Archivi categoria: Indagini

Indagini condotte in cavità artificiali, ambienti sotterranei, luoghi fatiscenti e di complessa ispezione.

Indagini a Briaglia con TechGea

Come promesso siamo tornati a Briaglia dall’amico Fabrizio Milla in compagnia del dott. geologo Andrea Ferrarotti e dei tecnici di TechGea.

Come anticipato qui, il nostro intento è quello di verificare le supposizioni del porf. Ettore Janigro D’Aquino, in merito ad un possibile dromo sotterraneo, da lui rilevato con l’aiuto di studenti dell’Università nel 1971.

Grazie all’indiscutibile progresso tecnologico avvenuto da allora, un rilevamento geofisico, effettuato ad oggi, avrebbe certamente dipanato ogni dubbio, garantendo approssimazioni di gran lunga più precise ed accurate.

TechGea ha quindi messo a disposizione la sua esperienza, nonché i propri mezzi e tecnici, per poter effettuare un’accurata indagine con metodologia georadar, elettromagnetica e geoelettrica, per la ricerca di possibili resti di interesse archeologico.

Ottenute le relative autorizzazioni a procedere, ci siamo quindi recati sul prato lungo la dorsale nei pressi di Via Roma, per indagare l’area indicata dal D’Aquino. I tecnici di TechGea hanno deciso di impiegare tre metodologie di indagini geofisiche differenti, al fine di sfruttare al meglio le diverse proprietà fisiche che differenziano possibili resti di natura antropica dal materiale che li ospita.

Si è quindi proceduto con l’esecuzione di un rilievo elettromagnetico in dominio di frequenza (EM) sull’intera area in esame, per ottenere una mappa di conducibilità elettrica. Dai numerosi valori ottenuti, si è deciso di procedere lavorando sull’andamento della conducibilità elettrica apparente alla frequenza di 9KHz, in quanto è il valore che ha fornito la maggiore stabilità nella misure, ad una profondità di circa 3 o 4 metri.

Successivamente sono stati realizzati due stendimenti geoelettrici multi-elettrodo (ERT1 e ERT2) per ottenere altrettante sezioni di resistività elettrica reale.
Infine si è ritenuto necessario eseguire anche una serie di sezioni tramite georadar (GPR), con un’antenna capace di lavorare alla frequenza di 400 Mhz per garantire il miglior compromesso tra profondità di indagine e grado di dettaglio.

In un contesto marnoso a tratti limoso-argillose, dalla sezione ERT2 si è evidenziata un’anomalia resistiva di incerta attribuzione in prossimità della strada, ad una profondità stimata di circa 4 metri dal piano di campagna.
Vista l’omogeneità litostratigrafica del sito in esame è possibile ipotizzare che si possa trattare di un qualche evidenza antropica, mentre l’indagine GPR non ha fornito dati di interesse nello strato di circa 150 centimetri dal piano di campagna.

Al termine dell’analisi dei dati così raccolti è possibile escludere quasi totalmente la natura artificiale del vuoto sentito dagli strumenti utilizzati oltre cinquant’anni da D’Aquino, che potrebbe comunque essere una fessurazione di origine naturale del terreno, male interpretata a causa della scarsa precisione delle apparecchiature del tempo.

Analisi dei dati geoelettrici

E’ invece interessante l’anomalia a ridosso della strada, che potrebbe realisticamente indicare un accumulo di macerie oppure di una qualche struttura artificiale oggi sepolta. Impossibile però datare, allo stato attuale dell’indagine, il periodo di tale materiale, che potrebbe essere studiato solamente in seguito ad un saggio cauto di scavo.

Indagini a Briaglia, l’ipogeo della Casnea al solstizio d’inverno (CN)

Briaglia, in provincia di Cuneo, è nota per alcune singolarità.

Il ricercatore porf. Ettore Janigro D’Aquino, deceduto nel 2005, dedicò molte energie a questa appassionante ricerca. E’ a lui che si deve un’incredibile collezione di massi raccolti nel pressi di Briaglia, che dividono l’opinione degli studiosi.
Secondo alcuni presentano leggibili tracce di antropizzazione, che avrebbero tramutato semplici rocce in figure antropomorfe o zoomorfe. Secondo altri (tra cui la Soprintendenza ed il mondo accademico) sarebbero semplicemente pietre erose da fenomeni di origine naturale che ingannerebbero i più ingenui a causa di pareidolie.

