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Indagini a Briaglia con TechGea

Come promesso siamo tornati a Briaglia dall’amico Fabrizio Milla in compagnia del dott. geologo Andrea Ferrarotti e dei tecnici di TechGea.

Come anticipato qui, il nostro intento è quello di verificare le supposizioni del porf. Ettore Janigro D’Aquino, in merito ad un possibile dromo sotterraneo, da lui rilevato con l’aiuto di studenti dell’Università nel 1971.

Grazie all’indiscutibile progresso tecnologico avvenuto da allora, un rilevamento geofisico, effettuato ad oggi, avrebbe certamente dipanato ogni dubbio, garantendo approssimazioni di gran lunga più precise ed accurate.

TechGea ha quindi messo a disposizione la sua esperienza, nonché i propri mezzi e tecnici, per poter effettuare un’accurata indagine con metodologia georadar, elettromagnetica e geoelettrica, per la ricerca di possibili resti di interesse archeologico.

Ottenute le relative autorizzazioni a procedere, ci siamo quindi recati sul prato lungo la dorsale nei pressi di Via Roma, per indagare l’area indicata dal D’Aquino. I tecnici di TechGea hanno deciso di impiegare tre metodologie di indagini geofisiche differenti, al fine di sfruttare al meglio le diverse proprietà fisiche che differenziano possibili resti di natura antropica dal materiale che li ospita.

Si è quindi proceduto con l’esecuzione di un rilievo elettromagnetico in dominio di frequenza (EM) sull’intera area in esame, per ottenere una mappa di conducibilità elettrica. Dai numerosi valori ottenuti, si è deciso di procedere lavorando sull’andamento della conducibilità elettrica apparente alla frequenza di 9KHz, in quanto è il valore che ha fornito la maggiore stabilità nella misure, ad una profondità di circa 3 o 4 metri.

Successivamente sono stati realizzati due stendimenti geoelettrici multi-elettrodo (ERT1 e ERT2) per ottenere altrettante sezioni di resistività elettrica reale.
Infine si è ritenuto necessario eseguire anche una serie di sezioni tramite georadar (GPR), con un’antenna capace di lavorare alla frequenza di 400 Mhz per garantire il miglior compromesso tra profondità di indagine e grado di dettaglio.

In un contesto marnoso a tratti limoso-argillose, dalla sezione ERT2 si è evidenziata un’anomalia resistiva di incerta attribuzione in prossimità della strada, ad una profondità stimata di circa 4 metri dal piano di campagna.
Vista l’omogeneità litostratigrafica del sito in esame è possibile ipotizzare che si possa trattare di un qualche evidenza antropica, mentre l’indagine GPR non ha fornito dati di interesse nello strato di circa 150 centimetri dal piano di campagna.

Al termine dell’analisi dei dati così raccolti è possibile escludere quasi totalmente la natura artificiale del vuoto sentito dagli strumenti utilizzati oltre cinquant’anni da D’Aquino, che potrebbe comunque essere una fessurazione di origine naturale del terreno, male interpretata a causa della scarsa precisione delle apparecchiature del tempo.

Analisi dei dati geoelettrici

E’ invece interessante l’anomalia a ridosso della strada, che potrebbe realisticamente indicare un accumulo di macerie oppure di una qualche struttura artificiale oggi sepolta. Impossibile però datare, allo stato attuale dell’indagine, il periodo di tale materiale, che potrebbe essere studiato solamente in seguito ad un saggio cauto di scavo.

Indagini a Briaglia, l’ipogeo della Casnea al solstizio d’inverno (CN)

Briaglia, in provincia di Cuneo, è nota per alcune singolarità.

