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Misteri nel Sottosuolo: Luigi Bavagnoli parla al Cicap Lombardia

Venerdì 28 aprile 2017 all’insegna dei Misteri del Sottosuolo, con Luigi Bavagnoli in conferenza per la delegazione Cicap Lombardia.

Serata divertente e senza sosta, in cui Bavagnoli, fondatore e presidente dell’associazione speleo archeologica Teses ha raccontato come indagare una leggenda.

Metodi, strumenti ed approccio di studio per risalire all’evento originale che si trova alla base delle leggende che oggi sono giunte fino a noi. Un’avventura nei sotterranei, tra pozzi, labirinti e castelli, ricercando la verità.

 

 

Il fantasma fotografato, realtà o truffa?

Lo studio di ambienti sotterranei, in particolare quelli dei castelli o delle chiese, ci porta spesso al confine con il ‘mistero’. Ed è veramente troppo facile imbattersi in storie e leggende capaci di alimentare accese discussioni tra le fazioni degli scettici e quelle dei creduloni.
Se spesso la verità si trova nel mezzo, altrettanto sovente la si può ottenere con un’analisi razionale dei fatti esposti e vissuti.
Le cose possono cambiare quando si diventa protagonisti di eventi al confine con il paranormale. Ciò che riporto è una vicenda che ci è accaduta alcuni anni or sono (2011) ed è stata ripresa anche dall’amico Massimo Polidoro sul suo blog sui misteri e sull’insolito.
Per tutelare le persone coinvolte non citeremo ne i nomi ne la località precisa in cui sono avvenuti i fatti, basti sapere che si tratta di un castello del XV secolo nella provincia di Alessandria.
All’epoca recentemente rilevato da una famiglia per realizzare un bed&breakfast e per organizzare eventi negli spazi consortili, necessitava di essere conosciuto e promosso.
Visibilità che sarebbe arrivata, secondo i gestori, invitando ad un tour in anteprima un gruppo di persone selezionate che in seguito ne avrebbero parlato. Oltre a noi del Teses, era presente qualche giornalista, due storici, un architetto ed addirittura una medium. Eh sì, perché la leggenda del fantasma del castello sarebbe stata un’ottima leva per attirare turisti e curiosi.
Veniamo accolti con un sobrio rinfresco ed un breve riassunto sulla storia del maniero. Dopodiché la figlia dei proprietari inizia a mostrarci i vari ambienti del castello. C’è chi scatta foto, chi apprezza la struttura del maniero, chi ipotizza l’esistenza di sotterranei e chi inizia a prendere appunti per il pezzo che andrà a scrivere.
Si raggiunge così un salone restaurato di recente con un raffinato soffitto a cassettoni, è la stanza in cui sarebbe apparso in più occasioni il fantasma di una bambina.
Prima ancora che la nostra giovane guida ce lo raccontasse, la sedicente medium inizia a respirare a fatica, dicendo di percepire una presenza eterea. Si accascia a terra, indicando, sconvolta, un angolo della sala.
Un angolo identico agli altri tre, assolutamente privo di lenzuola svolazzanti. Uno dei giornalisti inizia a scattare fotografie in quella direzione, mentre gli altri cercano di aiutare la signora, in evidente difficoltà.
Ma è proprio questo il momento catartico dell’intera vicenda, il fotografo, rimasto basito, fissa il piccolo display della sua costosa reflex digitale. Nell’ultima fotografia è rimasta impressa una sagoma umana.
Anzi, una chiara sagoma di bambina, semitrasparente, che ricordava da vicino il Casper cinematografico.
Non si trattava di una fotografia qualsiasi, di quelle che vengono spacciate in TV e sul web come testimonianze inconfutabili della presenza di spiriti, ma che in realtà sono poi semplici pareidolie basate su macchie e ombre.
Questa immagine mostrava chiaramente e senza ombra di dubbio una bambina trasparente e ben definita. Al punto tale che, zoomando, si potevano leggere bene i dettagli delle vesti.
Logicamente non poteva trattarsi di un’immagine autentica. E prima che dilagasse il panico, la prontezza di spirito di un mio collaboratore ha svelato l’inganno.
Tra il mormorio, lo stupore e quasi una crisi di nervi di alcuni, viene smascherata la truffa. L’immagine era un falso, il fotografo era un amico del proprietario, che aveva scattato quella foto giorni prima dalla medesima angolazione e che grazie ad un programma di computer grafica aveva sovrapposto in trasparenza l’immagine di una bambina reale. La foto stessa era stata ricaricata sulla memoria della sua macchina fotografica e prontamente visualizzata davanti a tutti come se l’avesse appena scattata in quel momento.
La medium era una cugina, teatrante per diletto. Gli altri erano persone comuni, come noi, estranee alla vicenda. Persone che avrebbero, in buona fede, alimentato la leggenda e facendo uscire articoli impressionanti, diventando involontari testimoni e complici della tentata frode.

