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Ritorno al castello dei Malamorte – Belveglio (AT)

Siamo finalmente riusciti a tornare al castello di Belveglio, in provincia di Asti, meglio conosciuto come castello della Malamorte.

Abbiamo controllato alcune misure dei rilievi effettuati la volta precedente, per poter completare i rilievi, e poi abbiamo tentato l’esplorazione di una galleria nuova.

Nuova nel senso che non era conosciuta al momento del nostro primo sopralluogo, ma che abbiamo avuto la fortuna di notarla nella boscaglia.

Il suo accesso era inibito da smottamenti del terreno, relativamente recenti, infatti è stato possibile localizzarla grazie ad una leggera depressione del terreno, poco leggibile, dalla quale sporgeva una modesta porzione di legno.

Non si  trattava di un albero caduto, ma di un frammento di centina lignea impiegata, come abbiamo potuto verificare nelle altre gallerie del complesso studiate la volta precedente, per irrobustire la struttura dei cunicoli che, essendo scavati in sedimenti marini composti da sabbie fossilifere compatte, sono decisamente instabili.

Infatti, dopo aver aperto un varco per consentire l’ispezione, ci siamo imbattuti in un tratto esplorabile di 25 metri, all’interno del quale l’intera volta è collassata. I macigni di roccia sedimentaria sono precipitati all’interno della galleria stessa, ostruendola e danneggiando la struttura di sostegno in legno.

Al contempo, però, si è creata una stretta intercapedine che consente il passaggio tra la volta, non più esistente, della galleria ed i vuoti lasciati dai blocchi precipitati dal soffitto.

Durante la percorrenza si notano importanti distaccamenti, alcuni dei quali rendono molto pericolosa l’indagine. Al termine, la galleria è interessata da un importante movimento franoso decisamente instabile e che scarica costantemente detriti dall’alto.

 

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Indagini presso le grotte di Ottiglio Monferrato (AL)

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Per dei ricercatori, che inseguono leggende di cunicoli, di gallerie sotterranee e di passaggi segreti, trovare la mappa di un tesoro sarebbe come un sogno che si avvera e che spinge a una frenetica attività di analisi e di ricerca. Si frequentano archivi pubblici e privati, si cercano ritagli di giornale, si intervistano decine di anziani e la storia prende forma. Ed è quello che ho fatto anche in questo caso.
In Monferrato, nel territorio comunale di Ottiglio (AL), situato nel Piemonte meridionale, vi è una grotta nota come “Grotta dei Saraceni”.

Situata in un fondovalle nei pressi di Moleto, la grotta doveva già essere conosciuta in età romana, almeno da una guarnigione stanziata in quelle terre per ritemprare le ferite delle campagne d’Oriente grazie all’abbondanza di acque sulfuree e curative.
E proprio i romani avrebbero realizzato al suo interno un tempio dedicato alla divinità irano-persiana Mithrà, il “Sol Invictus”, figlio del sole che viene spesso raffigurato come un giovane che indossa mantello e berretto frigio nell’atto di uccidere un toro, gesto che simboleggia, secondo alcuni, la nascita della vita, secondo altri il significato sarebbe astrologico, ovvero di controllo sulla precessione degli equinozi.
Già la sola riscoperta di questo tempio risulterebbe un evento di considerevole interesse archeologico, in quanto in Italia vi è un solo altro mitreo ancora conservato in cavità naturale, a Duino, mentre molti sono i templi realizzati in cavità artificiali, come il bellissimo mitreo sotto a S. Clemente in Roma.
Ma la storia si complica, e non di poco. Il nome della grotta deriverebbe dalle presunte scorribande dei saraceni del X secolo, narrate anche nelle note “Cronache della Novalesa”. Probabile fossero predoni di religione islamica, ma nord africani o iberici, più che saraceni, il che però non cambierebbe la sostanza che li vuole rifugiarsi in questa vallata, ben difendibile. La grotta divenne quindi il luogo ideale in cui nascondere i bottini rubati.
Utilizzo che durò per altri sei secoli, vedendo l’alternanza di predoni di ogni sorta, per lo stesso motivo dei ‘saraceni’.