Se le pietre non sono quindi in grado di attestare inequivocabilmente la passata esistenza di una civiltà megalitica, esiste una cavità artificiale che qualche dubbio lo solleva.

Si tratta dell’ipogeo della Casnea, attuale oggetto di studio del dott. Fabrizio Milla dell’ass. Mus Muris. E’ caratterizzata da un corridoio sotterraneo di circa quindici metri di lunghezza, comunicante con due camere di modeste dimensioni.

Che cosa ha di particolare? Il dromo è allineato in modo tale che i raggi del sole al solstizio d’inverno (Yule, il 21 dicembre) corrano al suo interno, fino a raggiungere la camera in asse con la galleria. All’interno di questa cavità si trova un pozzo e la sua acqua defluisce fino alla camera stessa dove si crea un gioco di luce che riflette sulla parete opposta all’ingresso.

In questa camera sono inoltre state trovate tracce di cinabro, un colorante derivato dal mercurio, utilizzato come pigmento a fini decorativi.

Le ricerche di Milla si sono estese in tutta la zona e si sono concentrate sul crinale di una collina poco distante dalla Casnea. In quel luogo, nel 1971 è stata eseguita un’indagine geoelettrica da uno studente del Politecnico di Torino che avrebbe individuato strumentalmente un vuoto, ritenuto di origine artificiale.

Si tratterebbe di un corridoio lungo circa 30 metri,  ad una profondità stimata di due rispetto al piano di campagna. Anche in questo caso sarebbe presente una camera attigua.

Come associazione speleo-archeologica diamo il nostro totale supporto ad ogni iniziativa promossa a migliorare la comprensione storica e culturale del territorio, per cui direi che… è giunto il momento di organizzare una nuova avventura!

Contatto l’amico geologo Andrea Ferrarotti, dello Studio Geologico Ferrarotti e insieme decidiamo di rivolgerci a Techgea (anche su Facebook), società di servizi che si occupa di indagini geofisiche per l’esplorazione non distruttiva del sottosuolo e per la diagnostica di strutture e di opere di ingegneria civile.

Mario Naldi, direttore tecnico di Techgea, accoglie con entusiasmo la nostra proposta, mettendo a disposizione un qualificato team di operatori per questa avventura di natura archeologica.

La squadra si completa quando si unisce anche l’amico archeologo Fabio Occhial. Obiettivo: utilizzare la più evoluta tecnologia a disposizione del 2017 per confermare o meno l’anomalia rilevata nel 1971.

Come promesso, siamo tornati sul campo per approfondire lo studio!

 

Ritorno al castello dei Malamorte – Belveglio (AT)

Siamo finalmente riusciti a tornare al castello di Belveglio, in provincia di Asti, meglio conosciuto come castello della Malamorte.

Abbiamo controllato alcune misure dei rilievi effettuati la volta precedente, per poter completare i rilievi, e poi abbiamo tentato l’esplorazione di una galleria nuova.

Nuova nel senso che non era conosciuta al momento del nostro primo sopralluogo, ma che abbiamo avuto la fortuna di notarla nella boscaglia.

Il suo accesso era inibito da smottamenti del terreno, relativamente recenti, infatti è stato possibile localizzarla grazie ad una leggera depressione del terreno, poco leggibile, dalla quale sporgeva una modesta porzione di legno.

Non si  trattava di un albero caduto, ma di un frammento di centina lignea impiegata, come abbiamo potuto verificare nelle altre gallerie del complesso studiate la volta precedente, per irrobustire la struttura dei cunicoli che, essendo scavati in sedimenti marini composti da sabbie fossilifere compatte, sono decisamente instabili.

Infatti, dopo aver aperto un varco per consentire l’ispezione, ci siamo imbattuti in un tratto esplorabile di 25 metri, all’interno del quale l’intera volta è collassata. I macigni di roccia sedimentaria sono precipitati all’interno della galleria stessa, ostruendola e danneggiando la struttura di sostegno in legno.

