Galleria della Cittadella di Casale Monferrato - L'accesso alla prima galleria scoperta del campo trincerato della Cittadella di Casale Monferrato. (C) Elisa Branca

La ricerca dei sotterranei della Cittadella di Casale

Su incarico del Comune di Casale Monferrato abbiamo intrapreso la ricerca e lo studio degli ambienti sotterranei sopravvissuti della Cittadella di Casale Monferrato (AL).

L’opera nasce ai tempi dei Paleologi verso la fine del XVI secolo e viene ampliata nei secoli successivi dai Gonzaga, dagli Spagnoli e poi ancora dai Francesi in seguito al trattato di Cherasco che la consegna ai Gonzaga-Nevers, fino alla sua quasi totale demolizione.

Ha superato gli assedi della prima metà del ‘600 da parte degli spagnoli guidati da Don Gonsalvo de Cordova e dal genovese Ambrogio Spinola.

Si sono succeduti nomi celebri come quello di Germanico Savorgnan, architetto militare al servizio di Vincenzo I Gonzaga; o come Ferdinando Carlo, duca di Mantova, macchiatosi della viltà del tradimento, essendosi segretamente accordato con Luigi XIV di Francia per la cessione di Casale e della Cittadella, mettendo in scena un falso assedio; o ancora come il noto e ammirato generale Nicolas Catinat.

Dopo la farsa del falso assedio, durato dodici giorni, il 9 luglio del 1695 avviene la resa ed inizia lo smantellamento della piazzaforte.

Ultimi importanti modificazioni alla struttura avvengono nella seconda metà del XIX secolo, quando si demoliscono altre fondamenta e si realizza la corona fortificata che comprende i bastioni di San Carlo, San Giorgio e Santa Barbara, area che prende il nome di Campo Trincerato.

L’interesse verso gli ipogei rimasti ritorna nel dicembre 2003 quando Luigi Bavagnoli, presidente dell’associazione speleo-archeologica Teses di Vercelli, segnala al Comune di Casale Monferrato una piccola cavità che da accesso ad un’opera cunicolare, all’interno del ‘campo trincerato’. Evidenziato l’avvallamento con una transenna, tutto resterà immutato per ben sedici anni, quando l’Amministrazione di Federico Riboldi incarica Teses di approfondire lo studio.

Con i ricercatori Elisa Branca, Carlo e Davide Celoria, inizia la riscoperta di un passato troppo a lungo dimenticato.

Foto (C) Elisa Branca

La leggenda del lago sotterraneo sotto l’abbazia di S. Andrea a Vercelli (Piemonte, VC)

Il cardinale Guala Bicchieri diede ordine di costruire la basilica dedicata a S. Andrea nel 1219. Otto anni dopo vedeva la luce questo meraviglioso complesso di architettura religiosa che fonde elegantemente elementi di romanico e di gotico europeo.
Oggi è ancora qui tra di noi, imponente e maestoso. Un vero gioiello, vanto della città, famoso per il galletto in ferro battuto che svetta dalla sommità della torre di sinistra ed il rosone posto al centro della facciata. Ma esistono storie parallele, leggende meno note, aneddoti e curiosità spesso tramandate oralmente che, purtroppo, non raggiungono tutte le persone che vi transitano davanti ogni giorno. Come l’esistenza di due raffigurazioni lignee di Adamo ed Eva, curiosamente dotate di ombelico o, ancora, le numerose incisioni ancora parzialmente leggibili all’interno dei portali della facciata che rappresentano il nodo di Re Salomone, uno stemma araldico, un fiore di loto, il calvario e così via. Una di queste storie narra dell’esistenza di estesi sotterranei, che, seppur parzialmente, ho avuto modo di esplorare. Non solo. La tradizione parla anche della presenza di un suggestivo lago sotterraneo. 
In molti ritengono che la chiesa stessa sia stata costruita su di un lago, lasciando intendere un ambiente ipogeo degno della fantasia del miglior Verne. E così i racconti vengono tramandati dalla bocca all’orecchio e questa informazione prende forma ed acquisisce dettagli, fin troppo spesso frutto della fantasia. Diventa una grotta, ricca di concrezioni, con un parapetto e addirittura una piccola zattera in legno che avrebbe permesso, ai più coraggiosi, di arrivare sull’altra sponda.

