ammesso che ancora esista.
Nei tratti a cielo aperto sono visibili diversi edifici abbandonati e avvolti dal degrado, mentre prolificano piante di fico, kiwi e canneti.
Interessante resta in ogni caso l’andamento dell’opera idraulica che un tempo seguiva le mura della cittadella e che, per questa ragione, riprende il perimetro dei bastioni.
Questo è invece il documentario integrale e completo di quanto girato durante la prima giornata esplorativa:

Impressionanti alcuni tratti interamente ricoperti da spesse ragnatele che conferiscono al sito un aspetto surreale, capace di far correre facilmente la fantasia ad un qualche film della saga di Alien.
Infine, alcune radici di piante, infiltrandosi nel sottosuolo attraverso tombinature di superfice, hanno raggiunto il fondo della galleria, creando veri e propri pilastri che andrebbero rimossi per evitare che essi trattengano i sedimi riducendo quindi la sezione dell’alveo.

“I risultati dell’iniziativa – sottolinea l’assessore Carlo Nulli Rosso – attuata grazie a Luigi Bavagnoli e Stefania Piccoli del “Teses”, ci permettono di consegnare tutto il materiale fotografico raccolto al nostro consulente tecnico per la redazione del Piano di Protezione Civile del Comune di Vercelli così come a Ovest Sesia che, essendo responsabile della manutenzione, avrà notizie nuove e attuali sullo stato del canale”.

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La leggenda del lago sotterraneo sotto l’abbazia di S. Andrea a Vercelli (Piemonte, VC)

Il cardinale Guala Bicchieri diede ordine di costruire la basilica dedicata a S. Andrea nel 1219. Otto anni dopo vedeva la luce questo meraviglioso complesso di architettura religiosa che fonde elegantemente elementi di romanico e di gotico europeo.
Oggi è ancora qui tra di noi, imponente e maestoso. Un vero gioiello, vanto della città, famoso per il galletto in ferro battuto che svetta dalla sommità della torre di sinistra ed il rosone posto al centro della facciata. Ma esistono storie parallele, leggende meno note, aneddoti e curiosità spesso tramandate oralmente che, purtroppo, non raggiungono tutte le persone che vi transitano davanti ogni giorno. Come l’esistenza di due raffigurazioni lignee di Adamo ed Eva, curiosamente dotate di ombelico o, ancora, le numerose incisioni ancora parzialmente leggibili all’interno dei portali della facciata che rappresentano il nodo di Re Salomone, uno stemma araldico, un fiore di loto, il calvario e così via. Una di queste storie narra dell’esistenza di estesi sotterranei, che, seppur parzialmente, ho avuto modo di esplorare. Non solo. La tradizione parla anche della presenza di un suggestivo lago sotterraneo. 
In molti ritengono che la chiesa stessa sia stata costruita su di un lago, lasciando intendere un ambiente ipogeo degno della fantasia del miglior Verne. E così i racconti vengono tramandati dalla bocca all’orecchio e questa informazione prende forma ed acquisisce dettagli, fin troppo spesso frutto della fantasia. Diventa una grotta, ricca di concrezioni, con un parapetto e addirittura una piccola zattera in legno che avrebbe permesso, ai più coraggiosi, di arrivare sull’altra sponda.
Questo fiabesco ambiente sarebbe stato raggiungibile da uno dei numerosi cunicoli che, sempre a detta della tradizione popolare, si snoderebbero sotto al complesso abbaziale.
Quando tengo conferenze e incontri a Vercelli o nel vercellese, una delle domande ric01orrenti è sempre incentrata su questo mistero. E, fino a sabato scorso, ho sempre e solo potuto rispondere enunciando le mie personali ipotesi ed interpretazioni. Anche in questa occasione, ho parlato a Carlotta Gianella, giornalista de La Sesia, di queste teorie, prima di poter scendere nel sottosuolo e verificare de visu. Un ringraziamento particolare va agli amici de La Rete, gruppo eterogeneo di volontari che hanno a cuore la città di Vercelli, che ha preso in mano l’aspetto burocratico per ottenere le autorizzazioni necessarie a compiere questa indagine.