Indagini presso l’eremo rupestre di Santu Lemu di Cagliari – (Sardegna, CA)

Per realizzare un servizio per Italia 1 abbiamo avuto l’occasione di visitare un’interessante cavità sotterranea, ubicata sotto alla clinica San Giorgio, a Cagliari.

Ad accompagnarci è Marcello Polastri, presidente del Gruppo Cavità Cagliartiane, amico di lunga data in ambito speleologico.  Il nostro compito è quello di verificare la sicurezza del conduttore Daniele Bossari e del regista Arcadio Cavalli, trattandosi di un luogo fatiscente e capace di nascondere qualche insidia.

Il luogo è stato considerato un eremo rupestre, una cisterna cartaginese, addirittura la tomba dei vescovi africani fuggiti (o deportati) dai Vandali di Trasamondo.

Accedendo dai resti della clinica abbandonata, è stato possibile scendere sotto al bastione di Santa Croce nell’area denominata Castello. Qui abbiamo potuto ammirare una vasta cavità, in parte allagata, disseminata da migliaia di ossa umane.

Alcune mescolate nel terreno fangoso, altre deposte sotto al lago sotterraneo che si apre sul fondo della cavità stessa.

L’ambiente, noto come Santu Lemu, è stato studiato a lungo e presenta ancora oggi pareri discordanti. Si ipotizza che quei resti appartengono appunto ai primi vescovi cristiani in Africa, altri ritengono che risalgano agli appestati del 1656, ammassati in quel luogo in seguito all’editto napoleonico.

Indagini presso l’acquedotto Buco del Diavolo di Camerano (AN)

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Siamo tornati nel parco del Conero (AN) per osservare de visu una galleria molto particolare, protagonista di numerose leggende. Prende il nome di “Buco del Diavolo”.
L’obiettivo primario era quello di accompagnare il conduttore della trasmissione Mistero, Marco Berry, all’interno della cavità, prevenendo eventuali pericoli e realizzando delle riprese video da adoperare nel servizio.
C’è chi sostiene che in fondo alla galleria vi sia una stanza con un tesoro, chi crede invece che possa condurre ad una base militare segreta costruita all’interno della collina.
L’unica cosa che possiamo fare è osservare questa cavità ed interpretare i suoi elementi per tentare di comprendere correttamente di che cosa si tratti.

Il Buco del Diavolo di Camerano è indubbiamente un interessante manufatto di particolare interesse speleo-archeologico. E’ un tratto di acquedotto di età romana, o addirittura precedente, che probabilmente portava acqua fino ad Ancona.
E’ stato realizzato scavando una serie di pozzi verticali, fino al raggiungimento della quota stabilita. Dalla loro base si è iniziato lo scavo della galleria in due direzioni. Verso monte e verso valle, presentando attenzione alla pendenza ed alla direzione, fino a raggiungere i tratti scavati partendo dai pozzi adiacenti.
L’unione dei due tratti di galleria è sovente caratterizzato da un dente di giunzione, dovuto allo scarto inevitabile che si creava all’incontro dei due cavi ciechi.
I pozzi scavati per raggiungere le profondità necessarie, poi, venivano occlusi per evitare che gli animali, cadendo al loro interno, potessero contaminare l’acqua e per evitare che qualcuno attingesse acqua privatamente.
Lungo le pareti si possono ancora notare numerose nicchie, che potevano reggere delle lucerne per illuminare il condotto durante la sua realizzazione.
Inoltre i segni lasciati dagli attrezzi lungo le pareti ci permettono di comprendere la direzione di scavo.
L’opera si addentra per qualche centinaio di metri nella collina, fino ad essere interessata da frane e da occlusioni.
Sarebbe utile individuare altri tratti superstiti di questo complesso idraulico per ricostruirne l’andamento nel sottosuolo ed ottenere maggiori informazioni su questo aspetto della storia antica.