FINALMENTE IL VIDEO

 

Questo fiabesco ambiente sarebbe stato raggiungibile da uno dei numerosi cunicoli che, sempre a detta della tradizione popolare, si snoderebbero sotto al complesso abbaziale.
Quando tengo conferenze e incontri a Vercelli o nel vercellese, una delle domande ric01orrenti è sempre incentrata su questo mistero. E, fino a sabato scorso, ho sempre e solo potuto rispondere enunciando le mie personali ipotesi ed interpretazioni. Anche in questa occasione, ho parlato a Carlotta Gianella, giornalista de La Sesia, di queste teorie, prima di poter scendere nel sottosuolo e verificare de visu. Un ringraziamento particolare va agli amici de La Rete, gruppo eterogeneo di volontari che hanno a cuore la città di Vercelli, che ha preso in mano l’aspetto burocratico per ottenere le autorizzazioni necessarie a compiere questa indagine.

Quattro immagini che mostrano il primo ambiente, attualmente asciutto

Ero a conoscenza di questa leggenda fin da bambino, quando mio nonno usava raccontarmi storie di questo tipo, legate alla mia città ed alla mia terra.
Ma solo in seguito alla fondazione dell’associazione Teses decisi che era giunto il momento per saperne di più.
Potevamo escludere l’esistenza di grotte nel vercellese dalla semplice formazione geologica del territorio, che, essendo una pianura di origine alluvionale, non poteva che essere composta da stratificazioni di terreni sciolti quali fanghi, sabbie ed argille.
Purtroppo già questo elemento ci portava ad escludere la tanto fantasiosa quanto affascinante ipotesi di un lago sotterraneo.

E così ho iniziato a chiedermi che cosa avesse potuto originare tale storia. Pensavo e ripensavo ad un lago sotterraneo, un bacino d’acqua ipogeo, una cisterna.
Ecco, molto probabilmente dovevamo aspettarci una cavità artificiale, di tipo idraulico, realizzata per la conservazione dell’acqua. Questo scenario diveniva sempre più verosimile e non presentava punti deboli.
Le successive scansioni georadar, effettuate all’esterno del complesso, rilevarono l’esistenza di una grande cavità rettangolare, compatibile con quanto ci aspettavamo di trovare. Non solo, lo strumento indicò anche l’esistenza di alcune anomalie, disposte con simmetria e regolarità che, in pianta, erano coerenti con la presenza di possibili pilastri.
Non restava che ottenere le necessarie autorizzazioni per alzare il tombino e scendere, ancora una volta, nel cuore della leggenda. Nel prato retrostante al chiostro è iniziata la nostra esplorazione. Il chiusino indicato dalla ricerca viene finalmente sollevato e le nostre luci fendono l’oscurità. La tentazione di sbirciare subito all’interno va tenuta a bada, occorre analizzare la qualità dell’aria per evitare spiacevoli incidenti.
Scendo per primo, valutando eventuali rischi che gli altri membri de La Rete avrebbero potuto incontrare. La struttura appare ampia, si estende per oltre venti metri con una larghezza che supera i quindici. Noto subito una serie di pilastri a sostegno della volta, disposti con regolarità. Alcuni muri di calma rendono irregolare un ambiente invece pulito e simmetrico.

Serie di sei immagini relative al secondo ambiente esplorato, quello allagato e ricco di concrezionamenti particolarmente lunghi.

