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Articoli pratici, testi, estratti, manuali. Formazione teorica e pratica sul tema dell’Archeologia del Sottosuolo e sullo studio delle cavità artificiali.

DA HAWAIKI A AOTEAROA: caccia al polpo gigante di Selene Feltrin

Se Hawaiki era considerato il regno dei morti dalle popolazioni del Pacifico che emigrarono in Nuova Zelanda, è anche vero che probabilmente era il nome della terra da cui provenivano.

Questa è una leggenda legata al mare e alle rocce che merita di essere raccontata, anche perché noi Europei poco sappiamo circa le genti del Pacifico  e della loro mitologica origine.

Si dice che Kupe fosse capo di una tribù di pescatori che vivevano nella terra di Hawaiki. Da sempre, all’alba, la sua gente usciva con le waka per gettare le reti da pesca e al tramonto tornava a raccogliere gli abbondanti frutti del lavoro. Il mare era sempre stato generoso nell’elargire loro i suoi doni, ma un infausto giorno le cose  cominciarono ad andare diversamente e tutti iniziarono a credere che la magra fosse  dovuta a un torto fatto al dio del mare Tangaroa.

Dopo notti di preghiere al dio, scongiurato ogni possibile malinteso e inadempienza, gli abitanti di Hawaiki tornarono a pescare, ma l’esito fu il medesimo. L’occhio attento di Kupe, questa volta però, si accorse che la pesca di per sé copiosa era stata sottratta loro da una gigantesca e vorace creatura. Dalle tracce lasciate doveva trattarsi di un polpo. Kupe conosceva soltanto una persona che possedeva un wheke come animale da compagnia e costui era Muturangi, che viveva con la sua gente in un’isola poco distante  da Hawaiki. Quando Kupe si confrontò con il rivale, questi forte dell’invincibilità del suo animale, lo minacciò costringendolo a prendere provvedimenti per salvare la sua gente.

Così ad Hawaiki tutti si misero all’opera per costruire una grande waka che potesse affrontare l’oceano e resistere agli attacchi di quella gigantesca e mostruosa  creatura marina.

Quando l’imbarcazione fu pronta gli isolani presero il mare per cacciare la bestia e la inseguirono per giorni. Purtroppo la distesa d’acqua e la battuta sembravano non finire mai al contrario delle scorte di viveri che ben presto cominciarono a scarseggiare.

Sul punto di arrendersi scorsero in lontananza una lunga nube bianca che indicava la presenza di una terra vicina.

Felici, la chiamarono “Aotearoa” la chiamarono – terra della lunga nuvola bianca -,  oggi nota come  “Nuova Zelanda”.

Kupe appena toccò terra, con  il suo waka, sulla costa orientale di Aotearoa, provò stupore e meraviglia per l’incantevole bellezza di quell’isola che, il  lungo ma non vano   inseguimento via mare, lo aveva portato a scoprire.            

Una terra che sarebbe stata la patria dei suoi discendenti.

Certamente Kupe e i suoi valorosi pescatori, grazie alla resistente imbarcazione e alle  armi in loro possesso, riuscirono infine a sconfiggere il grande polpo  mozzandone, uno ad uno, tutti i tentacoli.                                                

Ciò che davvero è interessante è il finale della leggenda:

Nā, ko te whakaaro kē mō te wheke o Muturangi, he tohu aituā, heoi anō, nā tērā taniwha rātau i ārahi mai ki tēnei ao hou, arā, ki Aotearoa, he whenua e mōhio ana a Kupe ka noho hei tūrangawaewae mō tōna iwi o Hawaiki.

Kupe era un eroe e aveva sconfitto il mostro di Muturangi e dopo questa impresa la sua gente si spostò in varie parti della Nuova Zelanda stabilendosi per fare rifornimenti per tornare alla Terra di Havaiki.

“Stabilirsi” sembra voler suggerire l’idea che il popolo volesse restare in quella nuova terra scoperta, mentre “per fare rifornimento e ritornare ad Hawaiki” indica l’intenzione e il desiderio di far ritorno alla terra natia.                                  

Questa marcata contraddizione potrebbe trovare soluzione in un ritorno non fisico, bensì spirituale verso il mondo potrebbe da cui erano giunti, verso il loro “Paradiso perduto”.

Tra le varie zone in cui Kupe e le sue genti si insediarono, vi era la terra di Hahei, oggi conosciuta come Cathedral Cove, una spiaggia apprezzata dai turisti di tutto il mondo.

Hahei si trova all’estremità settentrionale di una cintura di rocce vulcaniche acide (gruppo Whitianga) che copre gran parte del lato orientale della penisola di Coromandel.

