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I giganti prediluviani di Saletta, descritti da Giovanni Battista Modena

La tradizione racconta che nella chiesa vercellese di San Cristoforo, sia stato custodito un dente appartenente ad un vero gigante.

Ne era convinto lo storico e canonico Giovan Battista Modena, che sosteneva di averne rinvenuto uno durante lo scavo di un fosso nei pressi di Saletta di Costanzana.

Alcune sue reliquie sarebbero state conservate in alcune chiese di Vercelli, San Cristoforo, appunto e la cattedrale di Sant’Eusebio.

Ne ho parlato in un capitolo del libro Vercelli Misteriosa, di Gian Luca Marino e qui, per la prima volta, mostro i risultati completi della ricerca che ho condotto per anni.

E’ qui disponibile il documento completo di foto, in formato PDF che racconta la mia indagine su questa leggenda che, almeno in parte, abbiamo svelato.

PDF – Luigi Bavagnoli – I giganti prediluviani

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La leggenda del lago sotterraneo sotto l’abbazia di S. Andrea a Vercelli (Piemonte, VC)

Il cardinale Guala Bicchieri diede ordine di costruire la basilica dedicata a S. Andrea nel 1219. Otto anni dopo vedeva la luce questo meraviglioso complesso di architettura religiosa che fonde elegantemente elementi di romanico e di gotico europeo.
Oggi è ancora qui tra di noi, imponente e maestoso. Un vero gioiello, vanto della città, famoso per il galletto in ferro battuto che svetta dalla sommità della torre di sinistra ed il rosone posto al centro della facciata. Ma esistono storie parallele, leggende meno note, aneddoti e curiosità spesso tramandate oralmente che, purtroppo, non raggiungono tutte le persone che vi transitano davanti ogni giorno. Come l’esistenza di due raffigurazioni lignee di Adamo ed Eva, curiosamente dotate di ombelico o, ancora, le numerose incisioni ancora parzialmente leggibili all’interno dei portali della facciata che rappresentano il nodo di Re Salomone, uno stemma araldico, un fiore di loto, il calvario e così via. Una di queste storie narra dell’esistenza di estesi sotterranei, che, seppur parzialmente, ho avuto modo di esplorare. Non solo. La tradizione parla anche della presenza di un suggestivo lago sotterraneo. 
In molti ritengono che la chiesa stessa sia stata costruita su di un lago, lasciando intendere un ambiente ipogeo degno della fantasia del miglior Verne. E così i racconti vengono tramandati dalla bocca all’orecchio e questa informazione prende forma ed acquisisce dettagli, fin troppo spesso frutto della fantasia. Diventa una grotta, ricca di concrezioni, con un parapetto e addirittura una piccola zattera in legno che avrebbe permesso, ai più coraggiosi, di arrivare sull’altra sponda.
Questo fiabesco ambiente sarebbe stato raggiungibile da uno dei numerosi cunicoli che, sempre a detta della tradizione popolare, si snoderebbero sotto al complesso abbaziale.
Quando tengo conferenze e incontri a Vercelli o nel vercellese, una delle domande ric01orrenti è sempre incentrata su questo mistero. E, fino a sabato scorso, ho sempre e solo potuto rispondere enunciando le mie personali ipotesi ed interpretazioni. Anche in questa occasione, ho parlato a Carlotta Gianella, giornalista de La Sesia, di queste teorie, prima di poter scendere nel sottosuolo e verificare de visu. Un ringraziamento particolare va agli amici de La Rete, gruppo eterogeneo di volontari che hanno a cuore la città di Vercelli, che ha preso in mano l’aspetto burocratico per ottenere le autorizzazioni necessarie a compiere questa indagine.

Quattro immagini che mostrano il primo ambiente, attualmente asciutto

Ero a conoscenza di questa leggenda fin da bambino, quando mio nonno usava raccontarmi storie di questo tipo, legate alla mia città ed alla mia terra.
Ma solo in seguito alla fondazione dell’associazione Teses decisi che era giunto il momento per saperne di più.
Potevamo escludere l’esistenza di grotte nel vercellese dalla semplice formazione geologica del territorio, che, essendo una pianura di origine alluvionale, non poteva che essere composta da stratificazioni di terreni sciolti quali fanghi, sabbie ed argille.
Purtroppo già questo elemento ci portava ad escludere la tanto fantasiosa quanto affascinante ipotesi di un lago sotterraneo.

E così ho iniziato a chiedermi che cosa avesse potuto originare tale storia. Pensavo e ripensavo ad un lago sotterraneo, un bacino d’acqua ipogeo, una cisterna.
Ecco, molto probabilmente dovevamo aspettarci una cavità artificiale, di tipo idraulico, realizzata per la conservazione dell’acqua. Questo scenario diveniva sempre più verosimile e non presentava punti deboli.
Le successive scansioni georadar, effettuate all’esterno del complesso, rilevarono l’esistenza di una grande cavità rettangolare, compatibile con quanto ci aspettavamo di trovare. Non solo, lo strumento indicò anche l’esistenza di alcune anomalie, disposte con simmetria e regolarità che, in pianta, erano coerenti con la presenza di possibili pilastri.
Non restava che ottenere le necessarie autorizzazioni per alzare il tombino e scendere, ancora una volta, nel cuore della leggenda. Nel prato retrostante al chiostro è iniziata la nostra esplorazione. Il chiusino indicato dalla ricerca viene finalmente sollevato e le nostre luci fendono l’oscurità. La tentazione di sbirciare subito all’interno va tenuta a bada, occorre analizzare la qualità dell’aria per evitare spiacevoli incidenti.
Scendo per primo, valutando eventuali rischi che gli altri membri de La Rete avrebbero potuto incontrare. La struttura appare ampia, si estende per oltre venti metri con una larghezza che supera i quindici. Noto subito una serie di pilastri a sostegno della volta, disposti con regolarità. Alcuni muri di calma rendono irregolare un ambiente invece pulito e simmetrico.