Quattro immagini che mostrano il primo ambiente, attualmente asciutto

Ero a conoscenza di questa leggenda fin da bambino, quando mio nonno usava raccontarmi storie di questo tipo, legate alla mia città ed alla mia terra.
Ma solo in seguito alla fondazione dell’associazione Teses decisi che era giunto il momento per saperne di più.
Potevamo escludere l’esistenza di grotte nel vercellese dalla semplice formazione geologica del territorio, che, essendo una pianura di origine alluvionale, non poteva che essere composta da stratificazioni di terreni sciolti quali fanghi, sabbie ed argille.
Purtroppo già questo elemento ci portava ad escludere la tanto fantasiosa quanto affascinante ipotesi di un lago sotterraneo.

E così ho iniziato a chiedermi che cosa avesse potuto originare tale storia. Pensavo e ripensavo ad un lago sotterraneo, un bacino d’acqua ipogeo, una cisterna.
Ecco, molto probabilmente dovevamo aspettarci una cavità artificiale, di tipo idraulico, realizzata per la conservazione dell’acqua. Questo scenario diveniva sempre più verosimile e non presentava punti deboli.
Le successive scansioni georadar, effettuate all’esterno del complesso, rilevarono l’esistenza di una grande cavità rettangolare, compatibile con quanto ci aspettavamo di trovare. Non solo, lo strumento indicò anche l’esistenza di alcune anomalie, disposte con simmetria e regolarità che, in pianta, erano coerenti con la presenza di possibili pilastri.
Non restava che ottenere le necessarie autorizzazioni per alzare il tombino e scendere, ancora una volta, nel cuore della leggenda. Nel prato retrostante al chiostro è iniziata la nostra esplorazione. Il chiusino indicato dalla ricerca viene finalmente sollevato e le nostre luci fendono l’oscurità. La tentazione di sbirciare subito all’interno va tenuta a bada, occorre analizzare la qualità dell’aria per evitare spiacevoli incidenti.
Scendo per primo, valutando eventuali rischi che gli altri membri de La Rete avrebbero potuto incontrare. La struttura appare ampia, si estende per oltre venti metri con una larghezza che supera i quindici. Noto subito una serie di pilastri a sostegno della volta, disposti con regolarità. Alcuni muri di calma rendono irregolare un ambiente invece pulito e simmetrico.

Serie di sei immagini relative al secondo ambiente esplorato, quello allagato e ricco di concrezionamenti particolarmente lunghi.

Sono leggibili tanti dettagli, l’ambiente si presenta umido ma asciutto ed il famigerato pozzo sotto pressione risulta ben sigillato e non spaventa. Esploriamo l’ambiente effettuando un primo rilievo speditivo, annotando la presenza di una cabina elettrica ricavata all’interno di questa grande cavità. E’ impossibile fare a meno di pensare che la destinazione d’uso di questo sito fosse quella di conservare l’acqua e che quindi un tempo fosse una grande cisterna capace di ospitare un migliaio di metri cubi di acqua.
Osservando le pareti notiamo però un’anomalia, una tamponatura. Ci domandiamo quindi dove, un tempo, potesse condurre. Terminate le operazioni ci soffermiamo a ragionare sui dati raccolti, con la soddisfazione di aver finalmente potuto osservare ciò che ha originato questa curiosa leggenda.
Sul prato, accanto ai nostri zaini, si trovano altri tombini. Richiediamo l’apertura di quello che, allo stato attuale delle indagini, pare essere il più prossimo alla tamponatura vista nell’ambiente ispezionato. Tramite una scaletta di metallo scendiamo nuovamente nel sottosuolo cittadino e troviamo la medesima tamponatura, ovviamente visibile dal lato opposto. Quel vano, pur essendo di modeste dimensioni, presenta una graditissima sorpresa! 
Una breccia in una delle pareti permette di accedere ad un ambiente che sembra più vasto. Dirigiamo il fascio delle luci dei nostri caschetti nell’oscurità. Con ancora più grande stupore appare ai nostri occhi un altro ambiente, grande quanto il primo visitato e in buona parte allagato. Un tempo doveva trattarsi del medesimo serbatoio ipogeo, quello realizzato nel 1909, poi separato. Tra i muri ed i pilastri si intravedono quella che era la vecchia scala di accesso, ormai inutilizzabile, alcune vasche e dei pilastri realizzati per il sostegno di tubature oggi scomparse. Alla luce di questo ambiente, che nella sua totalità si estende per 25 metri per 35, si rendono necessari studi più accurati ed approfonditi orientati a migliorare la comprensione del sito nella sua totalità. L’indagine è stata decisamente positiva: questo nuovo ambiente, grazie anche alla quantità di acqua al suo interno, fa proprio pensare a quel misterioso quanto fantomatico lago sotterraneo di cui tutti abbiamo sentito raccontare in una delle leggende più importanti di Vercelli.
Seguono alcune immagini relative alle restituzioni del rilievo effettuato in occasione del primo sopralluogo, che facilitano la comprensione del manufatto. Indubbiamente si tratta di un’ottimo spunto per future e più approfondite indagini.