Il ricercatore porf. Ettore Janigro D’Aquino, deceduto nel 2005, dedicò molte energie a questa appassionante ricerca. E’ a lui che si deve un’incredibile collezione di massi raccolti nel pressi di Briaglia, che dividono l’opinione degli studiosi.
Secondo alcuni presentano leggibili tracce di antropizzazione, che avrebbero tramutato semplici rocce in figure antropomorfe o zoomorfe. Secondo altri (tra cui la Soprintendenza ed il mondo accademico) sarebbero semplicemente pietre erose da fenomeni di origine naturale che ingannerebbero i più ingenui a causa di pareidolie.

Se le pietre non sono quindi in grado di attestare inequivocabilmente la passata esistenza di una civiltà megalitica, esiste una cavità artificiale che qualche dubbio lo solleva.

Si tratta dell’ipogeo della Casnea, attuale oggetto di studio del dott. Fabrizio Milla dell’ass. Mus Muris. E’ caratterizzata da un corridoio sotterraneo di circa quindici metri di lunghezza, comunicante con due camere di modeste dimensioni.

Che cosa ha di particolare? Il dromo è allineato in modo tale che i raggi del sole al solstizio d’inverno (Yule, il 21 dicembre) corrano al suo interno, fino a raggiungere la camera in asse con la galleria. All’interno di questa cavità si trova un pozzo e la sua acqua defluisce fino alla camera stessa dove si crea un gioco di luce che riflette sulla parete opposta all’ingresso.

In questa camera sono inoltre state trovate tracce di cinabro, un colorante derivato dal mercurio, utilizzato come pigmento a fini decorativi.

Le ricerche di Milla si sono estese in tutta la zona e si sono concentrate sul crinale di una collina poco distante dalla Casnea. In quel luogo, nel 1971 è stata eseguita un’indagine geoelettrica da uno studente del Politecnico di Torino che avrebbe individuato strumentalmente un vuoto, ritenuto di origine artificiale.

Si tratterebbe di un corridoio lungo circa 30 metri,  ad una profondità stimata di due rispetto al piano di campagna. Anche in questo caso sarebbe presente una camera attigua.

Come associazione speleo-archeologica diamo il nostro totale supporto ad ogni iniziativa promossa a migliorare la comprensione storica e culturale del territorio, per cui direi che… è giunto il momento di organizzare una nuova avventura!

Contatto l’amico geologo Andrea Ferrarotti, dello Studio Geologico Ferrarotti e insieme decidiamo di rivolgerci a Techgea (anche su Facebook), società di servizi che si occupa di indagini geofisiche per l’esplorazione non distruttiva del sottosuolo e per la diagnostica di strutture e di opere di ingegneria civile.

Mario Naldi, direttore tecnico di Techgea, accoglie con entusiasmo la nostra proposta, mettendo a disposizione un qualificato team di operatori per questa avventura di natura archeologica.

La squadra si completa quando si unisce anche l’amico archeologo Fabio Occhial. Obiettivo: utilizzare la più evoluta tecnologia a disposizione del 2017 per confermare o meno l’anomalia rilevata nel 1971.

Come promesso, siamo tornati sul campo per approfondire lo studio!

 

Ricerche di vuoti e di cavità sotterranee con Jeohunter (Makro Jeo Hunter)

Da diversi anni facciamo affidamento alla tecnologia GPR (ground penetrating radar) per affiancare strumentalmente le nostre ricerche.
Tra i vari strumenti impiegati, riteniamo che il Jeohunter (Makro Jeo Hunter) sia un valido compromesso tra costo e prestazioni, nonché duttile a livello logistico.

Jeo Hunter test

Fornito con una sacca per il trasporto, le sue ridotte dimensioni consentono di utilizzarlo nella maggior parte delle situazioni, non limitandosi necessariamente a contesti a cielo aperto in superficie.
Spesso e volentieri abbiamo avuto l’opportunità di impiegarlo anche nel sottosuolo, senza dimenticare che la mobilità della piastra / antenna, permette di utilizzarlo anche su superfici verticali, quali pareti e muri.
La sua principale caratteristica di rilevare vuoti permette così di ipotizzare cosa possa trovarsi alle spalle di un muro, se una tamponatura nasconde una semplice nicchia o un ambiente vero e proprio.
Sebbene non immediato da configurare, in termini di calibrazione della risposta del terreno che dovrà scandagliare, la risposta risulta sempre piuttosto accurata.