Sono leggibili tanti dettagli, l’ambiente si presenta umido ma asciutto ed il famigerato pozzo sotto pressione risulta ben sigillato e non spaventa. Esploriamo l’ambiente effettuando un primo rilievo speditivo, annotando la presenza di una cabina elettrica ricavata all’interno di questa grande cavità. E’ impossibile fare a meno di pensare che la destinazione d’uso di questo sito fosse quella di conservare l’acqua e che quindi un tempo fosse una grande cisterna capace di ospitare un migliaio di metri cubi di acqua.
Osservando le pareti notiamo però un’anomalia, una tamponatura. Ci domandiamo quindi dove, un tempo, potesse condurre. Terminate le operazioni ci soffermiamo a ragionare sui dati raccolti, con la soddisfazione di aver finalmente potuto osservare ciò che ha originato questa curiosa leggenda.
Sul prato, accanto ai nostri zaini, si trovano altri tombini. Richiediamo l’apertura di quello che, allo stato attuale delle indagini, pare essere il più prossimo alla tamponatura vista nell’ambiente ispezionato. Tramite una scaletta di metallo scendiamo nuovamente nel sottosuolo cittadino e troviamo la medesima tamponatura, ovviamente visibile dal lato opposto. Quel vano, pur essendo di modeste dimensioni, presenta una graditissima sorpresa! 
Una breccia in una delle pareti permette di accedere ad un ambiente che sembra più vasto. Dirigiamo il fascio delle luci dei nostri caschetti nell’oscurità. Con ancora più grande stupore appare ai nostri occhi un altro ambiente, grande quanto il primo visitato e in buona parte allagato. Un tempo doveva trattarsi del medesimo serbatoio ipogeo, quello realizzato nel 1909, poi separato. Tra i muri ed i pilastri si intravedono quella che era la vecchia scala di accesso, ormai inutilizzabile, alcune vasche e dei pilastri realizzati per il sostegno di tubature oggi scomparse. Alla luce di questo ambiente, che nella sua totalità si estende per 25 metri per 35, si rendono necessari studi più accurati ed approfonditi orientati a migliorare la comprensione del sito nella sua totalità. L’indagine è stata decisamente positiva: questo nuovo ambiente, grazie anche alla quantità di acqua al suo interno, fa proprio pensare a quel misterioso quanto fantomatico lago sotterraneo di cui tutti abbiamo sentito raccontare in una delle leggende più importanti di Vercelli.
Seguono alcune immagini relative alle restituzioni del rilievo effettuato in occasione del primo sopralluogo, che facilitano la comprensione del manufatto. Indubbiamente si tratta di un ottimo spunto per future e più approfondite indagini.

Non ultimo un ringraziamento alla società ATENA S.p.A. di Vercelli rappresentata in campo dai tecnici Fabrizio Conti e Andrea Sarasso.
La società ha permesso, dopo gli opportuni aspetti burocratici e formali, la visita agli ambienti in piena sicurezza attraverso propri mezzi e risorse, fornendo anche tutte le informazioni tecnico/storiche richieste sul manufatto.

Esplorazione del pozzo di Salita al Castello, Saluzzo (CN)

A diciotto anni di distanza l’uomo è nuovamente sceso all’interno del pozzo di Salita Castello a Saluzzo, in provincia di Cuneo.
Dal 2001, quando è stato casualmente riportato alla luce in seguito a lavori di rifacimento del manto stradale, la voragine alla base della Castiglia, la dimora preferita dai Marchesi di Saluzzo, ha alimentato le fantasie di molti saluzzesi e di altrettanti turisti. All’epoca la discesa venne condotta del Gruppo Speleologico Valli Pinerolesi, i cui esploratori si calarono fino ad incontrare l’acqua che celava la prosecuzione dell’ambiente. Ai tempi si propose l’immersione ma il progetto non ebbe seguito.

(C) Elisa Branca
Le operazioni di studio del pozzo di Salita Castello. (C) Elisa Branca

Da allora la cavità, al centro della strada carrozzabile, protetta da una robusta grata metallica ed evidenziata da una sobria ringhiera in metallo, è diventata oggetto di ipotesi e di azzardi. Si raccontava che all’interno di questo vuoto potessero esistere dei passaggi laterali, camminamenti o angusti cunicoli capaci di trasformarsi, alla bisogna, in invisibili e discrete vie di fuga.

Per molti, questo manufatto sarebbe stato molto antico, per altri relativamente recente, per alcuni solo vecchio.
Finalmente il 27 aprile 2019 avviene l’esplorazione integrale della cavità grazie all’Amministrazione Comunale di Saluzzo, che qui si ringrazia, la quale ha approvato con entusiasmo la richiesta dell’associazione speleo archeologica Teses di Vercelli.

Viene quindi organizzata una squadra di professionisti, alcuni dei quali già colleghi di esplorazioni comuni, come lo studio dell’abisso di quasi ottanta metri di profondità che si apre presso la Locanda dei Gelsi a Villar San Costanzo.
Durante il briefing iniziale si unisce Alda Uberti, appassionata di storia locale, per condividere le sue conoscenze in merito alla storia del luogo.
Grazie ai tecnici del SASP, composta da Luigi Richard, Alberto Fantone, Giorgio Ficetto e da Daniele Finguello, gli esploratori si sono potuti concentrare esclusivamente sulle operazioni di indagine affidando loro ogni dettaglio sulla sicurezza della calata nel sottosuolo.