Le bianche spiagge e le caverne rocciose in cui le onde si infrangono e che spesso il mare riempie e avvolge completamente furono la meta scelta da Hei, fratello di Kupe, anch’esso pescatore di Hawaiki.

Fu proprio qui che crebbe e visse il popolo degli Ngati Hei finché, la storia ci racconta, nel 1818 fu attaccato dalla tribù di Nga Puhi e quasi completamente spazzato via.  I superstiti fuggirono lasciando la terra deserta. Un approfondimento sulla morfologia delle rocce presenti è disponibile nel “Journal of the Royal Society of New Zealand” nella bibliografia.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Rhyolite domes and pyroclastic socks (Whitianga Group) of the Hahei Area, Coromandel Peninsula

The Great Canoes in the Sky: Starlore and Astronomy of the South Pacific Di Stephen Robert Chadwick, Martin Paviour-Smith

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IL GREMBO DELLA TERRA: TRA ETRURIA E ISOLE COOK di Selene Feltrin

Il comune denominatore è l’uomo. Nella sua sfaccettata e apparente complessità il reticolo del comportamento umano ha intrecci che sono le “parole chiave” di interpretazione.
L’uomo all’inizio della civiltà si adatta al territorio , lo studia, gli da un nome, lo ama per i doni e lo teme per i pericoli. In questo senso la geografia influisce sulle religioni, poiché il primo dio con cui viene a contatto e deve confrontarsi è la terra in cui vive e cresce.
Durante degli studi compiuti sul paesaggio naturale rappresentato sugli specchi etruschi ho trovato particolarmente rilevante l’uso di incidere il bronzo con linee frastagliate di contorno per racchiudere i personaggi protagonisti della scena in un ambiente roccioso, nello specifico la grotta.
Gli Etruschi ben conoscevano le grotte.

Come scrissi nel mio elaborato:
“Dopo un’attenta lettura delle interpretazioni fornite nel CSE e un’analisi personale delle immagini si è stabilito, per chiarezza, di indicare, in questo elaborato, con la voce “grotta” l’incisione ondulata che ricorda la natura del suolo roccioso, ma che si estende anche ai lati della scena fin sopra alle teste dei personaggi.
Non sempre è stato facile distinguerla dalla vegetazione di tipo frondoso e dalle wavy lines intese come nuvole o rappresentazioni mistiche dell’aura divina di cui parla nei suoi studi Gisela Walberg. A volte il mito stesso a cui la scena fa riferimento conferma la presenza della caverna ad avvolgere, celare e garantire intimità alle azioni.”
Mircea Eliade, antropologo delle religioni diceva: ‘Nella preistoria la caverna, spesso assimilata ad un labirinto e trasformata ritualmente in un labirinto, era insieme il teatro delle iniziazioni e il luogo dove si interrano i morti. A sua volta il labirinto era omologato al corpo della madre terra. Penetrare in quel labirinto equivaleva ad un ritorno alla madre.’

Ne deriva un semplice messaggio onnicomprensivo: la grotta è luogo di passaggio, luogo che unisce l’umano al sovraumano e, al tempo stesso, a ciò che è infero e ancora, si potrebbe convenire, luogo adatto alla scena mitica che prende forma.
La sua simbologia è profonda e ben radicata all’interno di innumerevoli culture in tutto il mondo. Da sempre l’uomo l’ha considerata più di una semplice cavità, che fosse naturale o artificiale. Ne sono un esempio la grotta della dea Ilizia, presso Amnisos, il porto di Cnosso, le grotte sacre del deserto del Tassili in Algeria, la grotta di Chauvet in Francia o quella di Cuevas de las Manos in Argentina e ancora la sacra grotta di Lourdes.

Attualmente le grotte conosciute in Toscana e inserite nel Catasto Nazionale delle Grotte d’Italia sono ben 1843 di cui 1300 si trovano solo nella’area carsica delle Alpi Apuane, dunque gli Etruschi stessi dovevano avere una certa familiarità con caverne e grotte naturali per la morfologia del territorio in cui abitavano.
Non da meno lo modificavano profondamente. Evidenti resti del loro operare sono le cosiddette “vie cave”.