Non ultimo un ringraziamento alla società ATENA S.p.A. di Vercelli rappresentata in campo dai tecnici Fabrizio Conti e Andrea Sarasso.
La società ha permesso, dopo gli opportuni aspetti burocratici e formali, la visita agli ambienti in piena sicurezza attraverso propri mezzi e risorse, fornendo anche tutte le informazioni tecnico/storiche richieste sul manufatto.

Indagini a Briaglia con TechGea (Piemonte, CN)

Come promesso siamo tornati a Briaglia dall’amico Fabrizio Milla in compagnia del dott. geologo Andrea Ferrarotti e dei tecnici di TechGea.

Come anticipato qui, il nostro intento è quello di verificare le supposizioni del porf. Ettore Janigro D’Aquino, in merito ad un possibile dromo sotterraneo, da lui rilevato con l’aiuto di studenti dell’Università nel 1971.

Grazie all’indiscutibile progresso tecnologico avvenuto da allora, un rilevamento geofisico, effettuato ad oggi, avrebbe certamente dipanato ogni dubbio, garantendo approssimazioni di gran lunga più precise ed accurate.

TechGea ha quindi messo a disposizione la sua esperienza, nonché i propri mezzi e tecnici, per poter effettuare un’accurata indagine con metodologia georadar, elettromagnetica e geoelettrica, per la ricerca di possibili resti di interesse archeologico.

Ottenute le relative autorizzazioni a procedere, ci siamo quindi recati sul prato lungo la dorsale nei pressi di Via Roma, per indagare l’area indicata dal D’Aquino. I tecnici di TechGea hanno deciso di impiegare tre metodologie di indagini geofisiche differenti, al fine di sfruttare al meglio le diverse proprietà fisiche che differenziano possibili resti di natura antropica dal materiale che li ospita.

Si è quindi proceduto con l’esecuzione di un rilievo elettromagnetico in dominio di frequenza (EM) sull’intera area in esame, per ottenere una mappa di conducibilità elettrica. Dai numerosi valori ottenuti, si è deciso di procedere lavorando sull’andamento della conducibilità elettrica apparente alla frequenza di 9KHz, in quanto è il valore che ha fornito la maggiore stabilità nella misure, ad una profondità di circa 3 o 4 metri.

Successivamente sono stati realizzati due stendimenti geoelettrici multi-elettrodo (ERT1 e ERT2) per ottenere altrettante sezioni di resistività elettrica reale.
Infine si è ritenuto necessario eseguire anche una serie di sezioni tramite georadar (GPR), con un’antenna capace di lavorare alla frequenza di 400 Mhz per garantire il miglior compromesso tra profondità di indagine e grado di dettaglio.

In un contesto marnoso a tratti limoso-argillose, dalla sezione ERT2 si è evidenziata un’anomalia resistiva di incerta attribuzione in prossimità della strada, ad una profondità stimata di circa 4 metri dal piano di campagna.
Vista l’omogeneità litostratigrafica del sito in esame è possibile ipotizzare che si possa trattare di un qualche evidenza antropica, mentre l’indagine GPR non ha fornito dati di interesse nello strato di circa 150 centimetri dal piano di campagna.

