Archivi tag: sottosuolo

Ricerche di vuoti e di cavità sotterranee con Jeohunter (Makro Jeo Hunter)

Da diversi anni facciamo affidamento alla tecnologia GPR (ground penetrating radar) per affiancare strumentalmente le nostre ricerche.
Tra i vari strumenti impiegati, riteniamo che il Jeohunter (Makro Jeo Hunter) sia un valido compromesso tra costo e prestazioni, nonché duttile a livello logistico.

Jeo Hunter test

Fornito con una sacca per il trasporto, le sue ridotte dimensioni consentono di utilizzarlo nella maggior parte delle situazioni, non limitandosi necessariamente a contesti a cielo aperto in superficie.
Spesso e volentieri abbiamo avuto l’opportunità di impiegarlo anche nel sottosuolo, senza dimenticare che la mobilità della piastra / antenna, permette di utilizzarlo anche su superfici verticali, quali pareti e muri.
La sua principale caratteristica di rilevare vuoti permette così di ipotizzare cosa possa trovarsi alle spalle di un muro, se una tamponatura nasconde una semplice nicchia o un ambiente vero e proprio.
Sebbene non immediato da configurare, in termini di calibrazione della risposta del terreno che dovrà scandagliare, la risposta risulta sempre piuttosto accurata.

Il suo antagonista, per fascia di prezzo e prestazioni, il Golden King, gode di una resa grafica sicuramente più accattivante e moderna, ma forse l’elaborazione delle risposte alle onde proiettate nel terreno, risente di qualche approssimazione di troppo.
In alcune situazioni, che definirei ideali, è stato possibile seguire l’andamento di una galleria dall’alto, in modo incredibilmente preciso. Essa però non si trovava a grandi profondità, anzi, possiamo confermare che fosse ricoperta da lastre di pietra di spessore variabile tra i 15 ed i 20 centimetri.

 

Annunci

Archeologia del Sottosuolo

Spesso parlo di Archeologia del Sottosuolo, disciplina nata nel corso del I° Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo, tenutosi nel dicembre del 2005 a Bolsena.
Da allora pare che ogni gruppo di ricercatori, di appassionati di trekking, di speleologi, di turisti, di escursionisti, di ghost hunters e di esploratori domenicali, si occupino di ciò.
Dal mio punto di vista ciò sarebbe tutto molto bello, ma purtroppo mi rendo conto che non è così.
Innanzitutto non si tratta di un’attività che si può improvvisare, sono necessari anni di pratica e di studio. Inoltre è frutto della convergenza di numerose discipline, quali la speleologia, l’archeologia, l’architettura, la storia, la geologia, etc…
Vagare nei boschi, tra antichi ruderi abbandonati nella speranza di incappare in una cantina abbandonata non è da considerarsi Archeologia del Sottosuolo.
Nemmeno sfoggiare selfie su Facebook per dimostrare di essere giunto fino a quel punto lo è.

Si tratta di un’insieme di studi e di raccolta dati che devono essere elaborati in modo tale che possano costituire preziosa (in quanto inedita) documentazione a favore degli studiosi, degli archeologi e delle Sorpintendenze.

Occorre come prima cosa aver maturato almeno cinque o sei anni di esperienza speleologica. In questo modo si apprendono non solo le tecniche ed l’uso dei materiali, ma principalmente si conoscono i propri limiti. Sia fisici che psicologici.
Ci si abitua alla fatica, alla permanenza nel sottosuolo, bagnati dall’acqua, resi scivolosi dal fango, indeboliti dal freddo. Si impara a dominare la paura ed a mantenere la lucidità necessaria per poter svolgere il delicato lavoro di raccolta delle informazioni nel modo più preciso possibile.

Solo allora si potranno effettuare misurazioni, rilievi, campionamenti, ma anche scattare fotografie e girare video.
Queste operazioni, così sommariamente descritte, devono essere eseguite con metodo e con la preparazione necessaria nel capire cosa si stia eseguendo.
E’ quindi obbligatorio trascorrere molte ore sui libri, per imparare, per capire, per comprendere.

Questo è l’unico modo per ottenere dati di interesse, per presentarli in modo corretto ed evitare inutili rischi.

L’Archeologia del Sottosuolo non è solo quella faticosa attività che ci vede strisciare sottoterra misurando mattoni. La maggior parte della ricerca segue sentieri più tradizionali, come la ricerca delle fonti in archivio, la raccolta di testimonianze e di memoria popolare. Ma anche indagini tramite strumentazione elettronica all’avanguardia, come riprese aree tramite droni comandati in remoto, l’impiego di termocamere, di georadar, di sonde endoscopiche.