“Queste strade concepite presumibilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C. si presentano come profonde incisioni nei ripiani tufacei ubicati nella parte meridionale della Toscana, nella valle media del Fiora e, in particolare nella valle del suo affluente, il Lente, tra i comuni di Sorano e Pitigliano”. Gli Etruschi, quindi, scavarono nella roccia tufacea, facilmente plasmabile, gallerie a cielo aperto, le “tagliate”, in alcuni tratti chiuse in alto dalle fitte fronde degli alberi. Tali vie cave che passavano in prossimità di necropoli erano larghe tra 1 e 4 metri e avevano una profondità che raggiungeva anche i 25 metri. Il microclima creatosi in questi stretti passaggi favorisce e favoriva la crescita di muschi, licheni e felci. Si potrebbe pensare a queste tagliate come delle vie di passaggio, ma il fatto che spesso corrono parallele, hanno talvolta andamento tortuoso e labirintico e conducono al medesimo luogo, smentisce questa loro funzione. Forse avevano una finalità differente e misteriosa, come fa notare Catacchio : “Per molte comunità antiche alcuni paesaggi fisici, reali, assumono valori particolari, sono uno spazio non neutro ma vissuto, carico di elementi simbolici e ideologici: il paesaggio mentale si sovrappone a quello reale.
Il territorio dell’Etruria corrisponde all’incirca all’attuale Toscana con i confini orientali e meridionali segnati dal corso del Tevere, quello occidentale dal Mar Tirreno e quello settentrionale dalla valle dell’Arno, con influenze alla fine del VI secolo avanti Cristo verso nord nella pianura Padana e verso sud nella Campania. Considerata tale estensione geografica, gli Etruschi avevano sicuramente confidenza con paesaggi variegati, ma il centro in cui la civiltà Rasenna si è radicata e sviluppata è un territorio per lo più collinare con rilievi montuosi, anche se modesti, e, in parte, di natura vulcanica in cui la pietra caratteristica è il tufo.

La roccia, magmatica, calcarea o tufacea e, di conseguenza, un paesaggio aspro e impervio, con speroni di roccia e altipiani era, dunque, familiare al popolo Rasna in quanto parte integrante del suo ambiente di vita. Per questo motivo, forse, compare, frequentemente negli specchi, sotto forma di suolo roccioso, grotta o singolo elemento, come supporto scenografico all’azione dei personaggi. A questa prima tautologica lettura si potrebbe avanzare anche l’ipotesi di una relazione tra le figure rappresentate e la natura retrostante.

Dunque riprodurre paesaggi rocciosi, antri e grotte era una “moda”, un’emulazione del reale, un retaggio di mitologia oppure un significato simbolico più profondo?
Proviamo a spostarci sia geograficamente che temporalmente lontano, fino alle isole del pacifico in cui i popoli della Polinesia misero piede relativamente tardi, durante un lungo processo migratorio dal 300 a.C che si protrae fino all’800 d.C.
Nella isole Hervey, appartenenti all’arcipelago delle Cook meridionali vi è un’isola che porta il nome di Mangaia. Si erge per circa 3750 metri sopra il livello del mare e cresce sopra un’area vulcanica e come molte isole della zona presenta incredibili barriere di corallo non lontano dalle sue coste. Ma quello che è davvero interessante di quest’isola è che presenta al suo interno grandi formazioni rocciose e incredibili caverne. Si credeva che Mangaia fosse il punto di passaggio per le anime dei morti verso Avaiki, il regno dei morti, dove regnava la dea Miru, che in molto somiglia all’italica Ecate. (anche Miru come Ecate è una dea ctonia, infera e ha delle figlie, come demoni dal nome Tapairu, simili alle figlie della dea italica, conosciute come Empuse).

Si credeva che ci fosse un profondo e oscuro passaggio direttamente sull’abisso in riferimento a una grotta sull’Oceano.
Ed ecco che ancora una volta l’antro della terra, in cui l’uomo trova da sempre riparo, è anche il frutto dell’inconoscibile, della sua paura più grande, quella della morte.
Eppure in tutto questo mi piacerebbe poter leggere una felice anche se inconscia associazione alla speranza che la morte rappresenti un’altra vita e come tale, nuovamente, d’obbligo, deve passare da una cavità oscura di un silente, incubante grembo materno della Terra.

BIBLIOGRAFIA:
M. Eliade: Trattato di Storia delle Religioni, Torino, 1976.
G.Walberg, Tradition and Innovation. Essays in Minoan Art. Mainz am
Rhein: Verlag Philipp Von Zabern. 1986.
Negroni Catacchio N., Cardosa M., Pitone M. R., Dalla grotta naturale al tempio, tra natura e artificio: forma ed essenza del luogo sacro in Etruria durante l’età dei metalli, in Antropologia e archeologia a confronto: rappresentazioni e pratiche del sacro, atti dell’incontro internazionale di studi, Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” (20-21 maggio 2011), Nizzo V., La Rocca L. (a cura di), Roma, 2012.
R. Williamson, Religious and cosmic beliefs of central Polynesia, Cambridge, 1933.
S.Feltrin, Elementi del paesaggio naturale negli specchi etruschi, 2017.