Al termine dell’analisi dei dati così raccolti è possibile escludere quasi totalmente la natura artificiale del vuoto sentito dagli strumenti utilizzati oltre cinquant’anni da D’Aquino, che potrebbe comunque essere una fessurazione di origine naturale del terreno, male interpretata a causa della scarsa precisione delle apparecchiature del tempo.

Analisi dei dati geoelettrici

E’ invece interessante l’anomalia a ridosso della strada, che potrebbe realisticamente indicare un accumulo di macerie oppure di una qualche struttura artificiale oggi sepolta. Impossibile però datare, allo stato attuale dell’indagine, il periodo di tale materiale, che potrebbe essere studiato solamente in seguito ad un saggio cauto di scavo.

Indagini a Briaglia, l’ipogeo della Casnea al solstizio d’inverno (Piemonte, CN)

Briaglia, in provincia di Cuneo, è nota per alcune singolarità.

Il ricercatore porf. Ettore Janigro D’Aquino, deceduto nel 2005, dedicò molte energie a questa appassionante ricerca. E’ a lui che si deve un’incredibile collezione di massi raccolti nel pressi di Briaglia, che dividono l’opinione degli studiosi.
Secondo alcuni presentano leggibili tracce di antropizzazione, che avrebbero tramutato semplici rocce in figure antropomorfe o zoomorfe. Secondo altri (tra cui la Soprintendenza ed il mondo accademico) sarebbero semplicemente pietre erose da fenomeni di origine naturale che ingannerebbero i più ingenui a causa di pareidolie.

Se le pietre non sono quindi in grado di attestare inequivocabilmente la passata esistenza di una civiltà megalitica, esiste una cavità artificiale che qualche dubbio lo solleva.

Si tratta dell’ipogeo della Casnea, attuale oggetto di studio del dott. Fabrizio Milla dell’ass. Mus Muris. E’ caratterizzata da un corridoio sotterraneo di circa quindici metri di lunghezza, comunicante con due camere di modeste dimensioni.

Che cosa ha di particolare? Il dromo è allineato in modo tale che i raggi del sole al solstizio d’inverno (Yule, il 21 dicembre) corrano al suo interno, fino a raggiungere la camera in asse con la galleria. All’interno di questa cavità si trova un pozzo e la sua acqua defluisce fino alla camera stessa dove si crea un gioco di luce che riflette sulla parete opposta all’ingresso.

In questa camera sono inoltre state trovate tracce di cinabro, un colorante derivato dal mercurio, utilizzato come pigmento a fini decorativi.

Le ricerche di Milla si sono estese in tutta la zona e si sono concentrate sul crinale di una collina poco distante dalla Casnea. In quel luogo, nel 1971 è stata eseguita un’indagine geoelettrica da uno studente del Politecnico di Torino che avrebbe individuato strumentalmente un vuoto, ritenuto di origine artificiale.

Si tratterebbe di un corridoio lungo circa 30 metri,  ad una profondità stimata di due rispetto al piano di campagna. Anche in questo caso sarebbe presente una camera attigua.

Come associazione speleo-archeologica diamo il nostro totale supporto ad ogni iniziativa promossa a migliorare la comprensione storica e culturale del territorio, per cui direi che… è giunto il momento di organizzare una nuova avventura!

Contatto l’amico geologo Andrea Ferrarotti, dello Studio Geologico Ferrarotti e insieme decidiamo di rivolgerci a Techgea (anche su Facebook), società di servizi che si occupa di indagini geofisiche per l’esplorazione non distruttiva del sottosuolo e per la diagnostica di strutture e di opere di ingegneria civile.

Mario Naldi, direttore tecnico di Techgea, accoglie con entusiasmo la nostra proposta, mettendo a disposizione un qualificato team di operatori per questa avventura di natura archeologica.

La squadra si completa quando si unisce anche l’amico archeologo Fabio Occhial. Obiettivo: utilizzare la più evoluta tecnologia a disposizione del 2017 per confermare o meno l’anomalia rilevata nel 1971.

Come promesso, siamo tornati sul campo per approfondire lo studio!

 

Ritorno al castello dei Malamorte – Belveglio (Piemonte, AT)

Siamo finalmente riusciti a tornare al castello di Belveglio, in provincia di Asti, meglio conosciuto come castello della Malamorte.