E’ sicuramente un’attività faticosa ma le cavità artificiali vanno studiate in questo modo. Se avete passione e buon senso ce la potete fare!

Documentare il sottosuolo

Da piccolo vivevo di documentari. Sono cresciuto con Quark e Super Quark ed ho beneficiato moltissimo della formazione che queste trasmissioni mi hanno trasmesso.

Tant’è che spesso ricerco ancora vecchie puntate sul web. Divulgatori come Piero ed Alberto Angela, Alessandro Cecchi Paone con la sua Macchina del Tempo, Folco Quillici mi hanno insegnato molto.

Oggi c’è molta più scelta, basti guardare i numerosi format proposti da History Channel, Discovery Channel e da altri 4.320 canali. Salvo rare eccezioni ho la sensazione che si producano servizi sempre più approssimativi, che superano di poco le informazioni che potrebbe darci una Wikipedia.

Esistono documentari su ogni argomento, la cultura è rimasta confinata in una nicchia soffocata per lasciare spazio agli argomenti più disparati ma, evidentemente, ben voluti dal grande pubblico. Chi vuole dimagrire, chi compra solo tappeti, chi collezioni biciclette da panettiere, chi svuota le cantine… diventano tutti validissimi e quotatissimi temi di intere serie TV.

I momenti salienti delle vite di questi eroi moderni vengono documentati in altrettanto validi docu-fiction, che rendono edotto il grande pubblico, bramoso di conoscere i segreti più reconditi di questi loro beniamini. Quel grande pubblico che, sospetto, usa leggere pochi libri.

E che così accende la TV per abitudine, annoiandosi di annoiarsi, facendo zapping compulsivo e cercando stimolare la propria attenzione con una o due sequenze scovate casualmente e poi rapidamente dimenticate in quanto, oggettivamente, idiote anche per loro.

Forse ho interessi troppo limitati io, ma già solo con la storia, la scienza ed il mondo animale potrei riempire agevolmente gli ultimi anni che mi restano da vivere.

Siamo ricercatori, storici, archeologi, esploratori.
Per potervi proporre i nostri studi, per tutelare i manufatti dei nostri antenati, dobbiamo, come prima cosa, farli conoscere.

Resta difficile, se non impossibile, tutelare e salvaguardare ciò che non si conosce. E dopo che pubblichiamo scritti, parliamo in conferenze, andiamo in radio ed in TV, proviamo anche a produrre documentari, sperano di raggiungere un pubblico ancora più vasto e potenzialmente interessato.

Dai vecchi documentari dobbiamo imparare molto, se vogliamo parlarvi del sottosuolo e delle tematiche ad esso correlate. Occorre riscoprire i pregi di un lavoro professionale e cercare di importarli nei nostri progetti, prestando attenzione all’uso dei tempi, al linguaggio chiaro utilizzato, al peso ed al valore delle immagini.

Non siamo documentaristi, ma quando tentiamo di trasmettervi qualche cosa della nostra attività dobbiamo renderla quanto più gradevole possibile.

Deve incuriosire, appassionare, essere chiara per tutti e, se possibile, fornire qualche spunto di riflessione o di accrescimento culturale, altrimenti il rischio di cadere nell’approssimazione, di essere contaminati da una tendenza che vede realizzazioni frenetiche con poca sostanza, è grande.

Questa è, a mio avviso, la base da cui partire per un lavoro che possa dare soddisfazioni. Dopodiché ci si potrà dedicare ai problemi più pratici dovuti alla natura di ambienti sotterranei da riprendere, agli aspetti tecnologici, e così via.

Dobbiamo imparare un mestiere nuovo, il che non ci spaventa affatto, è una nuova sfida che potrà regalare nuove emozioni.

Camerano: il “Buco del Diavolo”

camerano_buco_diavolo-1024x573

Giovedì 10 maggio è andato in onda un nuovo servizio realizzato per Mistero, la trasmissione di Italia 1. (Link al servizio Mediaset)

Siamo tornati nel parco del Conero (AN) per osservare de visu una galleria molto particolare, protagonista di numerose leggende. Prende il nome di “Buco del Diavolo”.

L’obiettivo primario era quello di accompagnare il conduttore Marco Berry all’interno della cavità, prevenendo eventuali pericoli e realizzando delle riprese video da adoperare nel servizio.

C’è chi sostiene che in fondo alla galleria vi sia una stanza con un tesoro, chi crede invece che possa condurre ad una base militare segreta costruita all’interno della collina.

L’unica cosa che possiamo fare è osservare questa cavità ed interpretare i suoi elementi per tentare di comprendere correttamente di che cosa si tratti.