Serie di sei immagini relative al secondo ambiente esplorato, quello allagato e ricco di concrezionamenti particolarmente lunghi.

Sono leggibili tanti dettagli, l’ambiente si presenta umido ma asciutto ed il famigerato pozzo sotto pressione risulta ben sigillato e non spaventa. Esploriamo l’ambiente effettuando un primo rilievo speditivo, annotando la presenza di una cabina elettrica ricavata all’interno di questa grande cavità. E’ impossibile fare a meno di pensare che la destinazione d’uso di questo sito fosse quella di conservare l’acqua e che quindi un tempo fosse una grande cisterna capace di ospitare un migliaio di metri cubi di acqua.
Osservando le pareti notiamo però un’anomalia, una tamponatura. Ci domandiamo quindi dove, un tempo, potesse condurre. Terminate le operazioni ci soffermiamo a ragionare sui dati raccolti, con la soddisfazione di aver finalmente potuto osservare ciò che ha originato questa curiosa leggenda.
Sul prato, accanto ai nostri zaini, si trovano altri tombini. Richiediamo l’apertura di quello che, allo stato attuale delle indagini, pare essere il più prossimo alla tamponatura vista nell’ambiente ispezionato. Tramite una scaletta di metallo scendiamo nuovamente nel sottosuolo cittadino e troviamo la medesima tamponatura, ovviamente visibile dal lato opposto. Quel vano, pur essendo di modeste dimensioni, presenta una graditissima sorpresa! 
Una breccia in una delle pareti permette di accedere ad un ambiente che sembra più vasto. Dirigiamo il fascio delle luci dei nostri caschetti nell’oscurità. Con ancora più grande stupore appare ai nostri occhi un altro ambiente, grande quanto il primo visitato e in buona parte allagato. Un tempo doveva trattarsi del medesimo serbatoio ipogeo, quello realizzato nel 1909, poi separato. Tra i muri ed i pilastri si intravedono quella che era la vecchia scala di accesso, ormai inutilizzabile, alcune vasche e dei pilastri realizzati per il sostegno di tubature oggi scomparse. Alla luce di questo ambiente, che nella sua totalità si estende per 25 metri per 35, si rendono necessari studi più accurati ed approfonditi orientati a migliorare la comprensione del sito nella sua totalità. L’indagine è stata decisamente positiva: questo nuovo ambiente, grazie anche alla quantità di acqua al suo interno, fa proprio pensare a quel misterioso quanto fantomatico lago sotterraneo di cui tutti abbiamo sentito raccontare in una delle leggende più importanti di Vercelli.
Seguono alcune immagini relative alle restituzioni del rilievo effettuato in occasione del primo sopralluogo, che facilitano la comprensione del manufatto. Indubbiamente si tratta di un ottimo spunto per future e più approfondite indagini.

Non ultimo un ringraziamento alla società ATENA S.p.A. di Vercelli rappresentata in campo dai tecnici Fabrizio Conti e Andrea Sarasso.
La società ha permesso, dopo gli opportuni aspetti burocratici e formali, la visita agli ambienti in piena sicurezza attraverso propri mezzi e risorse, fornendo anche tutte le informazioni tecnico/storiche richieste sul manufatto.

Il fantasma fotografato, realtà o truffa?

Lo studio di ambienti sotterranei, in particolare quelli dei castelli o delle chiese, ci porta spesso al confine con il ‘mistero’. Ed è veramente troppo facile imbattersi in storie e leggende capaci di alimentare accese discussioni tra le fazioni degli scettici e quelle dei creduloni.
Se spesso la verità si trova nel mezzo, altrettanto sovente la si può ottenere con un’analisi razionale dei fatti esposti e vissuti.
Le cose possono cambiare quando si diventa protagonisti di eventi al confine con il paranormale. Ciò che riporto è una vicenda che ci è accaduta alcuni anni or sono (2011) ed è stata ripresa anche dall’amico Massimo Polidoro sul suo blog sui misteri e sull’insolito.
Per tutelare le persone coinvolte non citeremo ne i nomi ne la località precisa in cui sono avvenuti i fatti, basti sapere che si tratta di un castello del XV secolo nella provincia di Alessandria.
All’epoca recentemente rilevato da una famiglia per realizzare un bed&breakfast e per organizzare eventi negli spazi consortili, necessitava di essere conosciuto e promosso.
Visibilità che sarebbe arrivata, secondo i gestori, invitando ad un tour in anteprima un gruppo di persone selezionate che in seguito ne avrebbero parlato. Oltre a noi del Teses, era presente qualche giornalista, due storici, un architetto ed addirittura una medium. Eh sì, perché la leggenda del fantasma del castello sarebbe stata un’ottima leva per attirare turisti e curiosi.
Veniamo accolti con un sobrio rinfresco ed un breve riassunto sulla storia del maniero. Dopodiché la figlia dei proprietari inizia a mostrarci i vari ambienti del castello. C’è chi scatta foto, chi apprezza la struttura del maniero, chi ipotizza l’esistenza di sotterranei e chi inizia a prendere appunti per il pezzo che andrà a scrivere.
Si raggiunge così un salone restaurato di recente con un raffinato soffitto a cassettoni, è la stanza in cui sarebbe apparso in più occasioni il fantasma di una bambina.
Prima ancora che la nostra giovane guida ce lo raccontasse, la sedicente medium inizia a respirare a fatica, dicendo di percepire una presenza eterea. Si accascia a terra, indicando, sconvolta, un angolo della sala.
Un angolo identico agli altri tre, assolutamente privo di lenzuola svolazzanti. Uno dei giornalisti inizia a scattare fotografie in quella direzione, mentre gli altri cercano di aiutare la signora, in evidente difficoltà.
Ma è proprio questo il momento catartico dell’intera vicenda, il fotografo, rimasto basito, fissa il piccolo display della sua costosa reflex digitale. Nell’ultima fotografia è rimasta impressa una sagoma umana.
Anzi, una chiara sagoma di bambina, semitrasparente, che ricordava da vicino il Casper cinematografico.
Non si trattava di una fotografia qualsiasi, di quelle che vengono spacciate in TV e sul web come testimonianze inconfutabili della presenza di spiriti, ma che in realtà sono poi semplici pareidolie basate su macchie e ombre.
Questa immagine mostrava chiaramente e senza ombra di dubbio una bambina trasparente e ben definita. Al punto tale che, zoomando, si potevano leggere bene i dettagli delle vesti.
Logicamente non poteva trattarsi di un’immagine autentica. E prima che dilagasse il panico, la prontezza di spirito di un mio collaboratore ha svelato l’inganno.
Tra il mormorio, lo stupore e quasi una crisi di nervi di alcuni, viene smascherata la truffa. L’immagine era un falso, il fotografo era un amico del proprietario, che aveva scattato quella foto giorni prima dalla medesima angolazione e che grazie ad un programma di computer grafica aveva sovrapposto in trasparenza l’immagine di una bambina reale. La foto stessa era stata ricaricata sulla memoria della sua macchina fotografica e prontamente visualizzata davanti a tutti come se l’avesse appena scattata in quel momento.
La medium era una cugina, teatrante per diletto. Gli altri erano persone comuni, come noi, estranee alla vicenda. Persone che avrebbero, in buona fede, alimentato la leggenda e facendo uscire articoli impressionanti, diventando involontari testimoni e complici della tentata frode.