Abbiamo controllato alcune misure dei rilievi effettuati la volta precedente, per poter completare i rilievi, e poi abbiamo tentato l’esplorazione di una galleria nuova.

Nuova nel senso che non era conosciuta al momento del nostro primo sopralluogo, ma che abbiamo avuto la fortuna di notarla nella boscaglia.

Il suo accesso era inibito da smottamenti del terreno, relativamente recenti, infatti è stato possibile localizzarla grazie ad una leggera depressione del terreno, poco leggibile, dalla quale sporgeva una modesta porzione di legno.

Non si  trattava di un albero caduto, ma di un frammento di centina lignea impiegata, come abbiamo potuto verificare nelle altre gallerie del complesso studiate la volta precedente, per irrobustire la struttura dei cunicoli che, essendo scavati in sedimenti marini composti da sabbie fossilifere compatte, sono decisamente instabili.

Infatti, dopo aver aperto un varco per consentire l’ispezione, ci siamo imbattuti in un tratto esplorabile di 25 metri, all’interno del quale l’intera volta è collassata. I macigni di roccia sedimentaria sono precipitati all’interno della galleria stessa, ostruendola e danneggiando la struttura di sostegno in legno.

Al contempo, però, si è creata una stretta intercapedine che consente il passaggio tra la volta, non più esistente, della galleria ed i vuoti lasciati dai blocchi precipitati dal soffitto.

Durante la percorrenza si notano importanti distaccamenti, alcuni dei quali rendono molto pericolosa l’indagine. Al termine, la galleria è interessata da un importante movimento franoso decisamente instabile e che scarica costantemente detriti dall’alto.

Pubblicato il nuovo video di questa esplorazione!


 

L’abbazia cistercense di Lucedio e lo spartito del diavolo (Piemonte, VC)

Mille anni fa, le terre intorno a Vercelli erano coperte da boschi e circondate da paludi malsane. Nei bui mesi invernali la nebbia avvolgeva ed ovattava tutto quanto e nessuno, se non costretto, attraversava volontariamente queste terre cupe ed isolate.
Fu Ranieri, Marchese del Monferrato, deciso a bonificare ed a rendere redditizie queste terre, che fece chiamare i monaci cistercensi dal monastero di La Ferté, a Chalon-sur-Saône in Borgogna, affidando loro non solo il compito di curare lo spirito della popolazione, ma anche quello, più materiale, di risanare le terre.
Abile manovra politico-economica, che vide monaci e conversi dissodare i terreni, creare condotti idrici, bonificare e seminare, perpetrando i primi e poco fruttuosi tentativi di controllare le acque della zona intrapresi già tra il I ed il II secolo d.C..
Acido ma ricco di fontanili, il terreno si prestava particolarmente bene alla coltura del riso, spezia orientale della famiglia delle graminacee fino ad allora considerata alla stregua del pepe o come ingrediente cosmetico.
Per la prima volta il riso venne prodotto e trattato come un valido sostituto del grano, avendo proprietà alimentari analoghe ma potendo essere prodotto anche in campi acidi e tendenzialmente paludosi.