Al contempo, però, si è creata una stretta intercapedine che consente il passaggio tra la volta, non più esistente, della galleria ed i vuoti lasciati dai blocchi precipitati dal soffitto.

Durante la percorrenza si notano importanti distaccamenti, alcuni dei quali rendono molto pericolosa l’indagine. Al termine, la galleria è interessata da un importante movimento franoso decisamente instabile e che scarica costantemente detriti dall’alto.

 

L’abbazia cistercense di Lucedio e lo spartito del diavolo (Piemonte, VC)

Mille anni fa, le terre intorno a Vercelli erano coperte da boschi e circondate da paludi malsane. Nei bui mesi invernali la nebbia avvolgeva ed ovattava tutto quanto e nessuno, se non costretto, attraversava volontariamente queste terre cupe ed isolate.
Fu Ranieri, Marchese del Monferrato, deciso a bonificare ed a rendere redditizie queste terre, che fece chiamare i monaci cistercensi dal monastero di La Ferté, a Chalon-sur-Saône in Borgogna, affidando loro non solo il compito di curare lo spirito della popolazione, ma anche quello, più materiale, di risanare le terre.
Abile manovra politico-economica, che vide monaci e conversi dissodare i terreni, creare condotti idrici, bonificare e seminare, perpetrando i primi e poco fruttuosi tentativi di controllare le acque della zona intrapresi già tra il I ed il II secolo d.C..
Acido ma ricco di fontanili, il terreno si prestava particolarmente bene alla coltura del riso, spezia orientale della famiglia delle graminacee fino ad allora considerata alla stregua del pepe o come ingrediente cosmetico.
Per la prima volta il riso venne prodotto e trattato come un valido sostituto del grano, avendo proprietà alimentari analoghe ma potendo essere prodotto anche in campi acidi e tendenzialmente paludosi.