L’abbazia cistercense di Lucedio e lo spartito del diavolo (Piemonte, VC)

Mille anni fa, le terre intorno a Vercelli erano coperte da boschi e circondate da paludi malsane. Nei bui mesi invernali la nebbia avvolgeva ed ovattava tutto quanto e nessuno, se non costretto, attraversava volontariamente queste terre cupe ed isolate.
Fu Ranieri, Marchese del Monferrato, deciso a bonificare ed a rendere redditizie queste terre, che fece chiamare i monaci cistercensi dal monastero di La Ferté, a Chalon-sur-Saône in Borgogna, affidando loro non solo il compito di curare lo spirito della popolazione, ma anche quello, più materiale, di risanare le terre.
Abile manovra politico-economica, che vide monaci e conversi dissodare i terreni, creare condotti idrici, bonificare e seminare, perpetrando i primi e poco fruttuosi tentativi di controllare le acque della zona intrapresi già tra il I ed il II secolo d.C..
Acido ma ricco di fontanili, il terreno si prestava particolarmente bene alla coltura del riso, spezia orientale della famiglia delle graminacee fino ad allora considerata alla stregua del pepe o come ingrediente cosmetico.
Per la prima volta il riso venne prodotto e trattato come un valido sostituto del grano, avendo proprietà alimentari analoghe ma potendo essere prodotto anche in campi acidi e tendenzialmente paludosi.