Indagini presso le grotte di Ottiglio Monferrato (AL)

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Per dei ricercatori, che inseguono leggende di cunicoli, di gallerie sotterranee e di passaggi segreti, trovare la mappa di un tesoro sarebbe come un sogno che si avvera e che spinge a una frenetica attività di analisi e di ricerca. Si frequentano archivi pubblici e privati, si cercano ritagli di giornale, si intervistano decine di anziani e la storia prende forma. Ed è quello che ho fatto anche in questo caso.
In Monferrato, nel territorio comunale di Ottiglio (AL), situato nel Piemonte meridionale, vi è una grotta nota come “Grotta dei Saraceni”.

Situata in un fondovalle nei pressi di Moleto, la grotta doveva già essere conosciuta in età romana, almeno da una guarnigione stanziata in quelle terre per ritemprare le ferite delle campagne d’Oriente grazie all’abbondanza di acque sulfuree e curative.
E proprio i romani avrebbero realizzato al suo interno un tempio dedicato alla divinità irano-persiana Mithrà, il “Sol Invictus”, figlio del sole che viene spesso raffigurato come un giovane che indossa mantello e berretto frigio nell’atto di uccidere un toro, gesto che simboleggia, secondo alcuni, la nascita della vita, secondo altri il significato sarebbe astrologico, ovvero di controllo sulla precessione degli equinozi.
Già la sola riscoperta di questo tempio risulterebbe un evento di considerevole interesse archeologico, in quanto in Italia vi è un solo altro mitreo ancora conservato in cavità naturale, a Duino, mentre molti sono i templi realizzati in cavità artificiali, come il bellissimo mitreo sotto a S. Clemente in Roma.
Ma la storia si complica, e non di poco. Il nome della grotta deriverebbe dalle presunte scorribande dei saraceni del X secolo, narrate anche nelle note “Cronache della Novalesa”. Probabile fossero predoni di religione islamica, ma nord africani o iberici, più che saraceni, il che però non cambierebbe la sostanza che li vuole rifugiarsi in questa vallata, ben difendibile. La grotta divenne quindi il luogo ideale in cui nascondere i bottini rubati.
Utilizzo che durò per altri sei secoli, vedendo l’alternanza di predoni di ogni sorta, per lo stesso motivo dei ‘saraceni’.

Nel 1626 il Governo Mantovano, che aveva giurisdizione anche sul Monferrato, da l’ordine di rendere la grotta inaccessibile e fa esplodere i suoi ingressi.
La leggenda vuole che al suo interno, oltre al tesoro nascosto in anni di razzie e di scorrerie, rimasero imprigionati molti uomini con i loro cavalli.
Sarebbe questo l’evento chiave che avrebbe mosso un nobile della zona ad interessarsi a quella vallata oscura, temuta da tutti. Accompagnato da un servitore si recò nella valle e trovò uno degli accessi alla grotta, parzialmente ostruito.
Percorrendo un dedalo di cunicoli raggiunse il tempio dedicato al sole ed una stanza in cui era stato accatastato un enorme tesoro.
Non potendo trafugarlo, dal momento che l’esercito teneva ancora sotto controllo la zona, decise di tracciare una mappa, per ritrovarlo. E, con essa, produsse dei crittogrammi, indizi codificati in scritte e disegni, contenenti delle indicazioni da utilizzare insieme alla mappa.
Il tesoro sarebbe stato accatastato in quattro nicchie presenti nella grotta, poi chiuse da lastre di pietra. Altrettante incisioni, riportate sulla mappa, avrebbero indicato le ubicazioni esatte.
Al momento, solo la prima nicchia, ormai depredata, è stata ritrovata.
Fu questa la molla che, trecento anni dopo, avrebbe fatto partire un ciclo di ricerche abusive che hanno dell’incredibile.
Un giovane studente di Casale Monferrato avrebbe rinvenuto casualmente la mappa prodotta dal conte, all’interno di una copia dell’epistolario di S. Girolamo, libro appartenuto alla famiglia del nobile.
Curioso che i fogli si trovassero, pare, all’altezza della lettera “ad Laetam”  epistola in cui l’autore parla proprio del culto di Mithra.
Riconosciuto il posto iniziò a scavare, o meglio, a far scavare ai contadini della zona, dopo averli assoldati. Pare che, dopo alcuni tentativi, questi uomini finalmente trovarono uno dei sei ingressi descritti e che raggiunsero il tempio del dio Mithrà. Ma non era quello il loro obiettivo, stavano cercando il tesoro e del luogo di culto poco gli importava.
In seguito alla denuncia del proprietario del terreno sul quale stavano lavorando, il gruppo si sciolse. Alcuni di loro, però, nonostante la diffida, ripreso a scavare dal terreno adiacente, di proprietà di un amico accondiscendente. L’obiettivo era quello di scavare una galleria capace di perforare il fianco della collina per raggiungere la camera ritrovata, punto da cui riprendere le ricerche.
Per un errore di calcolo giunsero alti, sopra al tempio e lo riempirono del materiale estratto.