L’economia della zona mutò rapidamente e l’agricoltura assunse sempre più importanza ed i risultati li possiamo vedere ancora oggi: l’Italia è il primo paese produttore di riso in Europa, il 60% del quale è coltivato proprio tra Vercelli, Novara e Pavia.
L’economia del complesso portò Lucedio a diventare potentissima, anche in seguito a numerose donazioni e lasciti, nonché ad un’ottima gestione finanziaria.
L’influenza dei cistercensi non fu solo agricola, ma anche religiosa ed architettonica, oltre che sociale.
L’abbazia di Lucedio è infatti una preziosa testimonianza di quegli anni; eretta nel 1123 e rimaneggiata nei secoli successivi, è anche teatro delle più gotiche e note leggende vercellesi.
Il nome stesso “Lucedio”, risulta essere inquietante per chi ne cerca significati legati alle parole “Luce di Dio” e, inevitabilmente, si imbatte nel “portatore di luce” citato già nell’Antico Testamento che tutti conosciamo. Molto più probabile, invece, che il nome derivi dal latino “lucus”, utilizzato per indicare una selva, una foresta o un bosco come avviene per i sostantivi “silva” o “nemus”.
Costruita, secondo il parere dei più, sui resti di un antico tempio pagano ed in corrispondenza di un fiume sotterraneo detto “Lino”, la chiesa con il suo caratteristico campanile a base ottagonale racchiude numerosi misteri.
Il primo di questi è proprio relativo al misterioso fiume, considerato sotterraneo da tutti, tant’è che c’è chi sostiene che questo corso d’acqua presenti un sifone naturale proprio sotto all’altare della chiesa.
Non ci risulta che siano state condotte delle ricerche tramite sistemi non invasivi di prospezione del sottosuolo, eppure questa è una convinzione diffusa tra la gente del posto.
E’ però possibile ipotizzare anche che il fiume Lino sia oggi invisibile non tanto perché sotterraneo, ma semplicemente perché, pur presente un tempo, sia oggi scomparso. Situazione che si sarebbe potuta verificare in seguito ad una modificazione naturale del suo corso a monte di Lucedio o ad una deviazione artificiale, magari prodotta durante l’incanalamento delle acque a fini agrari.
Va anche ricordato che gli abitanti della vicina Ronsecco, vengono chiamati dialettalmente ‘trapulin’ che potrebbe derivare da: ‘tra Po e Lino’, ovvero gli abitanti del territorio compreso tra i due fiumi.
Ma il racconto più inquietante, però, ci riporta ad una misteriosa notte del 1684, in un vicino cimitero nel quale avvenivano segretamente rituali di magia, temuti dalla popolazione.
Esso si trova lungo la strada che conduce verso la cascina Darola, ricavata dai resti di una più antica fortificazione, di cui ne resta silente testimone la torre quadrangolare, già da tempo cimata.
Loschi individui, appartenenti a qualche setta segreta, avrebbero quindi evocato un demone, che però sfuggì al loro controllo. Gli stessi incantatori divennero vittime e la presenza malvagia rimase intrappolata in questa dimensione. Questo essere metafisico odorò la religiosità proveniente dal vicino monastero di Trino e dall’ancora più vicina abbazia di Lucedio e decise di colpire proprio in quei due punti di forte cristianità.
Pare siano stati registrati, nei documenti del convento, molti incubi fatti dalle giovani novizie la medesima notte della poco riuscita evocazione, che coinciderebbe con la data di uno degli otto grandi sabba pagani.
Le ragazze avrebbero sognato il demonio apparire loro ed a persuaderle ad avere rapporti sessuali con lui, una sorta di consacrazione al suo culto.
Lo spirito malvagio si diresse quindi a Lucedio dove non impiegò molto ad irretire monaci ed abati ed a piegarli al suo volere malvagio.
Iniziò quindi un periodo nero, in cui violenza, malvagità e torture furono all’ordine del giorno, così come gli sconcertanti abusi del potere temporale ai danni della povera gente del principato.
Le accuse mosse successivamente furono numerose, satanismo, pedofilia, pratiche orgiastiche, torture, omicidi e quant’altro potesse essere bieco e meschino.
Le leggende nella leggenda racconterebbero che le decisioni sui processi che avvenivano tra le mura dell’abbazia, fossero ispirate dalle scelte divine.
Il mezzo materiale per interpretare il volere del Creatore era un grande crocefisso, posto all’interno della Sala Capitolare.
Osservando i movimenti della testa della statua, riproduzione di Gesù Cristo in croce, veniva decisa o meno la colpevolezza della gente processata ed il tipo di tortura che avrebbero dovuto infliggergli.
La statua, abilmente modificata affinché avesse uno snodo all’altezza del collo e due fili legati al capo e fatti passare, attraverso due piccoli fori, oltre alla parte della stanza stessa, veniva manovrata da un monaco nascosto dietro al muro.
Sempre all’interno della Sala Capitolare vi sono quattro colonne lapidee. Una di queste, però, è conosciuta come “la colonna che piange”, ed infatti è sovente umida ed è ben visibile una macchia di acqua sulla sua superficie.
La spiegazione folkloristica a questo fenomeno è che essa pianga in quanto impotente testimone delle angherie e delle torture avvenute tra quelle mura per decine e decine di anni.
Più razionalmente dobbiamo credere che la pietra che la costituisce sia particolarmente porosa e posizionata su di un affioramento di acqua, e che quindi sia in grado di assorbire l’umidità dal terreno e di rilasciarla al variare della proprietà climatiche dell’ambiente.
Tutte queste angherie dureranno per cento anni esatti, fino a quando, nel 1784, papa Pio VI pose fine agli abusi ed ai soprusi, secolarizzando l’abbazia ed obbligando i monaci a disperdersi. I beni dell’abbazia vennero confiscati ed amministrati dall’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Ma come avvenne, secondo la tradizione popolare, questo importantissimo evento? Si racconta che venne mandato un uomo, un religioso, da Roma. Egli, entrato nell’abbazia, riuscì a combattere contro il demone e, dopo sette giorni di preghiere e di scontri avvenuti sia sul piano spirituale che materiale, riuscì a rinchiudere la presenza maligna all’interno delle cripte della chiesa di S. Maria, che vennero prontamente sigillate.