L’economia della zona mutò rapidamente e l’agricoltura assunse sempre più importanza ed i risultati li possiamo vedere ancora oggi: l’Italia è il primo paese produttore di riso in Europa, il 60% del quale è coltivato proprio tra Vercelli, Novara e Pavia.
L’economia del complesso portò Lucedio a diventare potentissima, anche in seguito a numerose donazioni e lasciti, nonché ad un’ottima gestione finanziaria.
L’influenza dei cistercensi non fu solo agricola, ma anche religiosa ed architettonica, oltre che sociale.
L’abbazia di Lucedio è infatti una preziosa testimonianza di quegli anni; eretta nel 1123 e rimaneggiata nei secoli successivi, è anche teatro delle più gotiche e note leggende vercellesi.
Il nome stesso “Lucedio”, risulta essere inquietante per chi ne cerca significati legati alle parole “Luce di Dio” e, inevitabilmente, si imbatte nel “portatore di luce” citato già nell’Antico Testamento che tutti conosciamo. Molto più probabile, invece, che il nome derivi dal latino “lucus”, utilizzato per indicare una selva, una foresta o un bosco come avviene per i sostantivi “silva” o “nemus”.
Costruita, secondo il parere dei più, sui resti di un antico tempio pagano ed in corrispondenza di un fiume sotterraneo detto “Lino”, la chiesa con il suo caratteristico campanile a base ottagonale racchiude numerosi misteri.
Il primo di questi è proprio relativo al misterioso fiume, considerato sotterraneo da tutti, tant’è che c’è chi sostiene che questo corso d’acqua presenti un sifone naturale proprio sotto all’altare della chiesa.
Non ci risulta che siano state condotte delle ricerche tramite sistemi non invasivi di prospezione del sottosuolo, eppure questa è una convinzione diffusa tra la gente del posto.
E’ però possibile ipotizzare anche che il fiume Lino sia oggi invisibile non tanto perché sotterraneo, ma semplicemente perché, pur presente un tempo, sia oggi scomparso. Situazione che si sarebbe potuta verificare in seguito ad una modificazione naturale del suo corso a monte di Lucedio o ad una deviazione artificiale, magari prodotta durante l’incanalamento delle acque a fini agrari.
Va anche ricordato che gli abitanti della vicina Ronsecco, vengono chiamati dialettalmente ‘trapulin’ che potrebbe derivare da: ‘tra Po e Lino’, ovvero gli abitanti del territorio compreso tra i due fiumi.
Ma il racconto più inquietante, però, ci riporta ad una misteriosa notte del 1684, in un vicino cimitero nel quale avvenivano segretamente rituali di magia, temuti dalla popolazione.
Esso si trova lungo la strada che conduce verso la cascina Darola, ricavata dai resti di una più antica fortificazione, di cui ne resta silente testimone la torre quadrangolare, già da tempo cimata.
Loschi individui, appartenenti a qualche setta segreta, avrebbero quindi evocato un demone, che però sfuggì al loro controllo. Gli stessi incantatori divennero vittime e la presenza malvagia rimase intrappolata in questa dimensione. Questo essere metafisico odorò la religiosità proveniente dal vicino monastero di Trino e dall’ancora più vicina abbazia di Lucedio e decise di colpire proprio in quei due punti di forte cristianità.
Pare siano stati registrati, nei documenti del convento, molti incubi fatti dalle giovani novizie la medesima notte della poco riuscita evocazione, che coinciderebbe con la data di uno degli otto grandi sabba pagani.
Le ragazze avrebbero sognato il demonio apparire loro ed a persuaderle ad avere rapporti sessuali con lui, una sorta di consacrazione al suo culto.
Lo spirito malvagio si diresse quindi a Lucedio dove non impiegò molto ad irretire monaci ed abati ed a piegarli al suo volere malvagio.
Iniziò quindi un periodo nero, in cui violenza, malvagità e torture furono all’ordine del giorno, così come gli sconcertanti abusi del potere temporale ai danni della povera gente del principato.
Le accuse mosse successivamente furono numerose, satanismo, pedofilia, pratiche orgiastiche, torture, omicidi e quant’altro potesse essere bieco e meschino.
Le leggende nella leggenda racconterebbero che le decisioni sui processi che avvenivano tra le mura dell’abbazia, fossero ispirate dalle scelte divine.
Il mezzo materiale per interpretare il volere del Creatore era un grande crocefisso, posto all’interno della Sala Capitolare.
Osservando i movimenti della testa della statua, riproduzione di Gesù Cristo in croce, veniva decisa o meno la colpevolezza della gente processata ed il tipo di tortura che avrebbero dovuto infliggergli.
La statua, abilmente modificata affinché avesse uno snodo all’altezza del collo e due fili legati al capo e fatti passare, attraverso due piccoli fori, oltre alla parte della stanza stessa, veniva manovrata da un monaco nascosto dietro al muro.
Sempre all’interno della Sala Capitolare vi sono quattro colonne lapidee. Una di queste, però, è conosciuta come “la colonna che piange”, ed infatti è sovente umida ed è ben visibile una macchia di acqua sulla sua superficie.
La spiegazione folkloristica a questo fenomeno è che essa pianga in quanto impotente testimone delle angherie e delle torture avvenute tra quelle mura per decine e decine di anni.
Più razionalmente dobbiamo credere che la pietra che la costituisce sia particolarmente porosa e posizionata su di un affioramento di acqua, e che quindi sia in grado di assorbire l’umidità dal terreno e di rilasciarla al variare della proprietà climatiche dell’ambiente.
Tutte queste angherie dureranno per cento anni esatti, fino a quando, nel 1784, papa Pio VI pose fine agli abusi ed ai soprusi, secolarizzando l’abbazia ed obbligando i monaci a disperdersi. I beni dell’abbazia vennero confiscati ed amministrati dall’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Ma come avvenne, secondo la tradizione popolare, questo importantissimo evento? Si racconta che venne mandato un uomo, un religioso, da Roma. Egli, entrato nell’abbazia, riuscì a combattere contro il demone e, dopo sette giorni di preghiere e di scontri avvenuti sia sul piano spirituale che materiale, riuscì a rinchiudere la presenza maligna all’interno delle cripte della chiesa di S. Maria, che vennero prontamente sigillate.