Il suo antagonista, per fascia di prezzo e prestazioni, il Golden King, gode di una resa grafica sicuramente più accattivante e moderna, ma forse l’elaborazione delle risposte alle onde proiettate nel terreno, risente di qualche approssimazione di troppo.
In alcune situazioni, che definirei ideali, è stato possibile seguire l’andamento di una galleria dall’alto, in modo incredibilmente preciso. Essa però non si trovava a grandi profondità, anzi, possiamo confermare che fosse ricoperta da lastre di pietra di spessore variabile tra i 15 ed i 20 centimetri.

 

Indagini presso il castello di Belveglio (detto dei Malamorte) (AT)

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In provincia di Asti si trova il castello di Belveglio, che sorge sul luogo che, in antico, prendeva il nome di Malamorte.
Realizzato tra il XI ed il XII secolo, oggi è noto come il “Castello di Concerti”, grazie all’impegno dell’attuale proprietaria, la musicista Marlaena Kessick che, con l’Ente Concerti Castello di Belveglio organizza preziosi momenti musicali.
E, come ogni castello che si rispetti, pare che nasconda nei suoi sotterranei un tesoro. Ne vengo a conoscenza grazie all’amico e ricercatore Francesco Léon Lorusso, che mi invita ad un sopralluogo, dal quale nasce la collaborazione tra Léon Company e Teses.

Dal punto di vista della ricerca, questo sito offre moltissimi spunti di approfondimento, al punto tale da azzardare l’ipotesi di un collegamento con l’antico e misterioso Ordine Templare.
Il tesoro di cui tanto si parla potrebbe essere parte dell’ambito ed ormai quasi mitologico, patrimonio dell’Ordine, che si troverebbe ancora nascosto in qualche luogo sicuro.
Argomento scottante ma di grande interesse, anche grazie ai recenti film che vedono impegnato l’attore americano Nicholas Cage alla sua ricerca.
E procedendo più o meno in modo analogo, decifrando documenti ed indizi, nonché percorrendo cunicoli sotterranei, ci stiamo avvicinando ad una soluzione.
Parlare di gallerie instabili non è un eufemismo, si tratta proprio di cavità molto pericolose, in buona parte occluse da crolli ed a tratti sul punto di collassare.
Ritengo che sia uno dei luoghi più rischiosi che abbia mai esplorato. Infatti queste gallerie, che si snodano per centinaia di metri all’interno del colle, sono state scavate in un terreno molto friabile.
La stessa carta geologica ci indica una formazione di sedimenti marini marginali, in pratica sabbia compatta. Eppure, nonostante la difficoltà di esplorazione ed i non trascurabili rischi, in passato molte persone si sono messe alla ricerca di questo bramato tesoro che potrebbe essere stato nascosto in una cripta o in una camera sepolcrale accessibile soltanto tramite un pozzo, oggi scomparso.
In questa vicenda si sono susseguiti ricercatori, esploratori, ma anche rabdomanti, ingaggiati dai proprietari del maniero, nel tentativo di individuare la camera segreta.
Crolli improvvisi e violente frane hanno infine fatto desistere dalle ricerche, almeno fino a quando Lorusso, che è anche l’attuale custode delle gallerie, si è interessato al suo mistero scovando interessanti collegamenti tra il duca Carlo Maria Matteo Farnese, nipote di Papa Paolo III, i Templari ed il tesoro stesso.
Lo scenario delle ricerche è entusiasmante, gli indizi sono esaltanti. Peccato che il pericolo, decisamente concreto e reale, unito al poco rassicurante nome di Malamorte, pare non sia di buon auspicio.
Il nome stesso probabilmente deriva da violenti scontri e battaglie del passato, forse anche rafforzato dal fatto che, per un certo periodo di tempo, il castello fu luogo di pena e di esecuzione dei condannati a morte.
Sebbene il castello sia in buona parte stato ricostruito agli inizi del XX secolo dal nobile Hector Petrausch con uno stile neogotico, il complesso sorge sui resti dell’edificio medievale andato distrutto nella prima metà del XVII secolo.
Quasi certamente gli impianti sotterranei sono rimasti inalterati e potrebbero ancora nascondere molte sorprese.
Vedi anche “Il ritorno al castello dei Malamorte

