TE ANA RU: Una grotta da ballo di Selene Feltrin

Le grotte furono la prima casa dell’uomo: il suo rifugio, il suo modo di sentirsi le spalle protette anche dal freddo, dai predatori e dalla notte.

Le cavità nella roccia, nel corso della storia umana, furono anche celati luoghi di culto arcaici, meta di pellegrinaggi e ancora le pareti rupestri hanno costituito  l’originario supporto per le espressioni di arte primitiva. Oggi sono  come manifestazione dell’opera della natura o come fonte di racconti del passato  sono mete turistiche e oggetto di  interessanti studi archeologici e speleologici.

Ma che altro possono essere le grotte?

In quale modo creativo possono essere adattate a misura dell’uomo moderno?

Basta un po’ di fantasia e la capacità di lasciarsi ispirare dalla magia dei luoghi.

La storia qui raccontata è recente, risale ai primi sessant’anni del 1900 ed è ambientata in Nuova Zelanda, a circa 40 chilometri dalla grande città di Auckland.

Aotearoa è una terra selvaggia e straordinaria, per lo più incontaminata ed è per questo che basta spostarsi di poco dalle zone urbanizzate per subire il fascino di un paesaggio tanto vario quanto genuino: dalle spiagge, alla montagna, dalle fitte foreste alle formazioni rocciose.

La grotta di Te Ana Ru, nei pressi di Whatipū, è davvero interessante per la sua conformazione. Essa si affaccia sul porto di Manukau e si trova su quello che era il versante orientale del gigantesco vulcano Waitakere, un mostro di 50 chilometri che ora si è in gran parte eroso e proprio per la geografia del luogo anche la sua natura è in gran parte vulcanica. La roccia è caratterizzata da diverse fasce di colore, dal grigio pallido fino al beige perché contiene pietra pomice, una formazione piroclastica eruttiva originata dalla “schiuma” dalla lava vulcanica raffreddata e solidificata rapidamente.

Tuttavia ciò che maggiormente lascia attoniti è l’ampiezza della caverna. Essa si apre come un’enorme bocca, spaziosa e accogliente, piuttosto regolare al suo interno, come vi fosse intervenuta mano umana nel costruirla e levigarla per una ragione precisa.

Il popolo Maori usò la grotta come luogo di rifugio in epoca pre-europea, ma solamente nei primi anni del 1900 qualcuno cominciò a vedervi qualcos’altro al di là del semplice riparo.

Te Ana Ru, conosciuta anche come Ballroom, divenne un luogo di festeggiamenti e ritrovo per molte persone che abitavano le coste.

Qualcuno l’ha definita “magica caverna delle meraviglie” per ciò che la notte vi accadeva all’interno.

Come testimonianza degli intrattenimenti abbiamo solamente l’opera del vignettista Dylan Horrocks che in un cartellone, commissionato dal Consiglio comunale di Waitakere,  ha catturato uno degli eventi mondani alla Ballroom.

Te Ana Ru era così suggestiva e particolare che divenne una pista da ballo in ogni suo dettaglio. Vi fu istallata perfino una pavimentazione in legno di Kauri, conifera che vive proprio e solo nei climi sub-tropicali della Nuova Zelanda.

Fu nel tranquillo periodo del primo dopoguerra, negli anni ’20, che le danze nella grotta divennero molto popolari.

Bruce Harvey, diretto discendente di Nicholas Gibbons, il proprietario e gestore del mulino in cui soggiornavano i costruttori della pista da ballo così racconta immaginando i tempi passati:

I giovani sarebbero venuti da Onehunga in barca il sabato pomeriggio. Avrebbero fatto una danza meravigliosa, e poi stanchi  alle 3 del mattino sarebbero tornati a Whatipu Lodge (per dormire), quindi si sarebbero svegliati per prendere la barca per tornare a Onehunga il giorno dopo. Devono essere stati tempi abbastanza allegri.

Ma chi furono i primi a usufruire della meravigliosa caverna naturale a scopo ludico?

Abbiamo solo un documento, risalente al 1901, una lettera, di una giovane ragazza che si firmava E.D.N.A. che dice:

“La nostra fattoria si trova in una valle sulla costa occidentale vicino al Manukau Bar. È un posto molto isolato.

Si vedono rocce ruvide, protese verso il mare, alcune delle quali sono interamente circondate dall’acqua. Immagina, Dot, quanto è grandioso vedere le onde arrabbiate che corrono contro le rocce e cadere in spruzzi bianchi.