(C) Paola Malta
Fase di documentazione (C) Paola Malta

Luigi Bavagnoli, presidente di Teses ha effettuato la prima discesa di valutazione, bonificando il passaggio per le successive calate, verificando la qualità dell’aria e la profondità del tratto sommerso. La presenza di acqua per oltre cinque metri di profondità ha confermato la necessità di introdurre nel pozzo un Rov subacqueo dotato di videocamera ad alta risoluzione, fornito dalla SORS, Squadra Operativa Ricerche Speciali. La documentazione video fotografica è stata affidata alla ricercatrice Elisa Branca.

Su di un monitor esterno è stato possibile visualizzare in tempo reale ciò che il piccolo robot riprendeva.
Mentre le operazioni venivano seguite dal cielo grazie al drone aereo di Aergeo, pilotato da Davide Giordano, si è deciso essere necessario l’intervento dello speleo sub Gherardo Biolla, istruttore Full Cave della subacquea FSAS, che nel frattempo si è preparato indossando la propria attrezzatura.
Lo stato di salute e di efficienza degli esploratori è stato costantemente supervisionato dal dott. Gianluca Tesio durante tutto il periodo necessario alla raccolta dati, fino al termine delle operazioni ed alla messa in sicurezza del sito.
In seguito all’immersione, Bavagnoli è ritornato nella cavità con l’appoggio in superficie della ricercatrice Elisa Branca, per procedere con lo studio del manufatto. Nella parte inziale del pozzo e per i primi quattro metri e venti, la canna appare rivestita in laterizi, certamente aventi funzione di sostegno della strada sovrastante e di irrobustimento della testa. Sono state campionate le misure di diversi mattoni al fine di consentire una successiva indagine mensiocronologica. La canna presenta in questo tratto un diametro di poco inferiore al metro e mezzo.
Da lì fino al fondo, che si trova a meno ventiquattro metri di profondità, l’opera ipogea si presenta scavata nella roccia.
Il vuoto che si va quindi ad osservare appare simile ad un meandro naturale, di diametro maggiore rispetto al tratto iniziale. La voragine raggiunge i due metri e settanta centimetri per quasi tutta la sua lunghezza. In questo segmento, chiaramente irregolare, un occhio attento può notare in diversi tratti i segni lasciati dagli attrezzi di scavo di chi ha realizzato il manufatto.
Si tratta di segni molto fini, paralleli ed equamente distanziati, il che denota una certa cura con la quale l’asporto di materia sia stato eseguito. Alcuni di questi sono inclinati di 45° in un senso, mentre il corso successivo risulta inclinato di 45° dal senso opposto, ricordando la tipica tessitura detta a lisca di pesce che tanto caratterizza le fortificazioni medievali costruite con scampoli di fiume.

E se è chiaro che all’interno di un pozzo questa soluzione non sia affatto necessaria per fini estetici, immaginiamo che chi ha eseguito lo scavo fosse sicuramente un professionista, abituato a lavorare bene ed in modo curato.
Una maestranza così ricercata fa pensare ad un’opera affidata ad uno o più professionisti, sicuramente senza lesinare sulle spese.
Buona parte dei laterizi iniziali risultano parzialmente ricoperti da vegetazione e muschio, mentre le tracce di scavo presenti sulla roccia sottostante sono attualmente coperte da colate di calcite. In molti punti si sono verificati importanti distacchi di roccia, che oggi appaiono come fratture in antico. E’ possibile ipotizzare che i crolli siano avvenuti in fase
con la realizzazione della cavità, durante lo scavo della stessa o in una bonifica di consolidamento immediatamente successiva allo scavo. Attualmente la struttura appare solida e consolidata e non sono visibili fratture preoccupanti in termini di staticità.

La parte sommersa, che raggiunge un diametro massimo di tre metri e settanta, non ha rivelato alcuna prosecuzione, confermando la tipologia del manufatto come pozzo ordinario per la presa dell’acqua. Sul fondo sono presenti diversi detriti precipitati o gettati intenzionalmente al suo interno che occultano la reale base. Tra questi un grande frammento ligneo che è stato portato in superficie e consegnato al Comune di Saluzzo che, eventualmente potrà provvedere alle relative analisi o datazioni, sebbene non via siano certezze che lo colleghino al manufatto o al suo periodo di costruzione.
Nonostante la grata a protezione dell’imbocco all’altezza del piano di calpestio della strada, all’interno del pozzo sono presenti e visibili molti detriti ascrivibili a comune spazzatura gettata al suo interno da incivili, oltre a qualche moneta di valuta contemporanea.