L’economia della zona mutò rapidamente e l’agricoltura assunse sempre più importanza ed i risultati li possiamo vedere ancora oggi: l’Italia è il primo paese produttore di riso in Europa, il 60% del quale è coltivato proprio tra Vercelli, Novara e Pavia.
L’economia del complesso portò Lucedio a diventare potentissima, anche in seguito a numerose donazioni e lasciti, nonché ad un’ottima gestione finanziaria.
L’influenza dei cistercensi non fu solo agricola, ma anche religiosa ed architettonica, oltre che sociale.
L’abbazia di Lucedio è infatti una preziosa testimonianza di quegli anni; eretta nel 1123 e rimaneggiata nei secoli successivi, è anche teatro delle più gotiche e note leggende vercellesi.
Il nome stesso “Lucedio”, risulta essere inquietante per chi ne cerca significati legati alle parole “Luce di Dio” e, inevitabilmente, si imbatte nel “portatore di luce” citato già nell’Antico Testamento che tutti conosciamo. Molto più probabile, invece, che il nome derivi dal latino “lucus”, utilizzato per indicare una selva, una foresta o un bosco come avviene per i sostantivi “silva” o “nemus”.
Costruita, secondo il parere dei più, sui resti di un antico tempio pagano ed in corrispondenza di un fiume sotterraneo detto “Lino”, la chiesa con il suo caratteristico campanile a base ottagonale racchiude numerosi misteri.
Il primo di questi è proprio relativo al misterioso fiume, considerato sotterraneo da tutti, tant’è che c’è chi sostiene che questo corso d’acqua presenti un sifone naturale proprio sotto all’altare della chiesa.
Non ci risulta che siano state condotte delle ricerche tramite sistemi non invasivi di prospezione del sottosuolo, eppure questa è una convinzione diffusa tra la gente del posto.
E’ però possibile ipotizzare anche che il fiume Lino sia oggi invisibile non tanto perché sotterraneo, ma semplicemente perché, pur presente un tempo, sia oggi scomparso. Situazione che si sarebbe potuta verificare in seguito ad una modificazione naturale del suo corso a monte di Lucedio o ad una deviazione artificiale, magari prodotta durante l’incanalamento delle acque a fini agrari.
Va anche ricordato che gli abitanti della vicina Ronsecco, vengono chiamati dialettalmente ‘trapulin’ che potrebbe derivare da: ‘tra Po e Lino’, ovvero gli abitanti del territorio compreso tra i due fiumi.
Ma il racconto più inquietante, però, ci riporta ad una misteriosa notte del 1684, in un vicino cimitero nel quale avvenivano segretamente rituali di magia, temuti dalla popolazione.
Esso si trova lungo la strada che conduce verso la cascina Darola, ricavata dai resti di una più antica fortificazione, di cui ne resta silente testimone la torre quadrangolare, già da tempo cimata.
Loschi individui, appartenenti a qualche setta segreta, avrebbero quindi evocato un demone, che però sfuggì al loro controllo. Gli stessi incantatori divennero vittime e la presenza malvagia rimase intrappolata in questa dimensione. Questo essere metafisico odorò la religiosità proveniente dal vicino monastero di Trino e dall’ancora più vicina abbazia di Lucedio e decise di colpire proprio in quei due punti di forte cristianità.
Pare siano stati registrati, nei documenti del convento, molti incubi fatti dalle giovani novizie la medesima notte della poco riuscita evocazione, che coinciderebbe con la data di uno degli otto grandi sabba pagani.
Le ragazze avrebbero sognato il demonio apparire loro ed a persuaderle ad avere rapporti sessuali con lui, una sorta di consacrazione al suo culto.
Lo spirito malvagio si diresse quindi a Lucedio dove non impiegò molto ad irretire monaci ed abati ed a piegarli al suo volere malvagio.
Iniziò quindi un periodo nero, in cui violenza, malvagità e torture furono all’ordine del giorno, così come gli sconcertanti abusi del potere temporale ai danni della povera gente del principato.
Le accuse mosse successivamente furono numerose, satanismo, pedofilia, pratiche orgiastiche, torture, omicidi e quant’altro potesse essere bieco e meschino.
Le leggende nella leggenda racconterebbero che le decisioni sui processi che avvenivano tra le mura dell’abbazia, fossero ispirate dalle scelte divine.
Il mezzo materiale per interpretare il volere del Creatore era un grande crocefisso, posto all’interno della Sala Capitolare.
Osservando i movimenti della testa della statua, riproduzione di Gesù Cristo in croce, veniva decisa o meno la colpevolezza della gente processata ed il tipo di tortura che avrebbero dovuto infliggergli.
La statua, abilmente modificata affinché avesse uno snodo all’altezza del collo e due fili legati al capo e fatti passare, attraverso due piccoli fori, oltre alla parte della stanza stessa, veniva manovrata da un monaco nascosto dietro al muro.
Sempre all’interno della Sala Capitolare vi sono quattro colonne lapidee. Una di queste, però, è conosciuta come “la colonna che piange”, ed infatti è sovente umida ed è ben visibile una macchia di acqua sulla sua superficie.
La spiegazione folkloristica a questo fenomeno è che essa pianga in quanto impotente testimone delle angherie e delle torture avvenute tra quelle mura per decine e decine di anni.
Più razionalmente dobbiamo credere che la pietra che la costituisce sia particolarmente porosa e posizionata su di un affioramento di acqua, e che quindi sia in grado di assorbire l’umidità dal terreno e di rilasciarla al variare della proprietà climatiche dell’ambiente.
Tutte queste angherie dureranno per cento anni esatti, fino a quando, nel 1784, papa Pio VI pose fine agli abusi ed ai soprusi, secolarizzando l’abbazia ed obbligando i monaci a disperdersi. I beni dell’abbazia vennero confiscati ed amministrati dall’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Ma come avvenne, secondo la tradizione popolare, questo importantissimo evento? Si racconta che venne mandato un uomo, un religioso, da Roma. Egli, entrato nell’abbazia, riuscì a combattere contro il demone e, dopo sette giorni di preghiere e di scontri avvenuti sia sul piano spirituale che materiale, riuscì a rinchiudere la presenza maligna all’interno delle cripte della chiesa di S. Maria, che vennero prontamente sigillate.