A breve distanza dalla nostra spiaggia ci sono alcune grotte molto grandi; una è così grande, infatti, che i miei fratelli ci hanno messo un piano, in modo che potessimo essere in grado di ballare. Suppongo che sorriderai all’idea di ballare in una grotta? Ma quando è illuminata con lampade colorate e decorato con felci, sembra migliore di qualsiasi sala da ballo.”

Chiudendo gli occhi possiamo ancora immaginare una caverna illuminata nella notte da luci colorate e impreziosita da foglie di felce che fungeva da cornice magica, quasi fiabesca ai giovani di un tempo che, il sabato notte, si lasciavano trasportare dalla musica delle fisarmoniche in danze vorticose.

Grazie a E.D.N.A, al vignettista Dylan Horrocks e a un ritaglio di giornale del 1970 che descrive un evento nella grotta accompagnato da una foto, che successivamente è diventata un ritratto di famiglia della coppia immortalata sulla pista da ballo,  abbiamo una testimonianza concreta di quell’antica magia, ma sono convinta che visitare Whatipu quando il sole scende nel mare può essere un’esperienza unica e meravigliosa per richiamare alla mente lontane “mille e una notte”.

 

SITOGRAFIA:

(Qui è possibile vedere il ritaglio di giornale con fotografia)

https://www.rnz.co.nz/national/programmes/nz-society/audio/201759730/the-whatipu-cave-dances

https://www.stuff.co.nz/auckland/local-news/western-leader/74151776/

(Per un’analisi geologica)

https://www.wildernessmag.co.nz/shifting-sands-time/

(Per un approfondimento sugli alberi di kauri)

https://gallinaeinfabula.com/2019/03/25/luomo-e-il-dio-albero-parabole-dal-pacifico/

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Esplorazione del pozzo di Salita Castello, Saluzzo

Indagine presso il pozzo di Salita Castello a Saluzzo (CN)

Sabato 27 aprile 2019 è avvenuta l’esplorazione del pozzo di Salita Castello a Saluzzo, Cuneo.

Indagine al pozzo di Salita al Castello

http://www.targatocn.it/2019/04/28/leggi-notizia/argomenti/attualita/articolo/saluzzo-missione-in-fondo-allantico-pozzo-di-salita-al-castello.html

http://www.targatocn.it/2019/04/28/leggi-notizia/argomenti/attualita/articolo/saluzzo-missione-in-fondo-allantico-pozzo-di-salita-al-castello.html

Conferenza di Luigi Bavagnoli a Cavriana, su invito di Xplora

Mercoledì 3 aprile 2019 Luigi Bavagnoli ha tenuto un interessante intervento a Cavriana, nelle suggestive cantine di Villa Mirra, su invito dell’associazione di ricerca e di esplorazione Xplora.

La conferenza è durata poco più di due ore ed è seguita la visita ad alcuni sotterranei del paese. Si è quindi inaugurato un ciclo di interventi a tema ‘sottosuolo‘ che vogliono avere Cavriana come fulcro promotore nonché luogo di incontro e confronto per ricercatori, gruppi ed appassionati.

Copyright (C) Elisa BrancaFoto Elisa Branca

 

DA HAWAIKI A AOTEAROA: caccia al polpo gigante di Selene Feltrin

Se Hawaiki era considerato il regno dei morti dalle popolazioni del Pacifico che emigrarono in Nuova Zelanda, è anche vero che probabilmente era il nome della terra da cui provenivano.

Questa è una leggenda legata al mare e alle rocce che merita di essere raccontata, anche perché noi Europei poco sappiamo circa le genti del Pacifico  e della loro mitologica origine.

Si dice che Kupe fosse capo di una tribù di pescatori che vivevano nella terra di Hawaiki. Da sempre, all’alba, la sua gente usciva con le waka per gettare le reti da pesca e al tramonto tornava a raccogliere gli abbondanti frutti del lavoro. Il mare era sempre stato generoso nell’elargire loro i suoi doni, ma un infausto giorno le cose  cominciarono ad andare diversamente e tutti iniziarono a credere che la magra fosse  dovuta a un torto fatto al dio del mare Tangaroa.

Dopo notti di preghiere al dio, scongiurato ogni possibile malinteso e inadempienza, gli abitanti di Hawaiki tornarono a pescare, ma l’esito fu il medesimo. L’occhio attento di Kupe, questa volta però, si accorse che la pesca di per sé copiosa era stata sottratta loro da una gigantesca e vorace creatura. Dalle tracce lasciate doveva trattarsi di un polpo. Kupe conosceva soltanto una persona che possedeva un wheke come animale da compagnia e costui era Muturangi, che viveva con la sua gente in un’isola poco distante  da Hawaiki. Quando Kupe si confrontò con il rivale, questi forte dell’invincibilità del suo animale, lo minacciò costringendolo a prendere provvedimenti per salvare la sua gente.