I giganti prediluviani di Saletta, descritti da Giovanni Battista Modena

La tradizione racconta che nella chiesa vercellese di San Cristoforo, sia stato custodito un dente appartenente ad un vero gigante.

Ne era convinto lo storico e canonico Giovan Battista Modena, che sosteneva di averne rinvenuto uno durante lo scavo di un fosso nei pressi di Saletta di Costanzana.

Alcune sue reliquie sarebbero state conservate in alcune chiese di Vercelli, San Cristoforo, appunto e la cattedrale di Sant’Eusebio.

Ne ho parlato in un capitolo del libro Vercelli Misteriosa, di Gian Luca Marino e qui, per la prima volta, mostro i risultati completi della ricerca che ho condotto per anni.

E’ qui disponibile il documento completo di foto, in formato PDF che racconta la mia indagine su questa leggenda che, almeno in parte, abbiamo svelato.

PDF – Luigi Bavagnoli – I giganti prediluviani

Luigi Bavagnoli: Manuale pratico di Archeologia del Sottosuolo: introduzione

0.2 – Introduzione

Lo studio delle opere sotterranee artificiali è assai complesso e vasto; ogni settore coinvolto non solo porta un contributo unico e specifico ma è complementare ad uno studio di archeologia tradizionale.
Le situazioni che si possono incontrare possono essere dissimili per tipologia, epoca, finalità, luoghi, territorio geologico, sviluppo, metodi costruttivi, fasi successive all’impiego.

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La vastità di contesti nei quali si opera comporta la necessità di poter contare su di una formazione approfondita e specializzata, spesso impensabile per un singolo individuo.
Nel corso del I° Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo[3], si è conseguito un importante risultato: partendo dai numerosi punti di contatto e di intersezione tra l’archeologia e la speleologia, si è definito un metodo comune per l’esplorazione e lo studio sistematico delle cavità artificiali. Ecco quindi la nascita di una nuova disciplina, anzi, di una ‘multi disciplina’ in cui convergono anche altre branche della scienza quali la geologia, l’architettura, l’antropologia, la storia e così via.
Ciò che è stato battezzato “archeologia del sottosuolo” è quindi il punto di partenza dal quale è possibile l’evolversi di uno studio integrale, esauriente ed assoluto delle opere sotterrane artificiali.
Gli ipogei di natura antropica, dall’antichità ad oggi, custodiscono inestimabili informazioni capaci di fornirci elementi esclusivi ed utili ad una più corretta e completa comprensione degli elevati e delle società passate.

Proprio gli elevati di una costruzione, di un qualunque tipo di insediamento ed a qualunque periodo storico appartengano, sono destinati a mutare nel tempo. L’azione erosiva degli agenti atmosferici li sgretola, l’utilizzo li deteriora e sovente è necessario l’intervento da parte dell’uomo per il relativo ripristino. A volte vengono invece rimaneggiati, ampliati, sostituiti, ricostruiti. O semplicemente demoliti, perché non più necessari, e talvolta interamente ricostruiti, al fine di assecondare più moderne necessità.
Raramente, però, tutte queste modifiche impattano nel medesimo modo sulle strutture che affondano nel sottosuolo, che spesso mantengono caratteristiche più facilmente leggibili anche a distanza di secoli, nonostante possibili reimpieghi, variazioni di utilizzo e parziali cedimenti[4].
E’ quindi giunto il momento in cui l’archeologo e lo speleologo, che da sempre marciano a passo sostenuto lungo diverse strade della conoscenza, distinte ma parallele, si congiungano e marcino insieme. Per fare questo è necessario un organo capace di coordinare le rispettive attività, avvicinandole sinergicamente e limando gli attriti che da sempre caratterizzano ogni loro rapporto.
Se l’archeologo ha maturato una sensibilità ed una metodologia altamente professionale, lo speleologo è in grado di muoversi e di raccogliere lucidamente dati in ambienti critici ed in situazioni di pericolo. La tolleranza, prima, e la fattiva collaborazione dopo, nascono solo nel momento in cui entrambi convergono con passione e curiosità verso il condiviso obiettivo di riscoprire il passato tramite indizi fino ad oggi ignorati o mantenuti lontani da un comune bacino di condivisione, rendendo quindi i singoli sforzi settoriali molto più sterili di quanto in realtà potrebbero essere cooperando.
La formazione accademica dell’archeologo richiede un tempo ed una dedizione che difficilmente lo speleologo o l’appassionato di un archeoclub possono trovare ma che non necessariamente racchiude le competenze per muoversi in ambienti ormai fatiscenti e pericolosi.
La forza e la resistenza psicofisica che si acquisiscono restando centinaia di ore avvolti dall’oscurità, soffrendo il freddo, l’umidità e la fatica, ma che al contempo rende in grado di leggere ciò che si incontra e di riportarlo in superficie con lucidità, fa parte di una non comune formazione ed attitudine che caratterizza la figura dello speleologo, quando mosso da vera passione.
Tuttavia, dopo anni di esperienza e di pratica in grotta, nel momento in cui si avvicina al mondo delle cavità artificiali, egli viene spesso tacciato di non possedere sensibilità archeologica. Questo in parte era vero fino ad una ventina di anni or sono; oggi chi si occupa seriamente di cavità artificiali, sa comprendere l’ambiente che lo circonda, riconosce le evidenze da repertare e non demolisce o danneggia le US[5] come ancora talvolta si crede.
L’archeologia del sottosuolo può perciò dare risultati importanti ed innovativi solo grazie ai contributi di ogni esperto coinvolto, che dovrà comprendere ed accettare che solo collaborando insieme si possono colmare le reciproche e fisiologiche lacune ed apprendere l’uno dall’altro ciò che né i soli libri né il solo strisciare nel fango potranno mai insegnare.
Occorre quindi calarsi ‘insieme’ nel sottosuolo, osservare attentamente ogni dettaglio e recuperare il maggior numero possibile di informazioni chiare e leggibili, da condividere e da interpretare in superficie.
La figura risultante da questo connubio, arricchita dalle competenze portate da numerose altre discipline (come appunto la geologia, l’architettura, la storia, etc…) è quella di un moderno esploratore capace di superare i limiti delle singole discipline ed in grado di usufruire di un bagaglio di conoscenze adatto ad affrontare situazioni e studi fino ad ora impensabili.
E’ oggettivamente inimmaginabile che un singolo individuo possa eccellere in ognuna delle discipline coinvolte, ma proprio definendo i campi di azione dei singoli esperti e le aree di intersezione in cui la collaborazione sinergica è necessaria, è possibile coordinare una squadra di specialisti creando un prezioso ponte di cui si è sempre sentita la necessità.
Questo ponte è l’Archeologia del Sottosuolo.