Nel 1626 il Governo Mantovano, che aveva giurisdizione anche sul Monferrato, da l’ordine di rendere la grotta inaccessibile e fa esplodere i suoi ingressi.
La leggenda vuole che al suo interno, oltre al tesoro nascosto in anni di razzie e di scorrerie, rimasero imprigionati molti uomini con i loro cavalli.
Sarebbe questo l’evento chiave che avrebbe mosso un nobile della zona ad interessarsi a quella vallata oscura, temuta da tutti. Accompagnato da un servitore si recò nella valle e trovò uno degli accessi alla grotta, parzialmente ostruito.
Percorrendo un dedalo di cunicoli raggiunse il tempio dedicato al sole ed una stanza in cui era stato accatastato un enorme tesoro.
Non potendo trafugarlo, dal momento che l’esercito teneva ancora sotto controllo la zona, decise di tracciare una mappa, per ritrovarlo. E, con essa, produsse dei crittogrammi, indizi codificati in scritte e disegni, contenenti delle indicazioni da utilizzare insieme alla mappa.
Il tesoro sarebbe stato accatastato in quattro nicchie presenti nella grotta, poi chiuse da lastre di pietra. Altrettante incisioni, riportate sulla mappa, avrebbero indicato le ubicazioni esatte.
Al momento, solo la prima nicchia, ormai depredata, è stata ritrovata.
Fu questa la molla che, trecento anni dopo, avrebbe fatto partire un ciclo di ricerche abusive che hanno dell’incredibile.
Un giovane studente di Casale Monferrato avrebbe rinvenuto casualmente la mappa prodotta dal conte, all’interno di una copia dell’epistolario di S. Girolamo, libro appartenuto alla famiglia del nobile.
Curioso che i fogli si trovassero, pare, all’altezza della lettera “ad Laetam”  epistola in cui l’autore parla proprio del culto di Mithra.
Riconosciuto il posto iniziò a scavare, o meglio, a far scavare ai contadini della zona, dopo averli assoldati. Pare che, dopo alcuni tentativi, questi uomini finalmente trovarono uno dei sei ingressi descritti e che raggiunsero il tempio del dio Mithrà. Ma non era quello il loro obiettivo, stavano cercando il tesoro e del luogo di culto poco gli importava.
In seguito alla denuncia del proprietario del terreno sul quale stavano lavorando, il gruppo si sciolse. Alcuni di loro, però, nonostante la diffida, ripreso a scavare dal terreno adiacente, di proprietà di un amico accondiscendente. L’obiettivo era quello di scavare una galleria capace di perforare il fianco della collina per raggiungere la camera ritrovata, punto da cui riprendere le ricerche.
Per un errore di calcolo giunsero alti, sopra al tempio e lo riempirono del materiale estratto.


Da allora iniziò una vera e propria caccia al tesoro, con tanto di colpi sleali da parte di ognuno dei protagonisti: documenti che spariscono, falsi indizi creati per depistare gli antagonisti, la stessa mappa seicentesca pubblicata in più versioni con vistose differenze. Pubblicazioni con pseudonimi realizzate con il solo scopo di convalidarsi a vicenda e dare credibilità ad indizi falsi. E anche di sedute spiritiche ed ipnotiche effettuate nella speranza di essere guidati nello scavo dei cunicoli che avrebbero condotto al tesoro, aggirando l’interro.
Nascono ulteriori storie di presenze malvagie che aleggerebbero in questi sotterranei, scatenando poltergeist. E poi un fantasma, una presenza femminile, che comparirebbe la notte del solstizio d’inverno, all’ingresso della grotta. Vista da alcuni anziani negli anni ’80 ha preso il nome di “maga Alcina” e viene descritta come una giovane bellissima dai lunghi capelli biondi.
Ma le sorprese non sono finite. Si parla di una cascina, oggi demolita, dalle cui cantine si poteva raggiungere prima un lago sotterraneo e poi le grotte stesse.
A complicare ulteriormente la situazione, una cava ha estratto e demolito per anni parte del colle che ospita questi misteriosi ipogei, cancellando per sempre chissà quali elementi.
Oggi il tempio, se mai è esistito, potrebbe giacere sepolto sotto ad uno strato di almeno sei o sette metri di terra, ma, purtroppo, questa avventura non interessa alle istituzioni, che hanno altri problemi ed altre emergenze a cui far fronte, piuttosto che mettersi a caccia di un tesoro.

Indagini presso il castello di Belveglio (detto dei Malamorte) (AT)

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In provincia di Asti si trova il castello di Belveglio, che sorge sul luogo che, in antico, prendeva il nome di Malamorte.
Realizzato tra il XI ed il XII secolo, oggi è noto come il “Castello di Concerti”, grazie all’impegno dell’attuale proprietaria, la musicista Marlaena Kessick che, con l’Ente Concerti Castello di Belveglio organizza preziosi momenti musicali.
E, come ogni castello che si rispetti, pare che nasconda nei suoi sotterranei un tesoro. Ne vengo a conoscenza grazie all’amico e ricercatore Francesco Léon Lorusso, che mi invita ad un sopralluogo, dal quale nasce la collaborazione tra Léon Company e Teses.