Il Buco del Diavolo di Camerano è indubbiamente un interessante manufatto di particolare interesse speleo-archeologico. E’ un tratto di acquedotto di età romana, o addirittura precedente, che probabilmente portava acqua fino ad Ancona.
E’ stato realizzato scavando una serie di pozzi verticali, fino al raggiungimento della quota stabilita. Dalla loro base si è iniziato lo scavo della galleria in due direzioni. Verso monte e verso valle, presentando attenzione alla pendenza ed alla direzione, fino a raggiungere i tratti scavati partendo dai pozzi adiacenti.

L’unione dei due tratti di galleria è sovente caratterizzato da un dente di giunzione, dovuto allo scarto inevitabile che si creava all’incontro dei due cavi ciechi.

I pozzi scavati per raggiungere le profondità necessarie, poi, venivano occlusi per evitare che gli animali, cadendo al loro interno, potessero contaminare l’acqua e per evitare che qualcuno attingesse acqua privatamente.

Lungo le pareti si possono ancora notare numerose nicchie, che potevano reggere delle lucerne per illuminare il condotto durante la sua realizzazione.

Inoltre i segni lasciati dagli attrezzi lungo le pareti ci permettono di comprendere la direzione di scavo.

L’opera si addentra per qualche centinaio di metri nella collina, fino ad essere interessata da frane e da occlusioni.
Sarebbe utile individuare altri tratti superstiti di questo complesso idraulico per ricostruirne l’andamento nel sottosuolo ed ottenere maggiori informazioni su questo aspetto della storia antica.

Si ringrazia per la collaborazione la speleo Ylenia Vanni.

Il segreto di Camerano – parte 3

teschio-bambino

Sempre riprese dalle telecamere di “Mistero”, la nota trasmissione di Italia 1, le operazioni condotte si sono rivelate fruttuose.
Avevamo intercettato con precisione ed esattezza l’apertura scomparsa, la botola che dava accesso alla cripta scomparsa della chiesa di S. Francesco di Camerano.
Gli operai della ditta ICO hanno quindi allargato il foro secondo le nostre indicazioni, senza danneggiare la struttura originaria ma riaprendo quella che un tempo era una botola a pavimento, come doveva essere circa sessant’anni prima.
Mentre azionavamo dei potenti aspiratori per permettere un ricircolo più rapido dell’aria potevamo osservare sotto ai nostri piedi una stanza di modeste dimensioni, con una scalinata al centro.
Il momento di scendere era arrivato: indossati guanti e mascherine, aprivo la strada a Daniele Bossari e ad Arcadio Cavalli, regista/operatore che ci aveva seguito durante la precedente avventura nel sottosuolo di Cagliari.
Sui primi gradini ritroviamo il perno metallico che un tempo era collocato nel foro centrale della botola in pietra, verosimilmente analoga alle altre quattro ancora esistenti.
L’ambiente riscoperto non è molto grande e notiamo, ai lati della stanza, diversi resti umani affiorare in mezzo a dei detriti, tra cui una bottiglia di vetro verde scuro ed una calzatura.
Ad un primo esame le sepolture potrebbero risalalire al XVIII secolo, un tempo contenute all’interno di casse di legno, poi marcite. I resti umani sono disposti in modo casuale tra rottami che, con ogni probabilità sono stati lasciati dagli operai durante i lavori di ripavimentazione.
Originariamente le sepolture potevano trovarsi ai lati della scala, disposte parallelamente ad essa, forse una di esse era stata disposta frontalmente.
Ciò che ci ha sorpreso maggiormente, e che costituisce un vero e proprio mistero nel mistero, è stato il ritrovamento di una piccola cassa in zinco rivestita in legno, appoggiata a terra, in un angolo della stanza. Le sue dimensioni potevano facilmente ricondurre l’immaginazione ad un solo possibile scenario: la sepoltura di un bambino. Sul lato superiore della cassa è presente una semplice croce latina fissata con dei chiodi molto fini, nessuna scritta, nessuna epigrafe, nessun nome.
Dopo aver riferito la situazione alle autorità competenti, sempre presenti ma rimaste all’esterno della cavità, abbiamo atteso una loro decisione su come procedere. Su loro richiesta abbiamo provato ad asportare la piccola cassa per portarla in superficie.
Totalmente marcio, il feretro si è aperto sotto le nostre mani, lasciando il fondo imprigionato nel terreno e rivelando di essere interessato da una diffusa corrosione. Al suo interno i resti di un bambino, di cui si è conservato solamente il cranio, che presenta ancora alcune tracce di capelli biondi incollati sul tessuto osseo, e poche altre ossa.
Il restante materiale organico risulta essere incoerente, di colore marroncino torbido e mescolato a terriccio. Da notare una discreta percentuale di “condensa acquosa” presente all’interno della bara.