Così ad Hawaiki tutti si misero all’opera per costruire una grande waka che potesse affrontare l’oceano e resistere agli attacchi di quella gigantesca e mostruosa  creatura marina.

Quando l’imbarcazione fu pronta gli isolani presero il mare per cacciare la bestia e la inseguirono per giorni. Purtroppo la distesa d’acqua e la battuta sembravano non finire mai al contrario delle scorte di viveri che ben presto cominciarono a scarseggiare.

Sul punto di arrendersi scorsero in lontananza una lunga nube bianca che indicava la presenza di una terra vicina.

Felici, la chiamarono “Aotearoa” la chiamarono – terra della lunga nuvola bianca -,  oggi nota come  “Nuova Zelanda”.

Kupe appena toccò terra, con  il suo waka, sulla costa orientale di Aotearoa, provò stupore e meraviglia per l’incantevole bellezza di quell’isola che, il  lungo ma non vano   inseguimento via mare, lo aveva portato a scoprire.            

Una terra che sarebbe stata la patria dei suoi discendenti.

Certamente Kupe e i suoi valorosi pescatori, grazie alla resistente imbarcazione e alle  armi in loro possesso, riuscirono infine a sconfiggere il grande polpo  mozzandone, uno ad uno, tutti i tentacoli.                                                

Ciò che davvero è interessante è il finale della leggenda:

Nā, ko te whakaaro kē mō te wheke o Muturangi, he tohu aituā, heoi anō, nā tērā taniwha rātau i ārahi mai ki tēnei ao hou, arā, ki Aotearoa, he whenua e mōhio ana a Kupe ka noho hei tūrangawaewae mō tōna iwi o Hawaiki.

Kupe era un eroe e aveva sconfitto il mostro di Muturangi e dopo questa impresa la sua gente si spostò in varie parti della Nuova Zelanda stabilendosi per fare rifornimenti per tornare alla Terra di Havaiki.

“Stabilirsi” sembra voler suggerire l’idea che il popolo volesse restare in quella nuova terra scoperta, mentre “per fare rifornimento e ritornare ad Hawaiki” indica l’intenzione e il desiderio di far ritorno alla terra natia.                                  

Questa marcata contraddizione potrebbe trovare soluzione in un ritorno non fisico, bensì spirituale verso il mondo potrebbe da cui erano giunti, verso il loro “Paradiso perduto”.

Tra le varie zone in cui Kupe e le sue genti si insediarono, vi era la terra di Hahei, oggi conosciuta come Cathedral Cove, una spiaggia apprezzata dai turisti di tutto il mondo.

Hahei si trova all’estremità settentrionale di una cintura di rocce vulcaniche acide (gruppo Whitianga) che copre gran parte del lato orientale della penisola di Coromandel.

Le bianche spiagge e le caverne rocciose in cui le onde si infrangono e che spesso il mare riempie e avvolge completamente furono la meta scelta da Hei, fratello di Kupe, anch’esso pescatore di Hawaiki.

Fu proprio qui che crebbe e visse il popolo degli Ngati Hei finché, la storia ci racconta, nel 1818 fu attaccato dalla tribù di Nga Puhi e quasi completamente spazzato via.  I superstiti fuggirono lasciando la terra deserta. Un approfondimento sulla morfologia delle rocce presenti è disponibile nel “Journal of the Royal Society of New Zealand” nella bibliografia.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Rhyolite domes and pyroclastic socks (Whitianga Group) of the Hahei Area, Coromandel Peninsula

The Great Canoes in the Sky: Starlore and Astronomy of the South Pacific Di Stephen Robert Chadwick, Martin Paviour-Smith

La Sesia – Luigi Bavagnoli, presidente Teses relatore Cicap 2019

Su La Sesia del 19 marzo 2019 viene data visibilità al corso Cicap 2019, tenutosi a Roma.

Il Cicap è il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, fondato da Piero Angela, Massimo Polidoro e Luigi Garlaschelli, noti divulgatori scientifici e accademici di tutto rispetto.

Nei due giorni di corso, Bavagnoli in compagnia degli altri due docenti Francesco Grassi e Andrea Berti, ha spiegato tecniche e metodi di indagine, repertamento e classificazioni delle prove, degli indizi e delle evidenze.