Alcuni ipotizzano un vero e proprio esorcismo, descritto con la platealità di un’opera omerica.
Si dice che all’interno di questo luogo di sepoltura ipogeo siano stati disposti su dei seggi i corpi mummificati degli abati morti precedentemente al periodo di possessione, seduti in cerchio per vegliare ad aeternum su questa presenza.
La loro presenza avrebbe costituito un sigillo per impedire al demone di liberarsi.
Sigillo che sarebbe stato rafforzato da un secondo incantesimo, di natura musicale. Si racconta che un secondo abate, esorcista e musico, compose un brano apposta per questa vicenda, conferendo un significato esoterico alle note stesse sfruttandone le diverse frequenze. L’esecuzione del brano avrebbe aumentato il potere protettivo del sigillo, mentre l’esecuzione a ritroso delle stesse note lo avrebbero indebolito, fino a spezzarlo.
Scaramanzia e superstizione hanno fatto il resto, dal momento che pare nessuno sia ancora riuscito ad alzare la botola in pietra per vedere cosa ci sia veramente la sotto, nonostante l’interessamento di curiosi, istituzioni ed università.
Per anni questo spartito è stato cercato da molti tra le carte di archivio, finché nell’inverno dell’anno 2000 il sottoscritto, già presidente dell’associazione speleo archeologica Teses, lo identificò in un affresco presente all’interno del vicino Santuario di Madonna delle Vigne, che sorge a pochi chilometri di distanza dall’abbazia.
Lo studio dello spartito venne affidato alla dott.ssa Paola Briccarello, esperta di musica classica ed antica, la quale scoprì alcuni elementi a conferma dell’ipotesi che fosse proprio lui il soggetto della leggenda.
La partitura sarebbe stata dipinta volutamente al contrario, a ritroso. Ovvero i tre accordi di apertura, disarmonici all’ascolto, coincidono con i molto più comuni tre accordi di chiusura adoperati nella musica liturgica di quel periodo.
Non solo, un paziente lavoro di sostituzione numerica, le consentì di abbinare delle lettere alle note ottenendo tre parole di senso compiuto e contestualmente correlate: Dio, Fede, Abbazia.
Fu l’abate a crearlo intenzionalmente al contrario? Fu il pittore che, dipingendolo, invertì con cognizione di causa l’ordine delle note sospettando un sigillo nascosto?
Tutte le leggende legate all’abbazia di Lucedio meriterebbero decine di pagine di approfondimenti, non escludiamo di ritornare sull’argomento in futuro per completare questo quadro introduttivo.
Infine sveliamo un altro piccolo mistero. All’interno del piccolo cimitero che si trova lungo la strada che collega Lucedio alla cascina Darola, si trova una piccola cappella.
Al suo interno desolazione, iscrizioni rotte, pavimenti sfondati, decorazioni rimosse e rubate, altare distrutto. Sopra ad esso una ‘terrificante’ macchia di nero fumo a forma di croce latina inversa, concreto segno che qualcuno appiccò il fuoco ad una grande croce di legno, volutamente appoggiata al contrario sopra l’altare. Un rituale satanico? Un’apparizione luciferina? No, semplice idiozia ed esigua civiltà da parte di operatori video che documentarono quei luoghi per una fiction di una decina di anni or sono.
Va però aggiunto un aspetto più concreto. Queste favole ‘nere’ hanno generato, con il passare degli anni, nuove leggende. Si dice che, quando si parla troppo di Lucedio, qualcuno muoia.
Il primo esempio che viene citato è quello di un operaio, passato a migliori vita durante i restauri avvenuti verso la fine degli anni ’60. I contadini della zona tentarono di far desistere dai lavori l’impresa incaricata, sostenendo che l’abbazia voleva essere lasciata sola, senza seccatori ne curiosi e che, altrimenti, avrebbe richiesto una vittima. Un incidente al cantiere ferì a morte l’uomo.
Anni addietro venne ritrovato, nelle vicinanze dell’abbazia, il corpo di una ragazza, completamente bruciato. Le storpiature del racconto non tardarono a nascere, depistando l’attenzione su macabri rituali satanici. Ma indagando sui giornali locali apprendiamo con discreta facilità maggiori dettagli sull’accaduto.
Il fatto avvenne nel settembre del 1949. La ragazza, forse in cerca di intimità con un coetaneo venne a contatto con della benzina e riportò gravi ustioni. Ella morirà, ma a casa sua, poco dopo essere stata dimessa dall’ospedale.
Un altro racconto analogo ci parla di un bambino annegato in un fosso accanto all’abbazia. Chi lo rapì? Venne sacrificato da qualche setta segreta? Sempre dai giornali scopriamo che era scivolato all’interno del fosso mentre faceva una passeggiata con il nonno, il quale purtroppo non riuscì a salvarlo.
Insomma, nessun elemento metterebbe in stretto legame queste morti con la vicinanza al complesso misterioso.
Così come quando raccontammo proprio questi aneddoti agli americani della Fox Channel in un’intervista utilizzata in una docu-fiction del 2001, assicurai loro che si trattava solo di casualità e li convinsi ad iniziare ugualmente le riprese al Principato. Pochi giorni dopo un uomo, che portava a passeggio il proprio cane, venne trovato morto nei pressi dell’abbazia: infarto.
Un aneddoto quasi identico si verificò l’anno successivo quando, una televisione piuttosto nota in Germania mi contattò per replicare il format americano dell’anno prima. Gli operatori tedeschi rimasero basiti e non posso negare che qualche dubbio sia sorto anche allo scrivente.
Queste e numerose altre coincidenze continuano a far rivivere queste storie che è giusto debbano essere raccontate e tramandate, così come facevano i nostri nonni, magari davanti ad un caminetto, nelle serate invernali.