Alcuni ipotizzano un vero e proprio esorcismo, descritto con la platealità di un’opera omerica.
Si dice che all’interno di questo luogo di sepoltura ipogeo siano stati disposti su dei seggi i corpi mummificati degli abati morti precedentemente al periodo di possessione, seduti in cerchio per vegliare ad aeternum su questa presenza.
La loro presenza avrebbe costituito un sigillo per impedire al demone di liberarsi.
Sigillo che sarebbe stato rafforzato da un secondo incantesimo, di natura musicale. Si racconta che un secondo abate, esorcista e musico, compose un brano apposta per questa vicenda, conferendo un significato esoterico alle note stesse sfruttandone le diverse frequenze. L’esecuzione del brano avrebbe aumentato il potere protettivo del sigillo, mentre l’esecuzione a ritroso delle stesse note lo avrebbero indebolito, fino a spezzarlo.
Scaramanzia e superstizione hanno fatto il resto, dal momento che pare nessuno sia ancora riuscito ad alzare la botola in pietra per vedere cosa ci sia veramente la sotto, nonostante l’interessamento di curiosi, istituzioni ed università.
Per anni questo spartito è stato cercato da molti tra le carte di archivio, finché nell’inverno dell’anno 2000 il sottoscritto, già presidente dell’associazione speleo archeologica Teses, lo identificò in un affresco presente all’interno del vicino Santuario di Madonna delle Vigne, che sorge a pochi chilometri di distanza dall’abbazia.
Lo studio dello spartito venne affidato alla dott.ssa Paola Briccarello, esperta di musica classica ed antica, la quale scoprì alcuni elementi a conferma dell’ipotesi che fosse proprio lui il soggetto della leggenda.
La partitura sarebbe stata dipinta volutamente al contrario, a ritroso. Ovvero i tre accordi di apertura, disarmonici all’ascolto, coincidono con i molto più comuni tre accordi di chiusura adoperati nella musica liturgica di quel periodo.
Non solo, un paziente lavoro di sostituzione numerica, le consentì di abbinare delle lettere alle note ottenendo tre parole di senso compiuto e contestualmente correlate: Dio, Fede, Abbazia.
Fu l’abate a crearlo intenzionalmente al contrario? Fu il pittore che, dipingendolo, invertì con cognizione di causa l’ordine delle note sospettando un sigillo nascosto?
Tutte le leggende legate all’abbazia di Lucedio meriterebbero decine di pagine di approfondimenti, non escludiamo di ritornare sull’argomento in futuro per completare questo quadro introduttivo.
Infine sveliamo un altro piccolo mistero. All’interno del piccolo cimitero che si trova lungo la strada che collega Lucedio alla cascina Darola, si trova una piccola cappella.
Al suo interno desolazione, iscrizioni rotte, pavimenti sfondati, decorazioni rimosse e rubate, altare distrutto. Sopra ad esso una ‘terrificante’ macchia di nero fumo a forma di croce latina inversa, concreto segno che qualcuno appiccò il fuoco ad una grande croce di legno, volutamente appoggiata al contrario sopra l’altare. Un rituale satanico? Un’apparizione luciferina? No, semplice idiozia ed esigua civiltà da parte di operatori video che documentarono quei luoghi per una fiction di una decina di anni or sono.
Va però aggiunto un aspetto più concreto. Queste favole ‘nere’ hanno generato, con il passare degli anni, nuove leggende. Si dice che, quando si parla troppo di Lucedio, qualcuno muoia.
Il primo esempio che viene citato è quello di un operaio, passato a migliori vita durante i restauri avvenuti verso la fine degli anni ’60. I contadini della zona tentarono di far desistere dai lavori l’impresa incaricata, sostenendo che l’abbazia voleva essere lasciata sola, senza seccatori ne curiosi e che, altrimenti, avrebbe richiesto una vittima. Un incidente al cantiere ferì a morte l’uomo.
Anni addietro venne ritrovato, nelle vicinanze dell’abbazia, il corpo di una ragazza, completamente bruciato. Le storpiature del racconto non tardarono a nascere, depistando l’attenzione su macabri rituali satanici. Ma indagando sui giornali locali apprendiamo con discreta facilità maggiori dettagli sull’accaduto.
Il fatto avvenne nel settembre del 1949. La ragazza, forse in cerca di intimità con un coetaneo venne a contatto con della benzina e riportò gravi ustioni. Ella morirà, ma a casa sua, poco dopo essere stata dimessa dall’ospedale.
Un altro racconto analogo ci parla di un bambino annegato in un fosso accanto all’abbazia. Chi lo rapì? Venne sacrificato da qualche setta segreta? Sempre dai giornali scopriamo che era scivolato all’interno del fosso mentre faceva una passeggiata con il nonno, il quale purtroppo non riuscì a salvarlo.
Insomma, nessun elemento metterebbe in stretto legame queste morti con la vicinanza al complesso misterioso.
Così come quando raccontammo proprio questi aneddoti agli americani della Fox Channel in un’intervista utilizzata in una docu-fiction del 2001, assicurai loro che si trattava solo di casualità e li convinsi ad iniziare ugualmente le riprese al Principato. Pochi giorni dopo un uomo, che portava a passeggio il proprio cane, venne trovato morto nei pressi dell’abbazia: infarto.
Un aneddoto quasi identico si verificò l’anno successivo quando, una televisione piuttosto nota in Germania mi contattò per replicare il format americano dell’anno prima. Gli operatori tedeschi rimasero basiti e non posso negare che qualche dubbio sia sorto anche allo scrivente.
Queste e numerose altre coincidenze continuano a far rivivere queste storie che è giusto debbano essere raccontate e tramandate, così come facevano i nostri nonni, magari davanti ad un caminetto, nelle serate invernali.