Hanno partecipato alle operazioni e curato gli aspetti organizzativi e logistici Paola Malta, Rheo Roberto, Manuela Gens, Elisa Branca e Maurilio Chiri.
Si ringrazia la Croce Rossa Italiana, delegazione di Paesana, Balfor costruzioni meccaniche (Manta), Ironcut (lavorazione lamiere), Armeria Dama (Casale Monferrato).

 

Biografia: Dorothy Garrod

Riprendo quanto avevo introdotto nel precedente intervento, in merito all’importante ruolo svolto dalle donne in campo archeologico, e scelgo di farvi conoscere una grande archeologa poco nota ai più.
La possiamo considerare una vera e propria pioniera, anche se prima di lei si possono registrare altre donne dedite alle ricerche archeologiche (tra cui, in ordine di tempo, Sarah Belzoni e Hilda Petrie, moglie del ben più famoso Sir Flinders Petrie, considerato il padre dell’archeologia scientifica).

Dorothy Garrod

Dorothy Annie Elizabeth Garrod nacque ad Oxford il 5 maggio del 1892, unica figlia di Sir Archibald Garrod, medico inglese famoso per le indagini sui disordini congeniti del metabolismo e la scoperta dell’alcaptonuria. Fu la prima donna, nel 1939, ad essere nominata professore all’università di Cambridge e, nel 1968, la prima donna ad essere insignita della medaglia d’oro da parte della Society of Antiquaries di Londra.

Frequentò il Newnham College di Cambridge e si laureò in Antropologia al Pitt Rivers Museum, Università di Oxford, dove incontrò il Dr. Robert Ranulph Maret, archeologo francese specializzato nell’esplorazione di grotte (quasi un collega speleo-archeologo). Attraverso Maret potè conoscere Abbè Henri Breuil e Comte Bègouen e, sotto la loro egida, cominciare ad esplorare le caverne dipinte nei Pirenei.

Nel 1926 condusse una spedizione archeologica in Gibilterra, presso la grotta conosciuta come Devil’s Tower, precedentemente scoperta da Abbè Henri Breuil, ed in quell’occasione scoprì cinque parti del cranio di un bambino neandertaliano ed utensili in pietra appartenenti alla cultura musteriana. Nel 1928, durante il soggiorno presso la British School of Archeology di Gerusalemme, condusse delle indagini su una grotta di calcare a Shukba, in Palestina, scoprendo ossa fossili umani e strumenti di pietra simili a quelli ritrovati a Gibilterra. Lo stesso anno, il Dipartimento di Antichità del governo d’Israele le chiese di verificare e studiare gli strati all’interno della grotta Athlit, presso il Monte Carmelo. Lavorò alla missione insieme a Dorothea Bate ed insieme provarono che la grotta era stata utilizzata nel Paleolitico dagli uomini di Neanderthal, pubblicandone i risultati nel 1937 in The Stone Age of Mount Carmel. Da questi studi era riuscita a realizzare alcune correlazioni tra i resti faunistici e le condizioni climatiche ed ecologiche dei periodi in esame, mentre analisi simili condotte a Mugharet e a Tabune, in Palestina, le permisero un’ulteriore passo in avanti: ossia la teorizzazione dell’esistenza, nel medesimo arco di tempo, tra il più “avanzato” tipo di Uomo di Neanderthal a Tabun, e il tipo più “primitivo” ritrovato in Europa. Sulla base dei suoi studi Dorothy fu premiata dall’Università di Cambridge, nominata Dottore Onorario dall’Università della Pennsylvania e dal Boston College; nel 1939 venne inoltre nominata Disney Professor of Archaeology a Cambridge.