Il tesoro dei Malamorte nei sotterranei del castello di Belveglio (AT)

Online il trailer di una nuova avventura che ha visto impiegati Luigi Bavagnoli, in qualità di esploratore e Stefania Piccoli, in veste di fotografa, nell’indagine presso il castello dei Malamorte di Belveglio, in provincia di Asti.

Incaricati da Francesco Léon Lorusso di studiare gli ambienti sotterranei del castello, grazie all’autorizzazione della proprietaria, i Teses possono mostrarvi gli ambienti ritrovati.
Si tratta per lo più di gallerie scavate nella marna sabbiosa, decisamente pericolanti ed instabili. Interessante da numerosi crolli, hanno fatto desistere tutti i curiosi avventuratisi nelle loro profondità.

La leggenda narra che un importante tesoro, quello del duca Matteo Farnese, sia stato nascosto in una particolare cripta, o camera sepolcrale, accessibile soltanto da un pozzo, oggi scomparso.
Diversi cedimenti del terreno hanno permesso di intercettare alcune gallerie, che vertono comunque in pessimo stato di conservazione.

L’indagine risulta quindi molto pericolosa.

Tutti noi possiamo contribuire allo studio ed alla divulgazione a favore della cultura

Dopo quasi vent’anni di attività, grazie sia alle numerose pubblicazioni che alla presenza in televisione, il Teses è diventato un chiaro riferimento italiano nel mondo delle ricerche e delle esplorazioni di sotterranei artificiali.
Ne sono comprova i continui inviti che riceviamo da enti, associazioni, privati e amministrazioni comunali, di partecipare, organizzare o coadiuvare ricerche su tutto il territorio nazionale.
Lo sono le numerose partecipazioni ai corsi, ai seminari ed alle conferenze che cerco di tenere ogni qualvolta che mi sia possibile. Non ultimi gli infiniti messaggi che ricevo quotidianamente attraverso i social ed internet in generale.
Tutto ciò non può che farmi immenso piacere, agli inizi dell’attività non lo avrei mai immaginato.

Ma oggi voglio trasmettervi un pensiero. Spesso la nostra attività viene percepita come una dimensione parallela, lontana ed inarrivabile per la gente comune. In realtà siamo gente comune, con una grande passione per l’antico e per la ricerca, ma siamo persone come tutti.
Abbiamo un lavoro, una famiglia, dobbiamo far fronte alle problematiche del quotidiano come tutti e, anche per noi, la giornata è di sole 24 ore.

Sta a noi organizzarci al meglio, ritagliarci quelle ore, spesso la notte, per fare ciò che ci piace: leggere e studiare. A fatica e correndo sempre riusciamo a ritagliarci quei venti minuti al giorno per tenerci più in forma possibile. Così come decidiamo di immolare i sabati e le domeniche per eseguire misurazioni, scavi, rilevazioni, per misurare, per documentare.

Si tratta solo di scelte, di compromessi, di sacrifici. Per molti, seppur appassionati, le priorità sono altre e chiaramente i risultati in questo settore restano miseri o ridicoli.
Non è indossare una tuta colorata o una luce legata sulla nuca, a fare la differenza. E’ lo spirito, il vero desiderio di comprendere, di scoprire.