Indagini presso la cripta della chiesa di S. Maria Maggiore di Vercelli (Piemonte, VC)

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Oltre trent’anni fa sentivo raccontare, per la prima volta, la leggenda del fiume di ossa della chiesa di Santa Maria Maggiore di Vercelli. Un frammento del folklore locale, una storia come tante, che i nonni tramandano ai nipoti.
I miei interessi di bambino erano molti e vari, ma la storia trovava sempre spazio nelle mie giornate.
Quindici anni fa questa misteriosa quanto macabra leggenda tornò incredibilmente in primo piano.
Mi stavo interessando all’archeologia vercellese, alle sue particolarità, ai suoi misteri ancora insoluti e l’associazione Teses era ancora un indistinto sogno da concretizzare.
Raccoglievo così testimonianze dagli anziani che intervistavo senza sosta, raccogliendo ricordi, aneddoti, racconti e particolarità legate al passato storico della mia città, annotando tutto.
Il mio interesse principale erano i sotterranei, le fantomatiche vie di fuga, i passaggi segreti, tutte le cavità artificiali protagoniste delle leggende tramandate dalla memoria storica.
Grazie alla nutrita biblioteca di famiglia leggevo il Vola, il Casalis, il Dionisotti, il Sommo, l’Ordano e mi chiedevo quali fonti potessero o meno confermare questa o quella leggenda.
Difficilmente avrei immaginato, all’epoca, che un giorno avrei potuto dedicarmi a queste ricerche e di studiare in prima persona proprio il sottosuolo della mia città e, in particolare, la leggenda del “fiume di ossa” che tanto aveva alimentato la mia fantasia di bambino.
Trent’anni dopo mi ritrovavo al teatro Persio Flacco di Volterra, a raccontare questa leggenda e la sua origine, nel corso del XII° Convegno Nazionale del C.I.C.A.P..
La chiesa di S. Maria Maggiore si trova  metà di via Duomo, a qualche decina di metri di distanza da dove sorgeva l’antica ed omonima basilica, distrutta nel 1777.
Premettendo che le storie tramandate oralmente sono soggette ad inevitabili alterazioni del nucleo originale, non possiamo far altro che documentare quanto raccolto negli anni, unendolo ai numerosi interrogativi che ci siamo posti.
Fortunatamente le diverse versioni che abbiamo ascoltato, per lo più narrate da anziani, non differiscono di molto tra di loro, consentendoci una ricostruzione abbastanza chiara e lineare della storia descritta.
In un periodo non meglio identificato, che possiamo ipotizzare essere la prima metà dell’XIX secolo, l’attenzione di un uomo, forse un sagrestano, venne attirata dal sottosuolo della chiesa. Forse incaricato di verificare la presenza di topi, o di portare nelle cantine del materiale da riporre, quest’uomo si trovò a dover discendere una lunga scalinata che conduceva sotto alla chiesa di S. Maria Maggiore. L’ambiente, illuminato solamente dalla tremolante fiamma del suo lume, appariva molto ampio, dove grandi archi appoggiavano su robuste colonne.
Probabilmente era la prima volta che quell’uomo scendeva là sotto e, complice la solitudine, non fatichiamo a credere che rimase vittima della suggestione. Non dimentichiamoci che la chiesa conserva tutt’ora alcune sepolture, come era usanza prima dell’editto di Saint Claud (Décret Impérial sur les Sépultures, del 12 giugno 1804, esteso all’Italia alcuni anni dopo), il che poteva contribuire a rendere nervoso il pover’uomo.
Combattuto tra timore e curiosità, trovò il coraggio necessario avventurarsi lungo corridoio che lo aveva incuriosito. Al termine della galleria trovò in un ambiente molto grande, muovendosi lentamente, forse anche nella speranza di non far spegnere la sua lumiera restando avvolto dal buio, all’improvviso incespicò su qualche cosa che sporgeva dalla pavimentazione, ricoperta da terra e da polvere.
Con timore ed attenzione abbassò la luce verso il pavimento e vide una botola. Forse era parzialmente sollevata, forse la spostò lui spinto da quel desiderio di sapere che fa l’uomo esploratore.
Scoprì così un ambiente sottostante che provò ad illuminare, cercando di non precipitare all’interno.
I suoi occhi si abituarono gradualmente alla scarsa illuminazione e ciò che vide lo impressionò a tal punto che non volle mai più scendere nei sotterranei della chiesa.
Sotto ai suoi piedi scorreva un fiume di ossa.
Pare che in seguito a questa avventura si fosse confidato con qualche amico e che le sue parole fossero state così convincenti e ricche di sgomento che a nessuno di loro  venne voglia di andare a verificare di persona. Anzi, si dice che, da quel momento, tutti si tennero ben lontani da questo misterioso e, forse improbabile, fiume di ossa.
Le nostre ricerche, autorizzate dalla Curia Arcivescovile di Vercelli e superivsionati dall’arch. Daniele De Luca, che qui ringraziamo, ci hanno permesso di indagare in prima persona questo singolare mistero vercellese.
La presenza di ambienti sotterranei è palesemente testimoniata dai lucernai che si aprono sul fianco della chiesa, aventi come compito principale quello di garantire il ricircolo dell’aria. Da esse si può facilmente intravedere un ambiente sottostante di circa tre metri più basso rispetto al piano di calpestio della strada esterna.
La prima volta che scesi lì sotto mi parve di rivivere la leggenda, ascoltata così tante volte, in prima persona. Gli ambienti descritti corrispondevano quasi perfettamente e cresceva la convinzione che qualche cosa di vero ci fosse realmente.
L’ambiente sotterraneo, che è raggiungibile attraverso una scala in laterizio, è vasto quanto la chiesa sovrastante e conta alcune interessanti sepolture, comprende due cripte gentilizie e almeno due pozzi ordinari per la presa dell’acqua. L’aspetto più interessante, però, sono cinque botole lapidee con anelli in metallo, che consentono di scendere ad un ulteriore livello sotterraneo.
Qui si trovano migliaia di ossa umane, probabilmente si tratta dei resti provenienti dalla precedente edificazione della chiesa. Il mistero va indagato proprio all’interno di queste camere sotterranee, che sono state rilevate in pianta ed in sezione, insieme all’intero complesso ipogeo.

Come in molti altri casi studiati in giro per l’Italia, la presenza di camere sepolcrali non ci ha sorpreso, ma inizialmente ci ha deluso. Non vi erano elementi in grado di fornirci la chiave di lettura della leggenda.
Solamente in seguito a periodici esami dell’ambiente è stato possibile comprendere il reale nucleo del mito.
E’ proprio la quota della pavimentazione di queste camere ad essere la chiave di lettura dell’arcano.
Infatti una di esse è leggermente più profonda delle altre, variazione sufficiente a consentire, in determinati periodi stagionali o in seguito ad abbondanti precipitazioni meteoriche, l’infiltrazione di acqua proveniente da un affioramento di falda.
L’acqua, così penetrata attraverso uno strato permeabile del terreno, consente alle ossa, dilavate da secoli di cicli come questo, e quindi alleggerite, di galleggiare all’interno della stanza sotterranea.
Molto probabilmente è proprio questa l’immagine che vide il protagonista della leggenda, migliaia di ossa umane galleggiare nell’acqua: il fiume di ossa.

Indagini presso la chiesa di S. Andrea di Vercelli (VC)

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Uno dei capolavori medievali di Vercelli è, senza ombra di dubbio, l’abbazia di S. Andrea, che risale al 1227.
Con il suo stile romanico-gotico, caratterizzato da contrafforti e da archi rampanti, può considerarsi l’edificio più emblematico della città.
Ma non è solo l’aspetto artistico e storico che attira i turisti.
Molte delle persone che lo visitano cercano di comprendere alcuni dei suoi segreti, tramandati da leggende che ancora oggi gli anziani narrano ai più giovani.
La leggenda più importante vuole che l’edificio sacro sia stato costruito su di un lago sotterraneo, per sfruttare in qualche modo l’energia tellurica convogliata dal bacino idrico.

Attenzione: in data 28/10/2017 abbiamo avuto la possibilità di accedere al Lago Sotterraneo e di esplorarlo. Qui l’articolo correlato: Il lago sotterraneo dell’abbazia di S. Andrea in Vercelli.