Note:

[3] I° Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo, tenutosi a Bolsena dall’8 all’11 dicembre 2005, organizzato dalla Federazione Nazionale Cavità Artificiali di cui l’autore è stato co-fondatore e consigliere per quattro anni.

[4] Si veda il caso del forte di Sandoval – Bavagnoli, L. “Il forte fantasma di Sandoval” – su L’Imprevisto n°5 – giugno 2010.

[5] Acronimo utilizzato per indicare le “Unità Stratigrafiche”, le basi per uno studio archeologico.

 

Luigi Bavagnoli: Manuale pratico di Archeologia del Sottosuolo: prefazione

Manuale pratico di Archeologia del Sottosuolo

Luigi Bavagnoli

Buio come una tomba, freddo, umido, immerso nel silenzio” – Walt Whitman

 

0.1 – Prefazione

In molti credono che, al giorno d’oggi, non ci sia più spazio per gli esploratori e per le scoperte storiche ed archeologiche e che ogni angolo del globo sia noto e studiato.
I sognatori mossi dall’ardente desiderio di scoperta devono volgere lo sguardo al cielo che, nella sua quasi infinita estensione, nasconde nuovi mondi da scoprire.

La realtà è differente, molti luoghi e molti ambienti si trovano ancora imprigionati nel sottosuolo terrestre, ma dimenticati da tutti.
Non si tratta solo di rovine di insediamenti o di edifici rimasti sepolti in seguito al trascorrere del tempo, ma anche di opere volutamente nate sottoterra: le cavità artificiali.
Ipogei sui quali raramente ci poniamo domande; ambienti ignoti o messi nel dimenticatoio da secoli, menzionati in modo approssimativo solo da alcune leggende, citati in modo approssimativo in qualche pubblicazione. Luoghi totalmente da riscoprire e da indagare.
Resti di architetture sotterranee, città sotto le città, interi mondi celati da studiare correttamente per riportarli alla luce e farli conoscere alla società moderna e, con essi, riscoprire la nostra storia passata.
Sì, perché se da un lato affascina l’idea di grotta con i suoi meandri bui ed oscuri, ancora più attrazione esercitano i luoghi sotterranei realizzati dall’uomo.
Si pensi solo all’immagine che evocano le gallerie sotto ai castelli, ai passaggi segreti celati nelle chiese o nei palazzi antichi, o ancora certe cripte dense di mistero.
Voluti e costruiti in seguito a ben precise esigenze, realizzati seguendo dei progetti che denotano la volontà di creare qualche cosa di necessario e di utile.
A volte lo scopo originario che ha spinto uomini come noi a scavare la roccia e la terra ed a rischiare la propria vita in tali lavori, viene dimenticato. La ricerca di materiale edile, di metalli, della stessa acqua, primaria fonte di vita.
Rimane solo una debole traccia contenente il ricordo di un ambiente, di una cavità, di un sotterraneo che talvolta ospita, nelle più fervide fantasie, mostri, draghi, oracoli, divinità, tesori, trabocchetti. Ed è grazie a queste testimonianze, per quanto distorte dal tempo ma pur sempre affascinanti, che la loro memoria giunge fino a noi, spesso tramandata dalla bocca all’orecchio per generazioni.
Gli ambienti ignoti ed oscuri stimolano la fantasia ma, al contempo, attivano la curiosità di alcuni di noi. Curiosi, esploratori, ricercatori, che rintracciano le poche informazioni sopravvissute, tentando di individuare anche un piccolo appiglio per poter intraprendere un’indagine e tentare di scoprire quanto la realtà si discosti dalla leggenda.
Le testimonianze e le credenze, benché confuse, non faticano a far proliferare ipotesi più o meno attendibili da chi se ne interessa in modo approssimativo: vanno quindi raccolte e confrontate tutte le testimonianze, con spirito critico alla ricerca della verità, che spesso racchiude conoscenze storiche ed archeologiche inestimabili.