Durante la Seconda Guerra Mondiale entrò a far parte del Photographic Intelligence Service presso la RAF Medmenham, servendo nel Women’s Auxiliary Air Force. Al ritorno dalla guerra continuò ad insegnare fino all’età di sessant’anni (1952), quando decise di rassegnare le dimissioni per avere più tempo da dedicare alla ricerca sul campo e ai viaggi all’estero da dedicare agli scavi. Trascorse molto tempo a Parigi, Gerusalemme, Beirut e Saida e riuscì a stabilire la sequenza cronologica del Basso Paleolitico in Libano. Con J.G.D. Clark, nel 1965, scrisse il capitolo “Primitive Egypt, Western Asia, and Europe” per il Cambridge Ancient History. Sempre nel 1952 era stata eletta socio della British Academy e, nel 1965, Comandante dell’Order of the British Empire.

Morì pochi anni dopo, il 18 dicembre del 1968.

Poco o nulla si è saputo di lei fino al 1991, quando la Biblioteca del Museo di Antichità Nazionali ricevette in eredità gli scritti dell’archeologa francese Suzanne Cassou de Saint-Mathurin, morta quell’anno. Tra quelle carte si trovavano diari, lettere, fotografie e manoscritti di Dorothy Garrod, riscoperti dalla studiosa Pamela Jane Smith tramite un amico della famiglia Garrod.

Bibliografia:
International Women in Science: A Biographical Dictionary to 1950, Catharine M. C. Haines.

Luigi Bavagnoli: Manuale pratico di Archeologia del Sottosuolo: introduzione

0.2 – Introduzione

Lo studio delle opere sotterranee artificiali è assai complesso e vasto; ogni settore coinvolto non solo porta un contributo unico e specifico ma è complementare ad uno studio di archeologia tradizionale.
Le situazioni che si possono incontrare possono essere dissimili per tipologia, epoca, finalità, luoghi, territorio geologico, sviluppo, metodi costruttivi, fasi successive all’impiego.

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La vastità di contesti nei quali si opera comporta la necessità di poter contare su di una formazione approfondita e specializzata, spesso impensabile per un singolo individuo.
Nel corso del I° Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo[3], si è conseguito un importante risultato: partendo dai numerosi punti di contatto e di intersezione tra l’archeologia e la speleologia, si è definito un metodo comune per l’esplorazione e lo studio sistematico delle cavità artificiali. Ecco quindi la nascita di una nuova disciplina, anzi, di una ‘multi disciplina’ in cui convergono anche altre branche della scienza quali la geologia, l’architettura, l’antropologia, la storia e così via.
Ciò che è stato battezzato “archeologia del sottosuolo” è quindi il punto di partenza dal quale è possibile l’evolversi di uno studio integrale, esauriente ed assoluto delle opere sotterrane artificiali.
Gli ipogei di natura antropica, dall’antichità ad oggi, custodiscono inestimabili informazioni capaci di fornirci elementi esclusivi ed utili ad una più corretta e completa comprensione degli elevati e delle società passate.