E’ molto diffusa, nel vercellese, l’abitudine di attribuire antiche origini pagane a quasi ogni edificazione cristiana esistente, non sempre con cognizione di causa.
Alcuni anziani di oggi raccontano ancora che i loro nonni trovarono il famoso passaggio capace di scendere per diversi metri sotto terra, fino a raggiungere il suggestivo lago. Secondo alcuni l’accesso sarebbe stato possibile da un’apertura alle spalle dell’altare, secondo altri nei pressi del chiostro. Altre storie che ho raccolto negli anni, ipotizzavano che l’accesso si trovasse nei sotterranei di Palazzo Tartara, l’edificio che oggi ospita l’Università del Piemonte Orientale.
Si racconterebbe addirittura che in questa misteriosa caverna si trovi addirittura una barca, o una zattera di legno ormai marcio, ormeggiata sulla riva per permettere di attraversare questo laghetto e di proseguire l’avventura verso nuove ed inesplorate gallerie. Ovviamente nessuno dei fortunati capaci di giungere fino a quel punto trovò il coraggio necessario per proseguire.
Nessuno si sarebbe fidato della solidità della vetusta imbarcazione, così ciò che si troverebbe oltre resta tutt’oggi un mistero.
Non esistono altri dettagli, non esistono fotografie, non esistono più testimoni oculari. L’intera leggenda aleggia sui racconti raccontati e la ricostruzione della verità diventa sempre più difficile e complessa.
In tempi moderni l’accesso sarebbe quindi scomparso, complici forse i lavori di ristrutturazione che avrebbero tamponato molti accessi secondari ed i passaggi sotterranei del complesso.
Altri misteri ancora irrisolti sarebbero presenti sulla sua facciata, dove alcune pietre che compongono i tre portali sono state incise con simboli dal presunto contenuto esoterico.
Mentre orde di turisti immortalano le preziose e pur gradevoli lunette che sovrastano i portali, o il celebre rosone, a volte si vedono alcuni curiosi cercare più in basso i graffiti, oggi appena percettibili, sulle mura della chiesa.
Si conservano diversi “nodi di Re Salomone“, una croce latina sovrastante tre triangoli collegabile alla simbologia del “calvario“, uno scudo araldico inquadrabile al XV secolo, un fiore a dodici petali, alcune firme databili XIII e XIV sec.
In molti si sono sforzati di trovare un significato, un legame che potesse permettere la chiave di lettura originale di questi messaggi, invano.
Alcune incisioni sono leggibili anche nelle pietre presenti all’interno della chiesa. In alcuni casi è stata data una spiegazione piuttosto realistica e razionale: altro non sarebbero che le firme dei capomastri che contribuirono con la propria perizia alla sua edificazione e le sigle per l’identificazione delle cave di provenienza.
Ad alimentare la curiosità verso le simbologie del complesso sono le numerose “facce” di pietra, tanto care all’arte gotica, che rappresentano alternativamente uomini, animali e mostri. Inutile aggiungere che, negli anni,  hanno ispirato le più bizzarre teorie sul loro significato esoterico e che ancora oggi attraggono i passanti.
La leggenda del lago mi ha sempre affascinato fin da piccolo, raccontata in più occasioni anche da mio nonno, che collaborò per diverso tempo con il Museo Leone di Vercelli e che fu da sempre un grande appassionato di storia, locale e non.
La premessa, però, era chiara e scettica: “Sono solo leggende!”. Eppure io avevo sempre in mente la meravigliosa storia di Schliemann e della sua impresa: qualche cosa doveva pur esistere.
L’analisi geologica del terreno vercellese non lasciava dubbi: terreni sciolti come sabbie, fanghi ed argille, nonché una falda acquifera presente già a pochi metri dal piano di campagna escludevano la possibilità di trovare ambienti carsici, ovvero rocce che, nel corso dei secoli, sarebbero state scavate ed erose dall’acqua dando alla luce dei vuoti.
Sapendo di dover abbandonare la romantica ipotesi della grotta o della caverna, non restavano molte altre alternative: doveva trattarsi di una costruzione artificiale.
Una cavità realizzata dall’uomo e che potesse essere scambiata per un lago sotterraneo non poteva che essere una cisterna per la raccolta dell’acqua.
Sotto alla chiesa o  sotto al chiostro, o nelle loro immediate vicinanze, doveva trovarsi un vuoto di dimensioni importanti, una grande vasca sotterranea capace di contenere numerose centinaia di litri di acqua.
Un bacino idrico artificiale, raggiungibile da almeno un condotto di ispezione e di manutenzione. Lo stesso condotto che avrebbero percorso gli anziani e che avrebbe dato il via alla creazione del mito. Decisi di insistere su questa teoria.
Le ricerche nei numerosi archivi iniziarono a trovare risposte. In prossimità dell’abbazia si trova un pozzo profondo oltre 200 metri.
Esso si trova all’interno di una grande vasca sotterranea che veniva utilizzata con finalità irrigue .
Questa cisterna è stata poi occlusa per ragioni di sicurezza dal momento in cui non era più necessaria e così scomparve dagli occhi della gente, lasciandone solo il ricordo.
Ricordo che è parzialmente mutato nel tempo, pur mantenendo un nucleo originario capace di indirizzarci all’origine della leggenda.
Ora si tratta solamente di ottenere le autorizzazioni necessarie per documentare questo frammento del passato, importante testimone capace di dare un senso ad una delle più note leggende di Vercelli.
Forse da un lato si incrina l’aspetto romantico tipico di talune leggende, ma dall’altro si concorre a fare chiarezza su avvenimenti un po’ troppo confusi che rischiano altrimenti di confondere la realtà storica.

Indagini presso le grotte di Ottiglio Monferrato (AL)

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Per dei ricercatori, che inseguono leggende di cunicoli, di gallerie sotterranee e di passaggi segreti, trovare la mappa di un tesoro sarebbe come un sogno che si avvera e che spinge a una frenetica attività di analisi e di ricerca. Si frequentano archivi pubblici e privati, si cercano ritagli di giornale, si intervistano decine di anziani e la storia prende forma. Ed è quello che ho fatto anche in questo caso.
In Monferrato, nel territorio comunale di Ottiglio (AL), situato nel Piemonte meridionale, vi è una grotta nota come “Grotta dei Saraceni”.