Ma il mondo non è fatto di solo bianco e di solo nero. Esistono infinite sfumature di ogni colore possibile e ciò significa che ognuno di noi può contribuire a questi studi.
Potete sfruttare noiosi viaggi in treno per leggere, potete condivide notizie verificate – evitando di postare sui social network le solite bufale contribuendo ad aumentare la già dilagante disinformazione – potete documentarvi e informarvi su un’infinità di cose.
Potete integrare notizie, racconti, raccogliere le testimonianze degli anziani che conoscete, potete chiedere a chi sa più di voi, potete inventarvi mezzi e strumenti per favorire la diffusione della cultura in generale.

Moltissime azioni, grandi o piccole, che potrebbero divenire la vostra buona abitudine quotidiana.

Archeologia del sottosuolo

L’archeologia del sottosuolo

Si parla, sovente a sproposito, di archeologia del sottosuolo. Su internet proliferano escursionisti che seguono un sentiero in un bosco, si fanno un “selfie” accanto ad una pietra e si investono del titolo di “archeologo del sottosuolo” o, per i meno ambiziosi, di semplice “esploratore”.
Ma la realtà è ben diversa. L’archeologia del sottosuolo, nota anche come archeologia ipogea, deriva da quella che un tempo, negli anni ’80, era conosciuta come speleologia in cavità artificiali.
Speleologia che ha poco a che vedere con quella classica, tradizionale, nonostante alcuni elementi comuni come il sottosuolo e parte dell’attrezzatura.
Se lo speleologo carsico, colui che scivola nelle fenditure naturali, ricerca grotte e studia il sistema idrogeologico delle montagne, chi si occupa di archeologia del sottosuolo è certamente più orientato all’aspetto antropico.
In comune hanno il caschetto, ovviamente. Ma mentre il primo può permettersi di illuminare le oscurità delle caverne con l’acetilene, in ambito antropizzato ciò è da evitare. Vanno utilizzati solo impianti a lampade, siano alogene o led, possibilmente stagni.
L’acetilene produce una fiamma molto luminosa, capace di rischiarare ampi spazi. Di contro consuma ossigeno, che in grotta spesso abbonda, mentre in artificiale sovente scarseggia. Inoltre la fiamma può rovinare tracce di importanza archeologica, non presenti in ambienti carsici.
Va sottolineato che l’archeologia del sottosuolo include lo studio delle grotte naturali solo se, almeno in parte, sono state antropizzate.
In comune hanno l’imbracatura e l’uso di corde statiche. Ma il resto è molto differente.
Nel corso del primo Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo, tenutosi a Bolsena nel dicembre 2005, si sono definite le caratteristiche e le specifiche di questa nuova disciplina e si sono chiariti i suoi obiettivi.
Disciplina nuova, ma che in realtà è l’evoluzione naturale dell’esplorazione. Multi-disciplina, in realtà, in quanto in essa devono necessariamente convergere storia, architettura, archeologia, geologia, antropologia e molto altro ancora.
Chi si occupa – seriamente – di queste ricerche, deve essere psicologicamente e fisicamente preparato per muoversi nel sottosuolo, in condizioni di pericolo, di freddo, di umidità e di disagio; deve essere in grado di leggere l’ambiente che lo circonda, di comprenderlo; deve infine essere abile nel documentare ciò che ritiene utile testimonianza per la corretta ricostruzione storica.
Questi dati, infine, verranno portati in superficie, e saranno consegnati agli studiosi, agli archeologi, alle Soprintendenze, affinché si possa migliorare la conoscenza del sito grazie allo studio di queste fonti spesso inedite.
Inedite in quando difficili da indagare e che appunto richiedono questa importante convergenza di discipline.
Va da se quanto sia importante l’accurata e puntuale raccolta di dati, che non può essere improvvisata. Tanto più la lettura è corretta, e tanto più precisi saranno gli studi effettuati dagli esperti che, necessariamente, dovranno basarsi sui dati raccolti.