Indagini presso l’eremo rupestre di Santu Lemu di Cagliari – (Sardegna, CA)

Per realizzare un servizio per Italia 1 abbiamo avuto l’occasione di visitare un’interessante cavità sotterranea, ubicata sotto alla clinica San Giorgio, a Cagliari.

Ad accompagnarci è Marcello Polastri, presidente del Gruppo Cavità Cagliartiane, amico di lunga data in ambito speleologico.  Il nostro compito è quello di verificare la sicurezza del conduttore Daniele Bossari e del regista Arcadio Cavalli, trattandosi di un luogo fatiscente e capace di nascondere qualche insidia.

Il luogo è stato considerato un eremo rupestre, una cisterna cartaginese, addirittura la tomba dei vescovi africani fuggiti (o deportati) dai Vandali di Trasamondo.

Accedendo dai resti della clinica abbandonata, è stato possibile scendere sotto al bastione di Santa Croce nell’area denominata Castello. Qui abbiamo potuto ammirare una vasta cavità, in parte allagata, disseminata da migliaia di ossa umane.

Alcune mescolate nel terreno fangoso, altre deposte sotto al lago sotterraneo che si apre sul fondo della cavità stessa.

L’ambiente, noto come Santu Lemu, è stato studiato a lungo e presenta ancora oggi pareri discordanti. Si ipotizza che quei resti appartengono appunto ai primi vescovi cristiani in Africa, altri ritengono che risalgano agli appestati del 1656, ammassati in quel luogo in seguito all’editto napoleonico.

Indagini presso la cripta della chiesa di S. Maria Maggiore di Vercelli (Piemonte, VC)