Situata in un fondovalle nei pressi di Moleto, la grotta doveva già essere conosciuta in età romana, almeno da una guarnigione stanziata in quelle terre per ritemprare le ferite delle campagne d’Oriente grazie all’abbondanza di acque sulfuree e curative.
E proprio i romani avrebbero realizzato al suo interno un tempio dedicato alla divinità irano-persiana Mithrà, il “Sol Invictus”, figlio del sole che viene spesso raffigurato come un giovane che indossa mantello e berretto frigio nell’atto di uccidere un toro, gesto che simboleggia, secondo alcuni, la nascita della vita, secondo altri il significato sarebbe astrologico, ovvero di controllo sulla precessione degli equinozi.
Già la sola riscoperta di questo tempio risulterebbe un evento di considerevole interesse archeologico, in quanto in Italia vi è un solo altro mitreo ancora conservato in cavità naturale, a Duino, mentre molti sono i templi realizzati in cavità artificiali, come il bellissimo mitreo sotto a S. Clemente in Roma.
Ma la storia si complica, e non di poco. Il nome della grotta deriverebbe dalle presunte scorribande dei saraceni del X secolo, narrate anche nelle note “Cronache della Novalesa”. Probabile fossero predoni di religione islamica, ma nord africani o iberici, più che saraceni, il che però non cambierebbe la sostanza che li vuole rifugiarsi in questa vallata, ben difendibile. La grotta divenne quindi il luogo ideale in cui nascondere i bottini rubati.
Utilizzo che durò per altri sei secoli, vedendo l’alternanza di predoni di ogni sorta, per lo stesso motivo dei ‘saraceni’.

Nel 1626 il Governo Mantovano, che aveva giurisdizione anche sul Monferrato, da l’ordine di rendere la grotta inaccessibile e fa esplodere i suoi ingressi.
La leggenda vuole che al suo interno, oltre al tesoro nascosto in anni di razzie e di scorrerie, rimasero imprigionati molti uomini con i loro cavalli.
Sarebbe questo l’evento chiave che avrebbe mosso un nobile della zona ad interessarsi a quella vallata oscura, temuta da tutti. Accompagnato da un servitore si recò nella valle e trovò uno degli accessi alla grotta, parzialmente ostruito.
Percorrendo un dedalo di cunicoli raggiunse il tempio dedicato al sole ed una stanza in cui era stato accatastato un enorme tesoro.
Non potendo trafugarlo, dal momento che l’esercito teneva ancora sotto controllo la zona, decise di tracciare una mappa, per ritrovarlo. E, con essa, produsse dei crittogrammi, indizi codificati in scritte e disegni, contenenti delle indicazioni da utilizzare insieme alla mappa.
Il tesoro sarebbe stato accatastato in quattro nicchie presenti nella grotta, poi chiuse da lastre di pietra. Altrettante incisioni, riportate sulla mappa, avrebbero indicato le ubicazioni esatte.
Al momento, solo la prima nicchia, ormai depredata, è stata ritrovata.
Fu questa la molla che, trecento anni dopo, avrebbe fatto partire un ciclo di ricerche abusive che hanno dell’incredibile.
Un giovane studente di Casale Monferrato avrebbe rinvenuto casualmente la mappa prodotta dal conte, all’interno di una copia dell’epistolario di S. Girolamo, libro appartenuto alla famiglia del nobile.
Curioso che i fogli si trovassero, pare, all’altezza della lettera “ad Laetam”  epistola in cui l’autore parla proprio del culto di Mithra.
Riconosciuto il posto iniziò a scavare, o meglio, a far scavare ai contadini della zona, dopo averli assoldati. Pare che, dopo alcuni tentativi, questi uomini finalmente trovarono uno dei sei ingressi descritti e che raggiunsero il tempio del dio Mithrà. Ma non era quello il loro obiettivo, stavano cercando il tesoro e del luogo di culto poco gli importava.
In seguito alla denuncia del proprietario del terreno sul quale stavano lavorando, il gruppo si sciolse. Alcuni di loro, però, nonostante la diffida, ripreso a scavare dal terreno adiacente, di proprietà di un amico accondiscendente. L’obiettivo era quello di scavare una galleria capace di perforare il fianco della collina per raggiungere la camera ritrovata, punto da cui riprendere le ricerche.
Per un errore di calcolo giunsero alti, sopra al tempio e lo riempirono del materiale estratto.


Da allora iniziò una vera e propria caccia al tesoro, con tanto di colpi sleali da parte di ognuno dei protagonisti: documenti che spariscono, falsi indizi creati per depistare gli antagonisti, la stessa mappa seicentesca pubblicata in più versioni con vistose differenze. Pubblicazioni con pseudonimi realizzate con il solo scopo di convalidarsi a vicenda e dare credibilità ad indizi falsi. E anche di sedute spiritiche ed ipnotiche effettuate nella speranza di essere guidati nello scavo dei cunicoli che avrebbero condotto al tesoro, aggirando l’interro.
Nascono ulteriori storie di presenze malvagie che aleggerebbero in questi sotterranei, scatenando poltergeist. E poi un fantasma, una presenza femminile, che comparirebbe la notte del solstizio d’inverno, all’ingresso della grotta. Vista da alcuni anziani negli anni ’80 ha preso il nome di “maga Alcina” e viene descritta come una giovane bellissima dai lunghi capelli biondi.
Ma le sorprese non sono finite. Si parla di una cascina, oggi demolita, dalle cui cantine si poteva raggiungere prima un lago sotterraneo e poi le grotte stesse.
A complicare ulteriormente la situazione, una cava ha estratto e demolito per anni parte del colle che ospita questi misteriosi ipogei, cancellando per sempre chissà quali elementi.
Oggi il tempio, se mai è esistito, potrebbe giacere sepolto sotto ad uno strato di almeno sei o sette metri di terra, ma, purtroppo, questa avventura non interessa alle istituzioni, che hanno altri problemi ed altre emergenze a cui far fronte, piuttosto che mettersi a caccia di un tesoro.