Alcuni ipotizzano un vero e proprio esorcismo, descritto con la platealità di un’opera omerica.
Si dice che all’interno di questo luogo di sepoltura ipogeo siano stati disposti su dei seggi i corpi mummificati degli abati morti precedentemente al periodo di possessione, seduti in cerchio per vegliare ad aeternum su questa presenza.
La loro presenza avrebbe costituito un sigillo per impedire al demone di liberarsi.
Sigillo che sarebbe stato rafforzato da un secondo incantesimo, di natura musicale. Si racconta che un secondo abate, esorcista e musico, compose un brano apposta per questa vicenda, conferendo un significato esoterico alle note stesse sfruttandone le diverse frequenze. L’esecuzione del brano avrebbe aumentato il potere protettivo del sigillo, mentre l’esecuzione a ritroso delle stesse note lo avrebbero indebolito, fino a spezzarlo.
Scaramanzia e superstizione hanno fatto il resto, dal momento che pare nessuno sia ancora riuscito ad alzare la botola in pietra per vedere cosa ci sia veramente la sotto, nonostante l’interessamento di curiosi, istituzioni ed università.
Per anni questo spartito è stato cercato da molti tra le carte di archivio, finché nell’inverno dell’anno 2000 il sottoscritto, già presidente dell’associazione speleo archeologica Teses, lo identificò in un affresco presente all’interno del vicino Santuario di Madonna delle Vigne, che sorge a pochi chilometri di distanza dall’abbazia.
Lo studio dello spartito venne affidato alla dott.ssa Paola Briccarello, esperta di musica classica ed antica, la quale scoprì alcuni elementi a conferma dell’ipotesi che fosse proprio lui il soggetto della leggenda.
La partitura sarebbe stata dipinta volutamente al contrario, a ritroso. Ovvero i tre accordi di apertura, disarmonici all’ascolto, coincidono con i molto più comuni tre accordi di chiusura adoperati nella musica liturgica di quel periodo.
Non solo, un paziente lavoro di sostituzione numerica, le consentì di abbinare delle lettere alle note ottenendo tre parole di senso compiuto e contestualmente correlate: Dio, Fede, Abbazia.
Fu l’abate a crearlo intenzionalmente al contrario? Fu il pittore che, dipingendolo, invertì con cognizione di causa l’ordine delle note sospettando un sigillo nascosto?
Tutte le leggende legate all’abbazia di Lucedio meriterebbero decine di pagine di approfondimenti, non escludiamo di ritornare sull’argomento in futuro per completare questo quadro introduttivo.
Infine sveliamo un altro piccolo mistero. All’interno del piccolo cimitero che si trova lungo la strada che collega Lucedio alla cascina Darola, si trova una piccola cappella.
Al suo interno desolazione, iscrizioni rotte, pavimenti sfondati, decorazioni rimosse e rubate, altare distrutto. Sopra ad esso una ‘terrificante’ macchia di nero fumo a forma di croce latina inversa, concreto segno che qualcuno appiccò il fuoco ad una grande croce di legno, volutamente appoggiata al contrario sopra l’altare. Un rituale satanico? Un’apparizione luciferina? No, semplice idiozia ed esigua civiltà da parte di operatori video che documentarono quei luoghi per una fiction di una decina di anni or sono.
Va però aggiunto un aspetto più concreto. Queste favole ‘nere’ hanno generato, con il passare degli anni, nuove leggende. Si dice che, quando si parla troppo di Lucedio, qualcuno muoia.
Il primo esempio che viene citato è quello di un operaio, passato a migliori vita durante i restauri avvenuti verso la fine degli anni ’60. I contadini della zona tentarono di far desistere dai lavori l’impresa incaricata, sostenendo che l’abbazia voleva essere lasciata sola, senza seccatori ne curiosi e che, altrimenti, avrebbe richiesto una vittima. Un incidente al cantiere ferì a morte l’uomo.
Anni addietro venne ritrovato, nelle vicinanze dell’abbazia, il corpo di una ragazza, completamente bruciato. Le storpiature del racconto non tardarono a nascere, depistando l’attenzione su macabri rituali satanici. Ma indagando sui giornali locali apprendiamo con discreta facilità maggiori dettagli sull’accaduto.
Il fatto avvenne nel settembre del 1949. La ragazza, forse in cerca di intimità con un coetaneo venne a contatto con della benzina e riportò gravi ustioni. Ella morirà, ma a casa sua, poco dopo essere stata dimessa dall’ospedale.
Un altro racconto analogo ci parla di un bambino annegato in un fosso accanto all’abbazia. Chi lo rapì? Venne sacrificato da qualche setta segreta? Sempre dai giornali scopriamo che era scivolato all’interno del fosso mentre faceva una passeggiata con il nonno, il quale purtroppo non riuscì a salvarlo.
Insomma, nessun elemento metterebbe in stretto legame queste morti con la vicinanza al complesso misterioso.
Così come quando raccontammo proprio questi aneddoti agli americani della Fox Channel in un’intervista utilizzata in una docu-fiction del 2001, assicurai loro che si trattava solo di casualità e li convinsi ad iniziare ugualmente le riprese al Principato. Pochi giorni dopo un uomo, che portava a passeggio il proprio cane, venne trovato morto nei pressi dell’abbazia: infarto.
Un aneddoto quasi identico si verificò l’anno successivo quando, una televisione piuttosto nota in Germania mi contattò per replicare il format americano dell’anno prima. Gli operatori tedeschi rimasero basiti e non posso negare che qualche dubbio sia sorto anche allo scrivente.
Queste e numerose altre coincidenze continuano a far rivivere queste storie che è giusto debbano essere raccontate e tramandate, così come facevano i nostri nonni, magari davanti ad un caminetto, nelle serate invernali.