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Oltre trent’anni fa sentivo raccontare, per la prima volta, la leggenda del fiume di ossa della chiesa di Santa Maria Maggiore di Vercelli. Un frammento del folklore locale, una storia come tante, che i nonni tramandano ai nipoti.
I miei interessi di bambino erano molti e vari, ma la storia trovava sempre spazio nelle mie giornate.
Quindici anni fa questa misteriosa quanto macabra leggenda tornò incredibilmente in primo piano.
Mi stavo interessando all’archeologia vercellese, alle sue particolarità, ai suoi misteri ancora insoluti e l’associazione Teses era ancora un indistinto sogno da concretizzare.
Raccoglievo così testimonianze dagli anziani che intervistavo senza sosta, raccogliendo ricordi, aneddoti, racconti e particolarità legate al passato storico della mia città, annotando tutto.
Il mio interesse principale erano i sotterranei, le fantomatiche vie di fuga, i passaggi segreti, tutte le cavità artificiali protagoniste delle leggende tramandate dalla memoria storica.
Grazie alla nutrita biblioteca di famiglia leggevo il Vola, il Casalis, il Dionisotti, il Sommo, l’Ordano e mi chiedevo quali fonti potessero o meno confermare questa o quella leggenda.
Difficilmente avrei immaginato, all’epoca, che un giorno avrei potuto dedicarmi a queste ricerche e di studiare in prima persona proprio il sottosuolo della mia città e, in particolare, la leggenda del “fiume di ossa” che tanto aveva alimentato la mia fantasia di bambino.
Trent’anni dopo mi ritrovavo al teatro Persio Flacco di Volterra, a raccontare questa leggenda e la sua origine, nel corso del XII° Convegno Nazionale del C.I.C.A.P..
La chiesa di S. Maria Maggiore si trova  metà di via Duomo, a qualche decina di metri di distanza da dove sorgeva l’antica ed omonima basilica, distrutta nel 1777.
Premettendo che le storie tramandate oralmente sono soggette ad inevitabili alterazioni del nucleo originale, non possiamo far altro che documentare quanto raccolto negli anni, unendolo ai numerosi interrogativi che ci siamo posti.
Fortunatamente le diverse versioni che abbiamo ascoltato, per lo più narrate da anziani, non differiscono di molto tra di loro, consentendoci una ricostruzione abbastanza chiara e lineare della storia descritta.
In un periodo non meglio identificato, che possiamo ipotizzare essere la prima metà dell’XIX secolo, l’attenzione di un uomo, forse un sagrestano, venne attirata dal sottosuolo della chiesa. Forse incaricato di verificare la presenza di topi, o di portare nelle cantine del materiale da riporre, quest’uomo si trovò a dover discendere una lunga scalinata che conduceva sotto alla chiesa di S. Maria Maggiore. L’ambiente, illuminato solamente dalla tremolante fiamma del suo lume, appariva molto ampio, dove grandi archi appoggiavano su robuste colonne.
Probabilmente era la prima volta che quell’uomo scendeva là sotto e, complice la solitudine, non fatichiamo a credere che rimase vittima della suggestione. Non dimentichiamoci che la chiesa conserva tutt’ora alcune sepolture, come era usanza prima dell’editto di Saint Claud (Décret Impérial sur les Sépultures, del 12 giugno 1804, esteso all’Italia alcuni anni dopo), il che poteva contribuire a rendere nervoso il pover’uomo.
Combattuto tra timore e curiosità, trovò il coraggio necessario avventurarsi lungo corridoio che lo aveva incuriosito. Al termine della galleria trovò in un ambiente molto grande, muovendosi lentamente, forse anche nella speranza di non far spegnere la sua lumiera restando avvolto dal buio, all’improvviso incespicò su qualche cosa che sporgeva dalla pavimentazione, ricoperta da terra e da polvere.
Con timore ed attenzione abbassò la luce verso il pavimento e vide una botola. Forse era parzialmente sollevata, forse la spostò lui spinto da quel desiderio di sapere che fa l’uomo esploratore.
Scoprì così un ambiente sottostante che provò ad illuminare, cercando di non precipitare all’interno.
I suoi occhi si abituarono gradualmente alla scarsa illuminazione e ciò che vide lo impressionò a tal punto che non volle mai più scendere nei sotterranei della chiesa.
Sotto ai suoi piedi scorreva un fiume di ossa.
Pare che in seguito a questa avventura si fosse confidato con qualche amico e che le sue parole fossero state così convincenti e ricche di sgomento che a nessuno di loro  venne voglia di andare a verificare di persona. Anzi, si dice che, da quel momento, tutti si tennero ben lontani da questo misterioso e, forse improbabile, fiume di ossa.
Le nostre ricerche, autorizzate dalla Curia Arcivescovile di Vercelli e superivsionati dall’arch. Daniele De Luca, che qui ringraziamo, ci hanno permesso di indagare in prima persona questo singolare mistero vercellese.
La presenza di ambienti sotterranei è palesemente testimoniata dai lucernai che si aprono sul fianco della chiesa, aventi come compito principale quello di garantire il ricircolo dell’aria. Da esse si può facilmente intravedere un ambiente sottostante di circa tre metri più basso rispetto al piano di calpestio della strada esterna.
La prima volta che scesi lì sotto mi parve di rivivere la leggenda, ascoltata così tante volte, in prima persona. Gli ambienti descritti corrispondevano quasi perfettamente e cresceva la convinzione che qualche cosa di vero ci fosse realmente.
L’ambiente sotterraneo, che è raggiungibile attraverso una scala in laterizio, è vasto quanto la chiesa sovrastante e conta alcune interessanti sepolture, comprende due cripte gentilizie e almeno due pozzi ordinari per la presa dell’acqua. L’aspetto più interessante, però, sono cinque botole lapidee con anelli in metallo, che consentono di scendere ad un ulteriore livello sotterraneo.
Qui si trovano migliaia di ossa umane, probabilmente si tratta dei resti provenienti dalla precedente edificazione della chiesa. Il mistero va indagato proprio all’interno di queste camere sotterranee, che sono state rilevate in pianta ed in sezione, insieme all’intero complesso ipogeo.