Proprio gli elevati di una costruzione, di un qualunque tipo di insediamento ed a qualunque periodo storico appartengano, sono destinati a mutare nel tempo. L’azione erosiva degli agenti atmosferici li sgretola, l’utilizzo li deteriora e sovente è necessario l’intervento da parte dell’uomo per il relativo ripristino. A volte vengono invece rimaneggiati, ampliati, sostituiti, ricostruiti. O semplicemente demoliti, perché non più necessari, e talvolta interamente ricostruiti, al fine di assecondare più moderne necessità.
Raramente, però, tutte queste modifiche impattano nel medesimo modo sulle strutture che affondano nel sottosuolo, che spesso mantengono caratteristiche più facilmente leggibili anche a distanza di secoli, nonostante possibili reimpieghi, variazioni di utilizzo e parziali cedimenti[4].
E’ quindi giunto il momento in cui l’archeologo e lo speleologo, che da sempre marciano a passo sostenuto lungo diverse strade della conoscenza, distinte ma parallele, si congiungano e marcino insieme. Per fare questo è necessario un organo capace di coordinare le rispettive attività, avvicinandole sinergicamente e limando gli attriti che da sempre caratterizzano ogni loro rapporto.
Se l’archeologo ha maturato una sensibilità ed una metodologia altamente professionale, lo speleologo è in grado di muoversi e di raccogliere lucidamente dati in ambienti critici ed in situazioni di pericolo. La tolleranza, prima, e la fattiva collaborazione dopo, nascono solo nel momento in cui entrambi convergono con passione e curiosità verso il condiviso obiettivo di riscoprire il passato tramite indizi fino ad oggi ignorati o mantenuti lontani da un comune bacino di condivisione, rendendo quindi i singoli sforzi settoriali molto più sterili di quanto in realtà potrebbero essere cooperando.
La formazione accademica dell’archeologo richiede un tempo ed una dedizione che difficilmente lo speleologo o l’appassionato di un archeoclub possono trovare ma che non necessariamente racchiude le competenze per muoversi in ambienti ormai fatiscenti e pericolosi.
La forza e la resistenza psicofisica che si acquisiscono restando centinaia di ore avvolti dall’oscurità, soffrendo il freddo, l’umidità e la fatica, ma che al contempo rende in grado di leggere ciò che si incontra e di riportarlo in superficie con lucidità, fa parte di una non comune formazione ed attitudine che caratterizza la figura dello speleologo, quando mosso da vera passione.
Tuttavia, dopo anni di esperienza e di pratica in grotta, nel momento in cui si avvicina al mondo delle cavità artificiali, egli viene spesso tacciato di non possedere sensibilità archeologica. Questo in parte era vero fino ad una ventina di anni or sono; oggi chi si occupa seriamente di cavità artificiali, sa comprendere l’ambiente che lo circonda, riconosce le evidenze da repertare e non demolisce o danneggia le US[5] come ancora talvolta si crede.
L’archeologia del sottosuolo può perciò dare risultati importanti ed innovativi solo grazie ai contributi di ogni esperto coinvolto, che dovrà comprendere ed accettare che solo collaborando insieme si possono colmare le reciproche e fisiologiche lacune ed apprendere l’uno dall’altro ciò che né i soli libri né il solo strisciare nel fango potranno mai insegnare.
Occorre quindi calarsi ‘insieme’ nel sottosuolo, osservare attentamente ogni dettaglio e recuperare il maggior numero possibile di informazioni chiare e leggibili, da condividere e da interpretare in superficie.
La figura risultante da questo connubio, arricchita dalle competenze portate da numerose altre discipline (come appunto la geologia, l’architettura, la storia, etc…) è quella di un moderno esploratore capace di superare i limiti delle singole discipline ed in grado di usufruire di un bagaglio di conoscenze adatto ad affrontare situazioni e studi fino ad ora impensabili.
E’ oggettivamente inimmaginabile che un singolo individuo possa eccellere in ognuna delle discipline coinvolte, ma proprio definendo i campi di azione dei singoli esperti e le aree di intersezione in cui la collaborazione sinergica è necessaria, è possibile coordinare una squadra di specialisti creando un prezioso ponte di cui si è sempre sentita la necessità.
Questo ponte è l’Archeologia del Sottosuolo.

Note:

[3] I° Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo, tenutosi a Bolsena dall’8 all’11 dicembre 2005, organizzato dalla Federazione Nazionale Cavità Artificiali di cui l’autore è stato co-fondatore e consigliere per quattro anni.

[4] Si veda il caso del forte di Sandoval – Bavagnoli, L. “Il forte fantasma di Sandoval” – su L’Imprevisto n°5 – giugno 2010.

[5] Acronimo utilizzato per indicare le “Unità Stratigrafiche”, le basi per uno studio archeologico.

 

Quanto la TV smuove la cultura

Quanto la TV smuove la cultura?

Poco, pochissimo.
O forse parecchio?

Parlare di cultura in televisione non è facile, i tempi di un programma sono serrati, il linguaggio deve essere semplice e diretto.
Se non ci chiamiamo Angela, Sgarbi, Barbero o Daverio (mi perdoneranno gli altri che al momento non mi sovvengono) sarà veramente difficile trasmettere qualche cosa di comprensibile, in modo chiaro ed appassionante.
Perché poi è quello l’obiettivo, ficcare nella testa dei villani qualche informazione di carattere culturale. Sforzo omerico che prevedere l’apertura di un varco nel cervello degli italiani a discapito del calcio e delle chiappe delle veline.

Pur nei limiti dei rispettivi contenitori ho vissuto sulla mia pelle più volte queste sperimentazioni. Anni fa realizzai, per esempio, un documentario per il nostro canale YouTube, sulla Sfinge della Valganna, un labirinto di cunicoli artificiali, scavato per chilometri nelle colline in prossimità di Varese.
Luogo che studiavo dal lontano 2006, dopo averlo conosciuto tramite l’amico speleo-sub Amedeo Gambini.
Su internet il video stentò a decollare, nonostante la partecipazione della bellissima attrice inglese Jane Alexander, che aveva deciso di mettersi alla prova, con caschetto e scarponcini, strisciando nel fango con noi per almeno otto ore filate.