Indagini presso l’eremo rupestre di Santu Lemu di Cagliari – (Sardegna, CA)

Per realizzare un servizio per Italia 1 abbiamo avuto l’occasione di visitare un’interessante cavità sotterranea, ubicata sotto alla clinica San Giorgio, a Cagliari.

Ad accompagnarci è Marcello Polastri, presidente del Gruppo Cavità Cagliartiane, amico di lunga data in ambito speleologico.  Il nostro compito è quello di verificare la sicurezza del conduttore Daniele Bossari e del regista Arcadio Cavalli, trattandosi di un luogo fatiscente e capace di nascondere qualche insidia.

Il luogo è stato considerato un eremo rupestre, una cisterna cartaginese, addirittura la tomba dei vescovi africani fuggiti (o deportati) dai Vandali di Trasamondo.

Accedendo dai resti della clinica abbandonata, è stato possibile scendere sotto al bastione di Santa Croce nell’area denominata Castello. Qui abbiamo potuto ammirare una vasta cavità, in parte allagata, disseminata da migliaia di ossa umane.

Alcune mescolate nel terreno fangoso, altre deposte sotto al lago sotterraneo che si apre sul fondo della cavità stessa.

L’ambiente, noto come Santu Lemu, è stato studiato a lungo e presenta ancora oggi pareri discordanti. Si ipotizza che quei resti appartengono appunto ai primi vescovi cristiani in Africa, altri ritengono che risalgano agli appestati del 1656, ammassati in quel luogo in seguito all’editto napoleonico.