Dal punto di vista della ricerca, questo sito offre moltissimi spunti di approfondimento, al punto tale da azzardare l’ipotesi di un collegamento con l’antico e misterioso Ordine Templare.
Il tesoro di cui tanto si parla potrebbe essere parte dell’ambito ed ormai quasi mitologico, patrimonio dell’Ordine, che si troverebbe ancora nascosto in qualche luogo sicuro.
Argomento scottante ma di grande interesse, anche grazie ai recenti film che vedono impegnato l’attore americano Nicholas Cage alla sua ricerca.
E procedendo più o meno in modo analogo, decifrando documenti ed indizi, nonché percorrendo cunicoli sotterranei, ci stiamo avvicinando ad una soluzione.
Parlare di gallerie instabili non è un eufemismo, si tratta proprio di cavità molto pericolose, in buona parte occluse da crolli ed a tratti sul punto di collassare.
Ritengo che sia uno dei luoghi più rischiosi che abbia mai esplorato. Infatti queste gallerie, che si snodano per centinaia di metri all’interno del colle, sono state scavate in un terreno molto friabile.
La stessa carta geologica ci indica una formazione di sedimenti marini marginali, in pratica sabbia compatta. Eppure, nonostante la difficoltà di esplorazione ed i non trascurabili rischi, in passato molte persone si sono messe alla ricerca di questo bramato tesoro che potrebbe essere stato nascosto in una cripta o in una camera sepolcrale accessibile soltanto tramite un pozzo, oggi scomparso.
In questa vicenda si sono susseguiti ricercatori, esploratori, ma anche rabdomanti, ingaggiati dai proprietari del maniero, nel tentativo di individuare la camera segreta.
Crolli improvvisi e violente frane hanno infine fatto desistere dalle ricerche, almeno fino a quando Lorusso, che è anche l’attuale custode delle gallerie, si è interessato al suo mistero scovando interessanti collegamenti tra il duca Carlo Maria Matteo Farnese, nipote di Papa Paolo III, i Templari ed il tesoro stesso.
Lo scenario delle ricerche è entusiasmante, gli indizi sono esaltanti. Peccato che il pericolo, decisamente concreto e reale, unito al poco rassicurante nome di Malamorte, pare non sia di buon auspicio.
Il nome stesso probabilmente deriva da violenti scontri e battaglie del passato, forse anche rafforzato dal fatto che, per un certo periodo di tempo, il castello fu luogo di pena e di esecuzione dei condannati a morte.
Sebbene il castello sia in buona parte stato ricostruito agli inizi del XX secolo dal nobile Hector Petrausch con uno stile neogotico, il complesso sorge sui resti dell’edificio medievale andato distrutto nella prima metà del XVII secolo.
Quasi certamente gli impianti sotterranei sono rimasti inalterati e potrebbero ancora nascondere molte sorprese.
Vedi anche “Il ritorno al castello dei Malamorte

La Sesia – Il castello dei Malamorte e i Templari – 28-10-2016

Per lo speciale Halloween del giornale La Sesia, Luigi Bavagnoli ci propone due articoli, usciti in edicola venerdì 28 ottobre 2016.
Dopo averci parlato delle grotte alchemiche di Torino e della Pietra filosofale nel primo articolo, Bavagnoli prosegue con la storia del castello dei Malamorte, il castello di Belveglio studiato dal ricercatore Francesco Léon Lorusso.
Pericolosissime gallerie potrebbero condurre ad una camera segreta dove pare possa essere stata occultata una parte del tesoro dei Templari.

Il tesoro dei Malamorte nei sotterranei del castello di Belveglio (AT)

Online il trailer di una nuova avventura che ha visto impiegati Luigi Bavagnoli, in qualità di esploratore e Stefania Piccoli, in veste di fotografa, nell’indagine presso il castello dei Malamorte di Belveglio, in provincia di Asti.

Incaricati da Francesco Léon Lorusso di studiare gli ambienti sotterranei del castello, grazie all’autorizzazione della proprietaria, i Teses possono mostrarvi gli ambienti ritrovati.
Si tratta per lo più di gallerie scavate nella marna sabbiosa, decisamente pericolanti ed instabili. Interessante da numerosi crolli, hanno fatto desistere tutti i curiosi avventuratisi nelle loro profondità.

La leggenda narra che un importante tesoro, quello del duca Matteo Farnese, sia stato nascosto in una particolare cripta, o camera sepolcrale, accessibile soltanto da un pozzo, oggi scomparso.
Diversi cedimenti del terreno hanno permesso di intercettare alcune gallerie, che vertono comunque in pessimo stato di conservazione.

L’indagine risulta quindi molto pericolosa.

I misteri della Grotta dei Saraceni – Ottiglio (AL)

Dopo 10 anni dalla prima pubblicazione cartacea su questo luogo, a cui sono seguiti decine di articoli su giornali, mensili e siti web, Luigi Bavagnoli torna a parlarci dei misteri della Grotta dei Saraceni di Ottiglio Monferrato, in provincia di Alessandria.
In questa occasione ci conduce sul posto, grazie al permesso del proprietario del terreno nel quale si apre l’accesso. Coadiuvato da Alessandro Fulci e dal giovane Alessandro Bavagnoli, Luigi Bavagnoli, presidente dell’ass. Teses, ci conduce nelle oscure gallerie del colle di S. Germano.
Insieme a lui ripercorriamo la storia nota, quella raccontata dal compianto Aldo di Ricaldone: un possibile tempio romano dedicato al dio Mithrà, sepolto nei livelli inferiori, un tesoro derivante dalle razzie dei predoni “saraceni”, delle epigrafi e della mappa del tesoro che avrebbe prodotto il conte Mola nel XVII secolo, degli scavi di Pietro Maschera prima e di Pierangelo Torielli dopo.
Ad arricchire il folklore locale è la presunta apparizione della maga “Alcina” a protezione delle grotte, nella notte del solstizio di inverno, il 21 dicembre.

Parte 1

Parte 2

Parte 3