E’ necessario dunque testimoniare come il sottosuolo sia uno degli ultimi scrigni di sapere e di conoscenza, spesso rimasto chiuso, quasi integralmente intatto e pronto a svelare i suoi segreti a chi dimostri passione, interesse e coraggio.

Jeo Hunter test

L’archeologia, pur incontrando enormi ostacoli ed intralci in Italia, porta avanti un impegnativo ma prezioso lavoro di studio, di ricerca e di catalogazione sovente però incentrato su luoghi già noti e classificati come di interesse archeologico.
Di tanto in tanto emergono evidenze improvvise e casuali, capaci di riportare alla luce interi siti o singoli reperti in grado di rendere più completa la nostra conoscenza del passato.
La cronica mancanza di fondi, a disposizione delle Sovrintendenze e degli Enti preposti allo studio ed alla tutela di questi ambienti, rende assai difficoltoso gestire anche solo le mere emergenze.
Per questa ragione le scoperte non avanzano se non con ritmi molto blandi, minacciate dall’inesorabile incedere del tempo e dall’incuria dell’uomo. Il degrado e l’abbandono portano alla distruzione degli indizi e alla conseguente cancellazione di muti testimoni dell’operato dei nostri antenati.
Si perdono così secoli di storia, che ci sfuggono dalle mani come granelli di sabbia mentre tutti quanti osserviamo inermi.
Ci limitiamo a brontolare sterili parole di disappunto, dalla valenza e dell’utilità pari alle sgradevoli chiacchiere da bar relative alla partita della domenica.
Molto meglio, per alcuni, lasciare riposare queste tracce nel sottosuolo, in attesa di tempi migliori in cui risorse, sia economiche che in termini di personale qualificato, siano finalmente disponibili per studi attenti, completi e puntuali. E che forse non arriveranno mai, o, come spesso accade, arriveranno troppo tardi, facendosi battere dal tempo che porta con se la spietata ed inevitabile distruzione o alla selvaggia cementificazione.
Non dimentichiamoci che, capillarmente sul territorio nazionale, ma anche in diverse altre realtà all’estero, occorre spesso scontrarsi con interessi che tutto hanno tranne che la nobiltà d’intenti.

Teses

Loschi accordi economici, bieche intese politiche e corruzione maturata a diversi stadi che rasentano l’incredibile sono ulteriori elementi da tenere sempre in considerazione quando si cerca di salvaguardare e tutelare un bene che rende meno di altri o che, almeno in una prima fase, costituisce un debito o investimento incerto.
Anche a causa di questi freni operativi, le cavità artificiali restano abbandonate a se stesse, ignorate semplicemente perché più costose da indagare e da studiare.
La priorità del loro studio perde peso a causa della complessità stessa che l’indagine richiede.
Luoghi, aree ed ambienti ipogei sono raramente considerati dalle ricerche ufficiali, troppo indaffarate a destreggiarsi tra gli imprevisti, a smaltire le emergenze e le sempre più invasive burocrazie che ogni giorno si propongono alla luce di nuove edificazioni e di nuovi cantieri.
Si tende così a dimenticare le cavità artificiali e tutti ambienti sotterranei realizzati dall’uomo, che racchiudono tracce del passato dell’umanità che quasi nessuno vuole più leggere, se non in modo superficiale.
Esse sono il nostro passato che, in modo lento ma inesorabile, si sta estinguendo per sempre.
Ciò avviene perché non vi sono istituzioni in grado di organizzarne uno studio sistematico; perché le indagini nel sottosuolo non si possono improvvisare, servono corsi e preparazioni specifiche; perché non tutti gli studiosi sono mentalmente e fisicamente in grado e disposti a trascorrere ore ed ore a strisciare in ambienti angusti e malsani facendo rilievi, scattando fotografie ed analizzando le strutture. E non tutte le persone allenate a far questo possono contare su di un’adatta formazione che consenta loro di produrre materiale utile ed interessante, una volta raggiunti determinati luoghi.