IL GREMBO DELLA TERRA: TRA ETRURIA E ISOLE COOK di Selene Feltrin

Il comune denominatore è l’uomo. Nella sua sfaccettata e apparente complessità il reticolo del comportamento umano ha intrecci che sono le “parole chiave” di interpretazione.
L’uomo all’inizio della civiltà si adatta al territorio , lo studia, gli da un nome, lo ama per i doni e lo teme per i pericoli. In questo senso la geografia influisce sulle religioni, poiché il primo dio con cui viene a contatto e deve confrontarsi è la terra in cui vive e cresce.
Durante degli studi compiuti sul paesaggio naturale rappresentato sugli specchi etruschi ho trovato particolarmente rilevante l’uso di incidere il bronzo con linee frastagliate di contorno per racchiudere i personaggi protagonisti della scena in un ambiente roccioso, nello specifico la grotta.
Gli Etruschi ben conoscevano le grotte.

Come scrissi nel mio elaborato:
“Dopo un’attenta lettura delle interpretazioni fornite nel CSE e un’analisi personale delle immagini si è stabilito, per chiarezza, di indicare, in questo elaborato, con la voce “grotta” l’incisione ondulata che ricorda la natura del suolo roccioso, ma che si estende anche ai lati della scena fin sopra alle teste dei personaggi.
Non sempre è stato facile distinguerla dalla vegetazione di tipo frondoso e dalle wavy lines intese come nuvole o rappresentazioni mistiche dell’aura divina di cui parla nei suoi studi Gisela Walberg. A volte il mito stesso a cui la scena fa riferimento conferma la presenza della caverna ad avvolgere, celare e garantire intimità alle azioni.”
Mircea Eliade, antropologo delle religioni diceva: ‘Nella preistoria la caverna, spesso assimilata ad un labirinto e trasformata ritualmente in un labirinto, era insieme il teatro delle iniziazioni e il luogo dove si interrano i morti. A sua volta il labirinto era omologato al corpo della madre terra. Penetrare in quel labirinto equivaleva ad un ritorno alla madre.’

Ne deriva un semplice messaggio onnicomprensivo: la grotta è luogo di passaggio, luogo che unisce l’umano al sovraumano e, al tempo stesso, a ciò che è infero e ancora, si potrebbe convenire, luogo adatto alla scena mitica che prende forma.
La sua simbologia è profonda e ben radicata all’interno di innumerevoli culture in tutto il mondo. Da sempre l’uomo l’ha considerata più di una semplice cavità, che fosse naturale o artificiale. Ne sono un esempio la grotta della dea Ilizia, presso Amnisos, il porto di Cnosso, le grotte sacre del deserto del Tassili in Algeria, la grotta di Chauvet in Francia o quella di Cuevas de las Manos in Argentina e ancora la sacra grotta di Lourdes.

Attualmente le grotte conosciute in Toscana e inserite nel Catasto Nazionale delle Grotte d’Italia sono ben 1843 di cui 1300 si trovano solo nella’area carsica delle Alpi Apuane, dunque gli Etruschi stessi dovevano avere una certa familiarità con caverne e grotte naturali per la morfologia del territorio in cui abitavano.
Non da meno lo modificavano profondamente. Evidenti resti del loro operare sono le cosiddette “vie cave”.

“Queste strade concepite presumibilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C. si presentano come profonde incisioni nei ripiani tufacei ubicati nella parte meridionale della Toscana, nella valle media del Fiora e, in particolare nella valle del suo affluente, il Lente, tra i comuni di Sorano e Pitigliano”. Gli Etruschi, quindi, scavarono nella roccia tufacea, facilmente plasmabile, gallerie a cielo aperto, le “tagliate”, in alcuni tratti chiuse in alto dalle fitte fronde degli alberi. Tali vie cave che passavano in prossimità di necropoli erano larghe tra 1 e 4 metri e avevano una profondità che raggiungeva anche i 25 metri. Il microclima creatosi in questi stretti passaggi favorisce e favoriva la crescita di muschi, licheni e felci. Si potrebbe pensare a queste tagliate come delle vie di passaggio, ma il fatto che spesso corrono parallele, hanno talvolta andamento tortuoso e labirintico e conducono al medesimo luogo, smentisce questa loro funzione. Forse avevano una finalità differente e misteriosa, come fa notare Catacchio : “Per molte comunità antiche alcuni paesaggi fisici, reali, assumono valori particolari, sono uno spazio non neutro ma vissuto, carico di elementi simbolici e ideologici: il paesaggio mentale si sovrappone a quello reale.
Il territorio dell’Etruria corrisponde all’incirca all’attuale Toscana con i confini orientali e meridionali segnati dal corso del Tevere, quello occidentale dal Mar Tirreno e quello settentrionale dalla valle dell’Arno, con influenze alla fine del VI secolo avanti Cristo verso nord nella pianura Padana e verso sud nella Campania. Considerata tale estensione geografica, gli Etruschi avevano sicuramente confidenza con paesaggi variegati, ma il centro in cui la civiltà Rasenna si è radicata e sviluppata è un territorio per lo più collinare con rilievi montuosi, anche se modesti, e, in parte, di natura vulcanica in cui la pietra caratteristica è il tufo.