Come in molti altri casi studiati in giro per l’Italia, la presenza di camere sepolcrali non ci ha sorpreso, ma inizialmente ci ha deluso. Non vi erano elementi in grado di fornirci la chiave di lettura della leggenda.
Solamente in seguito a periodici esami dell’ambiente è stato possibile comprendere il reale nucleo del mito.
E’ proprio la quota della pavimentazione di queste camere ad essere la chiave di lettura dell’arcano.
Infatti una di esse è leggermente più profonda delle altre, variazione sufficiente a consentire, in determinati periodi stagionali o in seguito ad abbondanti precipitazioni meteoriche, l’infiltrazione di acqua proveniente da un affioramento di falda.
L’acqua, così penetrata attraverso uno strato permeabile del terreno, consente alle ossa, dilavate da secoli di cicli come questo, e quindi alleggerite, di galleggiare all’interno della stanza sotterranea.
Molto probabilmente è proprio questa l’immagine che vide il protagonista della leggenda, migliaia di ossa umane galleggiare nell’acqua: il fiume di ossa.

Indagini presso l’acquedotto Buco del Diavolo di Camerano (AN)

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Siamo tornati nel parco del Conero (AN) per osservare de visu una galleria molto particolare, protagonista di numerose leggende. Prende il nome di “Buco del Diavolo”.
L’obiettivo primario era quello di accompagnare il conduttore della trasmissione Mistero, Marco Berry, all’interno della cavità, prevenendo eventuali pericoli e realizzando delle riprese video da adoperare nel servizio.
C’è chi sostiene che in fondo alla galleria vi sia una stanza con un tesoro, chi crede invece che possa condurre ad una base militare segreta costruita all’interno della collina.
L’unica cosa che possiamo fare è osservare questa cavità ed interpretare i suoi elementi per tentare di comprendere correttamente di che cosa si tratti.

Il Buco del Diavolo di Camerano è indubbiamente un interessante manufatto di particolare interesse speleo-archeologico. E’ un tratto di acquedotto di età romana, o addirittura precedente, che probabilmente portava acqua fino ad Ancona.
E’ stato realizzato scavando una serie di pozzi verticali, fino al raggiungimento della quota stabilita. Dalla loro base si è iniziato lo scavo della galleria in due direzioni. Verso monte e verso valle, presentando attenzione alla pendenza ed alla direzione, fino a raggiungere i tratti scavati partendo dai pozzi adiacenti.
L’unione dei due tratti di galleria è sovente caratterizzato da un dente di giunzione, dovuto allo scarto inevitabile che si creava all’incontro dei due cavi ciechi.
I pozzi scavati per raggiungere le profondità necessarie, poi, venivano occlusi per evitare che gli animali, cadendo al loro interno, potessero contaminare l’acqua e per evitare che qualcuno attingesse acqua privatamente.
Lungo le pareti si possono ancora notare numerose nicchie, che potevano reggere delle lucerne per illuminare il condotto durante la sua realizzazione.
Inoltre i segni lasciati dagli attrezzi lungo le pareti ci permettono di comprendere la direzione di scavo.
L’opera si addentra per qualche centinaio di metri nella collina, fino ad essere interessata da frane e da occlusioni.
Sarebbe utile individuare altri tratti superstiti di questo complesso idraulico per ricostruirne l’andamento nel sottosuolo ed ottenere maggiori informazioni su questo aspetto della storia antica.