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Ritorno al castello dei Malamorte – Belveglio (AT)

Siamo finalmente riusciti a tornare al castello di Belveglio, in provincia di Asti, meglio conosciuto come castello della Malamorte.

Abbiamo controllato alcune misure dei rilievi effettuati la volta precedente, per poter completare i rilievi, e poi abbiamo tentato l’esplorazione di una galleria nuova.

Nuova nel senso che non era conosciuta al momento del nostro primo sopralluogo, ma che abbiamo avuto la fortuna di notarla nella boscaglia.

Il suo accesso era inibito da smottamenti del terreno, relativamente recenti, infatti è stato possibile localizzarla grazie ad una leggera depressione del terreno, poco leggibile, dalla quale sporgeva una modesta porzione di legno.

Non si  trattava di un albero caduto, ma di un frammento di centina lignea impiegata, come abbiamo potuto verificare nelle altre gallerie del complesso studiate la volta precedente, per irrobustire la struttura dei cunicoli che, essendo scavati in sedimenti marini composti da sabbie fossilifere compatte, sono decisamente instabili.

Infatti, dopo aver aperto un varco per consentire l’ispezione, ci siamo imbattuti in un tratto esplorabile di 25 metri, all’interno del quale l’intera volta è collassata. I macigni di roccia sedimentaria sono precipitati all’interno della galleria stessa, ostruendola e danneggiando la struttura di sostegno in legno.

Al contempo, però, si è creata una stretta intercapedine che consente il passaggio tra la volta, non più esistente, della galleria ed i vuoti lasciati dai blocchi precipitati dal soffitto.

Durante la percorrenza si notano importanti distaccamenti, alcuni dei quali rendono molto pericolosa l’indagine. Al termine, la galleria è interessata da un importante movimento franoso decisamente instabile e che scarica costantemente detriti dall’alto.

 

Indagini presso il manicomio di Mombello di Limbiate (MB)

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Da piccolo immaginavo la mia scuola come un luogo attraversato da lunghissime gallerie capaci di estendersi sotto alla città.
Anni fa ho scoperto che un luogo così esiste davvero e che una semplice scuola può essere davvero teatro di interessanti misteri da indagare. E’ proprio ciò che avviene all’Istituto Tecnico Agrario Luigi Castiglioni di Mombello (MB), che ha sede in Villa Crivelli Pusterla, dove centinaia di studenti attraversano ogni giorno l’ampio parco sotto al quale si snodano diversi chilometri di gallerie sotterranee.