La notevole umidità dell’ambiente, unita ad un terreno probabilmente aggressivo e la totale assenza di isolamento della cassa da terra (il legno appoggia direttamente sul terreno) hanno consentito al legno di marcire, lasciando scoprire la zincatura interna.
Purtroppo, sempre a causa dell’umidità, ed in parte anche della corrosione batterica dovuta al rilascio di liquami cadaverici, caratterizzati da un PH particolarmente acido che ha probabilmente velocizzato il processo di deterioramento, la cassa più interna in zinco si è fortemente danneggiata.
Corrodendosi in più punti, ha permesso al corpo custodito all’interno di entrare in contatto con l’aria e, nel corso del tempo, ha alimentato una colonia di larve di ditteri, di cui si sono rinvenuti i resti essiccati in prossimità del feretro.
Andrebbe analizzato anche il laminato di zinco, per verificarne lo spessore medio e la purezza della lega impiegata, ricordando che già solo quaranta anni fa i processi di lavorazione dello zinco non potevano raggiungere i livelli di purezza odierni, superiori al 99%. Le stesse impurità inglobate nella lega possono aver contribuito ad una corrosione precoce, parallela al processo di scheletrizzazione.
Esami attenti e completi potrebbero inoltre confermare se la corrosione, come ipotizziamo, sia iniziata dall’esterno dell’involucro metallico verso l’interno, dove in ogni caso erano presenti diverse tracce di ruggine bianca (ossido di zinco, più minime tracce di ossido e di carbonato), fornendo numerose altre risposte.
Ciò che ci ha realmente sorpreso è stato l’occultamento di questa cavità, e conseguentemente del piccolo corpo, avvenuta intorno agli anni ’50 del secolo scorso, quando veniva ripavimentata la chiesa. Perché non è stata lasciata la possibilità di ispezionare l’ambiente come per le altre quattro botole?
E’ facile pensare ad un cadavere scomodo, ma un’indagine metodologica ed approfondita potrebbe portare a delle risposte chiare e concrete.

Si ringrazia:

Quadrio TV
Massimo Piergiacomi (Sindaco di Camerano)
Angelo Monaldi (Guida della Città Sotterranea)
Alberto Recanatini (Ispettore onorario della Soprintendenza)
Ditta ICOC (Perforazioni)
Floriano Santini (Elettricista)
Costantino Renato (Assessore LL. PP.)
Jacopo Facchi (Assessore alla cultura)
Proloco “Carlo Maratti”
e tutti coloro che hanno partecipato alle operazioni.

Il segreto di Camerano – parte 2

Come anticipato dal precedente articolo, il Comune di Camerano, basandosi sui ricordi degli anziani, ha deciso di intraprendere la ricerca della cripta scomparsa, nascosta sotto alla chiesa di S. Francesco.

L’associazione Teses e la troupe di Mistero sono state invitate per documentare le fasi della ricerca. Individuata come area più indicata per tentare un saggio quella compresa tra l’altare ed il coro, viene praticato dalla ditta specializzata ICO un foro nel pavimento.

Dopo 35 centimetri di soletta la punta gira nel vuoto. Una cavità!
Introduciamo una camera all’interno dell’ambiente e scopriamo di aver individuato una cavità a pianta quadrangolare, dotata di una piccola scala al centro.

L’apertura viene così allargata per permettere l’ispezione da parte di un essere umano. Facciamo aspirare l’aria al suo interno mentre indossiamo tute, mascherine e guanti.

[Daniele Bossari su Twitter : https://twitter.com/#!/danielebossari/status/165492523714871296/photo/1]

Potevamo immaginare di aver trovato una cripta, un ambiente magari collegato con altre cavità presenti nel sottosuolo di Camerano, di trovare antichi resti umani, incisioni, scritte, epigrafi.

A questo punto, eravamo pronti a scendere… [CONTINUA]

Si ringraziano:
Quadrio TV
Massimo Piergiacomi (Sindaco di Camerano)
Angelo Monaldi (Guida della Città Sotterranea)
Alberto Recanatini (Ispettore onorario della Soprintendenza)
Ditta ICOC (Perforazioni)
Floriano Santini (Elettricista)
Costantino Renato (Assessore LL. PP.)
Jacopo Facchi (Assessore alla cultura)
Proloco “Carlo Maratti”
e tutti coloro che hanno partecipato alle operazioni.