Parlammo poi di questo luogo anche su Rai 3, prima all’interno della rubrica Lombardia Ritrovata e poi nel contenitore Bell’Italia con Umberto Martini. E anche in quei casi nulla, all’apparenza, si smosse.
Fu poi il turno di Mistero, il noto programma di Italia 1, dove ho presentato in prima serata la rubrica Teses chiamata “Mystery Underground”. Ovviamente scrissi numerosi articoli su parecchi testate, settimanali e mensili. In pratica sfruttai tutti i canali possibili per far conoscere questo luogo ed i suoi enigmi al grande pubblico.

Risultato? Due gruppetti di aspiranti emuli ci andarono per fare delle riprese, senza comprendere minimamente cosa avessero davanti, almeno dal punto di vista storico ed archeologico. Stessa cosa che, probabilmente, avrei fatto io a quindici anni.

In seguito ci andarono almeno tre gruppi di GH, “Ghost Hunters”, per captare spiriti e fantasmi – a detta loro – celati in quei meandri.
Ecco, forse la TV non è il mezzo più indicato per parlare di certi argomenti, unitamente al fatto che evidentemente non sono in grado io per primo di riuscirci.

Si ha l’impressione che il pubblico televisivo sia sempre più superficiale, distratto e che non gradisca approfondire nulla. Forse figlio dell’era 2.0, in cui le informazioni, mai verificate, vengono assorbite solo dai titoli e non dai contenuti e condivise senza essere lette.

Poco, male e subito. Questo è il target a cui, purtroppo, ci rivolgiamo.

Aldo Manuzio, editore, tipografo, grammatico e…

Aldo Manuzio, nato a Bassiano a metà del XV secolo e morto il 6 febbraio 1515 a Venezia, è uno di quei personaggi che farei studiare a scuola ma che, purtroppo, viene spesso ignorato.

In quebortoluzzi-aldo-manuzio-2sta rubrica di appunti sparsi e caotici, che considero pillole di curiosità che magari trovate interessanti da leggere tra una notizia inutile ed un fake tanto condiviso su Facebook, spendo due righe per parlarvi di lui.

Aldus Mannucius, come usava firmarsi nelle prime edizioni che produceva, studiò con Giovanni Pico della Mirandola e fu anche tutore di suo nipote, il principe Alberto III Pio. Pare che fu proprio Alberto, successivamente a finanziare le sue prime stampe.

Aldo, che fu anche insegnante, va ricordato per la caparbietà con la quale perseguì il suo obiettivo di creare una tipografia che producesse edizioni stampate dei capolavori della letteratura e della filosofia greca e latina, per diffonderne la conoscenza, altrimenti destinata a ridursi sempre più fino a scomparire.
La creò a Venezia, negli anni dello splendore della Serenissima, alcuni decenni dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente.

Ammirevole lo spirito che animava il suo lavoro: diede sempre più importanza alla qualità delle sue opere, piuttosto che sacrificarla a favore del profitto. Il forte impeto di far conoscere la cultura greca lo portò a realizzare il suo sogno, ovvero quello di fornire testi impeccabili a costi contenuti, al fine di allargare il più possibile il bacino di utenti.

Ultima curiosità, nel 1502 fondò l’Accademia Aldina, cui fecero parte anche Pietro Bembo ed Erasmo da Rotterdam, che aveva come scopo primario la divulgazione degli studi ellenistici, tant’è che i membri dovevano comunicare tra di loro solo ed esclusivamente in greco.
In caso di errore dovevano pagare una multa, seppur di modesta entità, che avrebbe alimentato un fondo comune.

Concludiamo quindi con un ‘grazie Aldo‘, grazie per aver pubblicato Aristotele, Cicerone, Catullo, Virgilio, Omero, ma anche Tucidide, Sofocle, Erodoto e Ovidio, per citare gli autori più importanti.

E non dimentichiamo quel curioso Hypnerotomachia Poliphili, che ispirò il romanzo ‘Il codice del quattro‘ di Ian Caldwell e Dustin Thomason.