Da allora iniziò una vera e propria caccia al tesoro, con tanto di colpi sleali da parte di ognuno dei protagonisti: documenti che spariscono, falsi indizi creati per depistare gli antagonisti, la stessa mappa seicentesca pubblicata in più versioni con vistose differenze. Pubblicazioni con pseudonimi realizzate con il solo scopo di convalidarsi a vicenda e dare credibilità ad indizi falsi. E anche di sedute spiritiche ed ipnotiche effettuate nella speranza di essere guidati nello scavo dei cunicoli che avrebbero condotto al tesoro, aggirando l’interro.
Nascono ulteriori storie di presenze malvagie che aleggerebbero in questi sotterranei, scatenando poltergeist. E poi un fantasma, una presenza femminile, che comparirebbe la notte del solstizio d’inverno, all’ingresso della grotta. Vista da alcuni anziani negli anni ’80 ha preso il nome di “maga Alcina” e viene descritta come una giovane bellissima dai lunghi capelli biondi.
Ma le sorprese non sono finite. Si parla di una cascina, oggi demolita, dalle cui cantine si poteva raggiungere prima un lago sotterraneo e poi le grotte stesse.
A complicare ulteriormente la situazione, una cava ha estratto e demolito per anni parte del colle che ospita questi misteriosi ipogei, cancellando per sempre chissà quali elementi.
Oggi il tempio, se mai è esistito, potrebbe giacere sepolto sotto ad uno strato di almeno sei o sette metri di terra, ma, purtroppo, questa avventura non interessa alle istituzioni, che hanno altri problemi ed altre emergenze a cui far fronte, piuttosto che mettersi a caccia di un tesoro.

Indagini presso l’Antro delle Gallerie (La Sfinge della Valganna) (VA)

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Una battuta di caccia di 150 anni fa:
Facciamo un salto indietro nel tempo: anno 1873.
Ci troviamo nei pressi dell’Alpe Cuseglio,  a pochi chilometri da Varese. Si sta svolgendo una battuta di caccia in uno degli splendidi boschi della Valganna.
Per capirci, solo due anni prima l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann scopre la leggendaria città di Troia e, seppur lentamente, l’opinione pubblica e l’interesse delle persone comuni, si concentra sui ritrovamenti archeologici.
I cani fiutano e gli uomini si aggirano silenziosi tra le piante. Tra questi un canonico di Milano, Raffaele Inganni, appassionato di storia e di archeologia.
Abbandona il sentiero, probabilmente seguendo i suoi cani, quando nota un rigagnolo d’acqua sgorgare dalla collina, qualche metro più a valle. Arriva così ad un’apertura a grandezza d’uomo, stretta ma in grado di consentire l’accesso in posizione eretta di una persona adulta.