Solitamente capita che, non esistendo campagne di studio predittive e sistematiche, ogni rinvenimento di interesse sia affidato al caso e che spesso sia involontario o fortuito.
Ne consegue che anche la sua gestione segua questi parametri empirici ed approssimativi.
Eppure i dati che possiamo far riemergere dalle cavità artificiali sono molti e di valenza unica. Le opere sotterranee, infatti, riflettono ciò che è stato costruito in superficie, ma spesso resistono al tempo più a lungo, così come alle nuove edificazioni, permettendoci, tramite indagini cognitive, di ottenere informazioni e dettagli sulle strutture in elevato oggi scomparse o troppo rimaneggiate per essere comprese a fondo e sulla loro vita vissuta.
Complementari ad ogni costruzione, come le radici sono indispensabili ad un albero, le opere ipogee, o i loro resti, rappresentano, al momento, nuove ed insostituibili fonti e, proprio per questa ragione, devono essere studiate,  salvaguardate e tutelate.
I pochi passi che vengono compiuti in questa direzione avvengono prevalentemente per merito di appassionati ed instancabili volontari, che sacrificano le proprie ferie ed i propri fine settimana per compiere queste ricerche, investendo ogni istante libero per migliorare le proprie competenze, impiegando le ore della notte per leggere, studiare e portare avanti le proprie ricerche.
Animati da grande passione, molti gruppi e associazioni che studiano le cavità artificiali riescono ad ottenere buoni risultati, collaborando con le istituzioni che sanno riconoscere l’utilità e la qualità del loro operato.
L’attività svolta dall’associazione speleo-archeologica TE.S.E.S.[1], iniziata il 2 febbraio del 1996, ci ha portato a studiare, ricercare ed esplorare differenti tipologie di sotterranei realizzati dall’uomo: gallerie e cunicoli nascosti sotto a castelli, cripte, acquedotti, pozzi e cisterne, ricoveri antibombardamento, bunker, cave e miniere. Luoghi particolari e misteriosi, ognuno di essi caratterizzato da un proprio fascino e da una storia personale, che ne ha reso lo studio sempre unico ed emozionante.

Abbiamo vagato in boscaglie armati di machete e di dispositivi GPS[2], con pesanti zaini sulle spalle e con cartine alla mano; strisciato in cunicoli secenteschi, discesi su corda per centinaia di metri verso l’ignoto, effettuato ritrovamenti, volato sulle campagne per effettuare fotografie aeree.
Abbiamo trascorso intere giornate in archivi e biblioteche polverose a cercare, leggere, ricostruire, studiare. Altre a cercare una breccia in un muro, un buco nel terreno, anche sotto le piogge torrenziali o circondati dalla neve. Serate e notti intere a formulare ipotesi, smontare teorie alla luce di frammenti di indizi precedentemente ignoti.
Abbiamo utilizzato georadar, termo-camere e sonde endoscopiche. Ricordo anche infinite serate davanti al computer, sovrapponendo mappe antiche a cartine moderne, geo-referenziando i risultati.
Abbiamo divulgato i risultati delle nostre indagini tramite conferenze, convegni, congressi, video documentari, servizi per la televisione, pubblicazioni, partecipazioni radiofoniche, proiezioni e mostre fotografiche.
Una frenetica attività che si è concentrata in numerose regioni d’Italia e che ci ha permesso di conoscere molteplici realtà, di maturare una vasta esperienza e di imparare da molte persone che, a vario titolo, hanno percorso un tratto di cammino insieme a noi.
A tutti loro va la dedica di questo compendio, che se da un lato non ha alcuna pretesa di completezza, dall’altro vuole costituire un modesto ed iniziale approccio tramite il quale chiunque possa avvicinarsi allo splendido mondo delle esplorazioni sotterranee. Le pagine che seguono hanno il misurato obiettivo di fornire una spaziosa panoramica degli aspetti che l’Archeologia del Sottosuolo tratta e non vuole in alcun modo sostituire corsi specifici e testi ben più autorevoli in merito.
Il presente lavoro, si rivolge quindi a chiunque. Alla gente normale, alle persone comuni che provano interesse per questa attività e che, pur privi di esperienze in merito, vogliono scoprire, passo dopo passo, i concetti che questa disciplina tratta.
Le seguenti pagine accompagneranno gli appassionati lettori alla scoperta dei temi primari del nostro lavoro, fornendo tutti gli elementi necessari per decidere se e cosa approfondire in altre sedi più qualificate ed competenti.
Il compito che ci prefiggiamo consiste nel tracciare alcune semplici linee guida, proporre dei percorsi di indagine ed una metodologia pratica che verrà raffinata con l’esperienza che i singoli ricercatori matureranno con il passare degli anni. Cercheremo di trattare temi spesso lasciati decantare nel campo del “teorico”, in quanto ben pochi autori sono disposti ad accollarsi la responsabilità di proporre un metodo pratico e condiviso, in quanto potenzialmente esposto a critiche ed a miglioramenti.
Ogni indagine è una storia a se ed è difficile, se non impossibile, fornire indicazioni pratiche e non generiche per tentare di risolvere le situazioni che via via si presentano. Trasformare l’esperienza in procedure schematiche è un compito cavilloso e sicuramente impreciso.
Ma senza un primo imprinting il percorso di crescita, già arduo ed impegnativo di suo, divine più difficile ancora se lasciato al caso. Al contrario, definire delle regole può non rappresentare la soluzione più adeguata a specifiche casistiche, ma starà a chi si troverà a dover mettere in pratica le nozioni apprese, discernere tra cosa sarà opportuno e ciò che invece si rivelerà inadeguato o addirittura dannoso.