La roccia, magmatica, calcarea o tufacea e, di conseguenza, un paesaggio aspro e impervio, con speroni di roccia e altipiani era, dunque, familiare al popolo Rasna in quanto parte integrante del suo ambiente di vita. Per questo motivo, forse, compare, frequentemente negli specchi, sotto forma di suolo roccioso, grotta o singolo elemento, come supporto scenografico all’azione dei personaggi. A questa prima tautologica lettura si potrebbe avanzare anche l’ipotesi di una relazione tra le figure rappresentate e la natura retrostante.

Dunque riprodurre paesaggi rocciosi, antri e grotte era una “moda”, un’emulazione del reale, un retaggio di mitologia oppure un significato simbolico più profondo?
Proviamo a spostarci sia geograficamente che temporalmente lontano, fino alle isole del pacifico in cui i popoli della Polinesia misero piede relativamente tardi, durante un lungo processo migratorio dal 300 a.C che si protrae fino all’800 d.C.
Nella isole Hervey, appartenenti all’arcipelago delle Cook meridionali vi è un’isola che porta il nome di Mangaia. Si erge per circa 3750 metri sopra il livello del mare e cresce sopra un’area vulcanica e come molte isole della zona presenta incredibili barriere di corallo non lontano dalle sue coste. Ma quello che è davvero interessante di quest’isola è che presenta al suo interno grandi formazioni rocciose e incredibili caverne. Si credeva che Mangaia fosse il punto di passaggio per le anime dei morti verso Avaiki, il regno dei morti, dove regnava la dea Miru, che in molto somiglia all’italica Ecate. (anche Miru come Ecate è una dea ctonia, infera e ha delle figlie, come demoni dal nome Tapairu, simili alle figlie della dea italica, conosciute come Empuse).

Si credeva che ci fosse un profondo e oscuro passaggio direttamente sull’abisso in riferimento a una grotta sull’Oceano.
Ed ecco che ancora una volta l’antro della terra, in cui l’uomo trova da sempre riparo, è anche il frutto dell’inconoscibile, della sua paura più grande, quella della morte.
Eppure in tutto questo mi piacerebbe poter leggere una felice anche se inconscia associazione alla speranza che la morte rappresenti un’altra vita e come tale, nuovamente, d’obbligo, deve passare da una cavità oscura di un silente, incubante grembo materno della Terra.

BIBLIOGRAFIA:
M. Eliade: Trattato di Storia delle Religioni, Torino, 1976.
G.Walberg, Tradition and Innovation. Essays in Minoan Art. Mainz am
Rhein: Verlag Philipp Von Zabern. 1986.
Negroni Catacchio N., Cardosa M., Pitone M. R., Dalla grotta naturale al tempio, tra natura e artificio: forma ed essenza del luogo sacro in Etruria durante l’età dei metalli, in Antropologia e archeologia a confronto: rappresentazioni e pratiche del sacro, atti dell’incontro internazionale di studi, Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” (20-21 maggio 2011), Nizzo V., La Rocca L. (a cura di), Roma, 2012.
R. Williamson, Religious and cosmic beliefs of central Polynesia, Cambridge, 1933.
S.Feltrin, Elementi del paesaggio naturale negli specchi etruschi, 2017.

Luigi Bavagnoli ancora docente del Corso Cicap 2019 a Roma

Dopo il successo dell’edizione 2018 del corso organizzato dal Cicap, tenutosi a Milano, il 2019 riparte con la nuova edizione del corso per Indagatori di Misteri, che si è tenuto a Roma nelle giornate del 16 e del 17 marzo 2019.

A condividere la scena con Luigi Bavagnoli sono stati i docenti Andrea Berti e Francesco Grassi.

Fantasmi, alieni e cerchi nel grano al quarto incontro del corso CICAP
https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=278521