La scoperta di un labirinto tra Varese a Ganna
Era l’ingresso di un complesso dedalo di cunicoli, un labirinto sotterraneo totalmente sconosciuto, che oggi prende il nome di “Antro delle Gallerie”, ma che, per via dei suoi misteri, è stato soprannominato “La Sfinge della Valganna”.
Inganni con se non aveva alcun tipo di luce, ma mosse al suo interno qualche incerto passo.  A poco a poco i suoi occhi si abituarono all’oscurità e si ritrovò all’interno di una galleria, completamente scavata nella roccia e non sostenuta da alcun rivestimento murario. Dopo pochi metri la fioca luce che proveniva dall’esterno non era più sufficiente per consentirgli di proseguire, così tornò sui suoi passi.
Prima di uscire, però, notò all’interno una forte umidità, la pavimentazione fangosa e diverse aperture laterali che lasciavano presagire delle prosecuzioni . Ritornò successivamente con alcuni amici e diede il via ad un lungo ciclo di esplorazioni, ancora vivo oggigiorno e capace di coinvolgere studiosi ed esperti nei settori dell’archeologia, della speleologia e della speleo-subacquea.

Un ciclo di esplorazioni ancora vivo tutt’oggi
Da allora in molti si interessarono a questo complesso di cunicoli, senza mai arrivare a comprendere con certezza quale fosse il suo scopo originario e perché, quindi, venne realizzato, da chi e quando.
A causa della sua chilometrica estensione, si iniziò a parlare di un labirinto, lasciando troppo spazio alla fioritura di colorite leggende sulle creature mitologiche che lo avrebbero abitato. Si è parlato in modo azzardato di un acquedotto, di un antro in cui doveva essere stato nascosto un tesoro, ben difeso dalla sua natura labirintica, di una necropoli (etrusca, celtica o gallica), di un’antica opera militare di tipo difensivo e di altre ancor più fantasiose ipotesi.

Ipotesi tra fantasia e realtà
Allo stato attuale delle indagini spicca il puntuale lavoro di Amedeo Gambini, del Gruppo Proteus Speleosub di Milano , in cui l’ipotesi più accreditata è che si tratti di un’opera di estrazione mineraria.
Infatti al suo interno si presentano due tipi di opere cunicolari, ben distinte, alcune chiaramente utilizzate come gallerie di collegamento e di passaggio, altre di esplorazione o di coltivazione.
Dalla galleria principale, che si snoda in leggera salita, partono numerose discenderie e rimonte, tutte caratterizzate da curatissimi segni lasciati dagli attrezzi di scavo.
Le ipotesi più accreditate, da inquadramenti geologici e dal sapere conoscitivo attualmente raggiunto, insisterebbero sulla ricerca e l’estrazione di rari e deboli filoni di galena argentifera e di rame.

Reperti ed evidenze
Tra i misteri di questo luogo c’è anche una scritta, incisa nella roccia, ritenuta da alcuni di origine etrusca. Ipotesi contestata successivamente da alcuni e sostenuta con vigore da altri. Attualmente è stata rimossa e pare sia stata trasportata al Museo Varesino, dove però pare incerta la sua collocazione.
Esistono altri reperti di notevole interesse, ritrovati all’interno dell’Antro, nella galleria principale sotto ad uno spesso strato di fango.
Si tratta dei resti di traversine lignee fissate a rotaie. Costituiva sicuramente un sistema di binari sui quali venivano fatti scorrere carrelli per il più agevole trasporto del materiale scavato. Le traversine erano collocate all’interno di incassi ricavati ad intervalli regolari nella pavimentazione. Ciò consolida la teoria che vuole il suo utilizzo come opera di estrazione. Sebbene sia impossibile evincere con certezza assoluta lo scopo originario del complesso, possiamo però affermare almeno che, in una fase della sua esistenza, venne utilizzato come miniera.

Un tentato suicidio tra i cunicoli dell’Antro
L’interesse del pubblico verso questo dedalo di cunicoli su più piani portò alla sua ricerca curiosi poco preparati ed attrezzati alla sua esplorazione. E’ del 1903 un articolo che parla di un francese, improvvisatosi speleo-esploratore, che si perse all’interno della cavità dopo che la sua lanterna si era guastata, per essere fortunosamente ritrovato da altri visitatori ben tre giorni dopo, quando stava per impazzire e spararsi con la rivoltella che aveva con se.