Note:

[1] TE.S.E.S. acronimo di Team Sperimentale Esplorazione Sotterranei, fondato dallo stesso autore con Alessandro Fulci.

[2] Sistema di Posizionamento Globale, possibile grazie alla comunicazione con una rete di satelliti artificiali civili in orbita, in funzione dal 1994.

Ricerche di vuoti e di cavità sotterranee con Jeohunter (Makro Jeo Hunter)

Da diversi anni facciamo affidamento alla tecnologia GPR (ground penetrating radar) per affiancare strumentalmente le nostre ricerche.
Tra i vari strumenti impiegati, riteniamo che il Jeohunter (Makro Jeo Hunter) sia un valido compromesso tra costo e prestazioni, nonché duttile a livello logistico.

Jeo Hunter test

Fornito con una sacca per il trasporto, le sue ridotte dimensioni consentono di utilizzarlo nella maggior parte delle situazioni, non limitandosi necessariamente a contesti a cielo aperto in superficie.
Spesso e volentieri abbiamo avuto l’opportunità di impiegarlo anche nel sottosuolo, senza dimenticare che la mobilità della piastra / antenna, permette di utilizzarlo anche su superfici verticali, quali pareti e muri.
La sua principale caratteristica di rilevare vuoti permette così di ipotizzare cosa possa trovarsi alle spalle di un muro, se una tamponatura nasconde una semplice nicchia o un ambiente vero e proprio.
Sebbene non immediato da configurare, in termini di calibrazione della risposta del terreno che dovrà scandagliare, la risposta risulta sempre piuttosto accurata.

Il suo antagonista, per fascia di prezzo e prestazioni, il Golden King, gode di una resa grafica sicuramente più accattivante e moderna, ma forse l’elaborazione delle risposte alle onde proiettate nel terreno, risente di qualche approssimazione di troppo.
In alcune situazioni, che definirei ideali, è stato possibile seguire l’andamento di una galleria dall’alto, in modo incredibilmente preciso. Essa però non si trovava a grandi profondità, anzi, possiamo confermare che fosse ricoperta da lastre di pietra di spessore variabile tra i 15 ed i 20 centimetri.

 

Entasi – il ringonfiamento nelle colonne doriche

colonna_dorica_entasiDi recente ho sentito adoperare a sproposito il termine “entasi“.
Non è certamente un nome di uso quotidiano e forse merita due righe per indirizzare meglio gli appassionati di architettura.
Si tratta di un leggero rigonfiamento del diametro del fusto della colonna, presente più o meno a metà lunghezza.  Possiamo ammirare molti di questi esempi nelle colonne doriche dei templi greci ed in buona parte delle opere barocche.

Spesso queste colonne non hanno circonferenza costante, ma tendono a restringersi verso l’alto per conferire un effetto ottico legato al punto di fuga che crea nell’osservatore l’illusione di un elemento molto più alto e snello. Quindi alla base hanno diametro maggiore per poi diminuire verso al collarino ed al capitello.

L’entasi è un leggero ingrossamento che si trova poco prima della metà della lunghezza della colonna per correggere la percezione data ad un osservatore piuttosto lontano che la colonna si restringa di sezione verso la metà.