Quello che fu uno dei giardini botanici più importanti d’Europa, decorato da numerose fontane volute dal conte Crivelli, oggi conserva i resti dei padiglioni abbandonati di quello che fu un grande ospedale psichiatrico.
Al centro di questo complesso si trova la villa, edificio nato come dimora fortificata nel XIV secolo, per volere dei Pusterla, e poi via via rimaneggiato ed abbellito fino al massimo splendore settecentesco.
Divenne dimora di Ferdinando IV di Borbone, di Napoleone Bonaparte. Addirittura nella piccola chiesa intitolata a S. Francesco si celebrarono le nozze di Paolina ed Elisa, sorelle del conquistatore di Ajaccio.
E proprio la graziosa cappella gentilizia è uno dei numerosi edifici collegati, tramite vie sotterranee, ai padiglioni abbandonati ed alla villa stessa. Un vero labirinto, in cui è facile smarrire l’orientamento. Le gallerie sono all’apparenza identiche e, sebbene la loro sezione sia piuttosto comoda per il transito, si può essere pervasi dalla sensazione di claustrofobia.
Si tratta di chilometri di gallerie di sottoservizi, alte mediamente 180 centimetri, all’interno delle quali corrono le tubature, fissate tramite mensole alle pareti, un tempo necessarie per potare acqua e riscaldamento nelle varie aree del parco.
La presenza delle gallerie nel sottosuolo è testimoniata, di tanto in tanto, da pozzetti di areazione e di manutenzione che si vedono attraversando il parco e che incuriosiscono i più attenti. Seguendo la conformazione orografica del terreno, le gallerie cambiano di quota tramite scalinate più o meno lunghe. Una di queste conta addirittura un centinaio di gradini.
Nascosta in questo dedalo di cunicoli, c’è una galleria diversa dalle altre, ritenuta essere il “passaggio segreto”, voluto dallo stesso Napoleone, per garantirsi una via di fuga in caso di pericolo.
Scesi nei sotterranei si raggiunge una tratto di galleria che un tempo presentava uno sportello sul fianco. Grazie ad un doppio fondo dava l’impressione di trattarsi di un semplice vano ricavato nello spessore delle mura, mentre, una volta rimosso il fondo, la stretta apertura consentiva di accedere alla galleria così ingegnosamente occultata.
Interamente scavata a mano con andamento rettilineo, presenta dei rinforzi in muratura solo dopo una trentina di metri dall’ingresso, mentre il resto della cavità si sostiene in modo autonomo.
L’avventura procede ancora per una decina di metri, fino a raggiungere una tamponatura che interrompe l’esplorazione e che non ci permette di proseguire oltre. Solo i rilievi effettuati mostrano con precisione il punto esatto della muratura, lasciando ipotizzare il suo sviluppo e la sua direzione.
Nel 1865 il complesso venne acquistato dalla Provincia di Milano per realizzare l’ospedale per malattie mentali. Con l’introduzione della legge Basaglia del ’78 l’ospedale venne gradualmente chiuso e dismesso, regalando ai molti amanti dell’abbandono e del degrado i padiglioni diroccati, con all’interno documenti, lastre dei pazienti, macchinari, lettini ed armadietti, tra vetri rotti e qualche stupida scritta spray. Pericolante e fatiscente con i suoi segreti ancora da scoprire.
L’ospedale ebbe una notevole importanza ed è in questo periodo che sembrano essere accaduti i fatti più misteriosi.
Per esempio, nell’agosto del 1942 muore un paziente di 26 anni. Si chiamava Benito Albino Bernardi ed era il primogenito di Benito Mussolini, il Duce. Rinchiuso nel manicomio di Mombello in seguito ad alcuni disturbi mentali, seguì la medesima sorte toccata alla madre, Ida Irene Dalser.
Si trattava realmente di pazzi o di personaggi scomodi? All’interno della struttura esiste ancora oggi un pozzo, profondo una trentina di metri. Un mito raccontato dagli inservienti più anziani testimonia come alcuni dottori senza scrupoli effettuassero esperimenti sui malati di mente e che utilizzassero questo pozzo per disfarsi dei loro corpi.
Corpi che potrebbero ancora trovarsi in fondo al pozzo, oggi in parte occluso da detriti, sempre che queste dicerie si dimostrino vere.
Per gli amanti delle cavità artificiali, sotto alla villa si trova ancora una stupenda opera idraulica, una grande ghiacciaia, di forma tronco conica rovescia, avente una scalinata che, avvolgendosi sulla parete, scende a spirale fino alla base.
Esistono anche molte altre opere cunicolari di questo complesso, per lo più di natura idraulica, gallerie e cunicoli che ancora oggi alimentano nuove ipotesi, nuove fantasie e nuove leggende.

Indagini presso Villa Pastore (AL)

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Villa Pastore è da decenni un rudere abbandonato come tanti, su di una collina che domina l’abitato di Valenza (AL).
Rovi e rampicanti, insieme a frammenti di tegole cadute, circondano i due edifici che compongono il complesso, abitato almeno fino al 1967.
Eppure è un luogo conosciuto in quasi tutto il nostro paese, per via delle leggende che parlano dei fantasmi dei due bambini, che sarebbero morti tra le sue mura.
La sua notorietà iniziò proprio grazie alla rete, quando venne aperto il sito Creepynet, con il quale collaboravamo nella seconda metà degli anni ’90. Si trattava del primo archivio di luoghi misteriosi e abbandonati d’Italia, diviso per regione e provincia.
Da allora decine di curiosi, esploratori della domenica, ghost hunters di tutta Italia, si sono recati tra le sue mura dagli intonaci cadenti nel tentativo di scoprirne l’essenza.
La leggenda che parla del fantasma della piccola Elisa, morta di febbre miliare alla tenerissima età di due anni, nel 1873, e di quello del tredicenne Giovanni Antonio Pastore, morto a causa di un crollo dieci anni più tardi, è sempre stata accompagnata da un altro racconto misterioso.
La villa stessa, che per alcuni sarebbe maledetta, celerebbe l’accesso a lunghissime gallerie capaci di collegarla ad altri edifici ubicati nel centro di Valenza.
La leggenda dei suoi chilometrici sotterranei interessava anche a noi del Teses e così, dopo aver identificato i proprietari ed ottenuto l’autorizzazione all’indagine, iniziavamo un lungo ciclo di studi.
Alcuni anziani della zona, da me intervistati ormai una ventina di anni fa, mi raccontarono anche dell’esistenza di un altare sotterraneo, dedicato a Giovanni, raggiungibile dalle gallerie presenti sotto alla casa. Cavità che non fui mai in grado di trovare.
L’ambiente sotterraneo più affascinante, seppur breve, resta la famosa galleria “Elisa“, che collega uno degli edifici con il fianco della collina. Al suo interno si trova un pozzo, probabilmente adoperato come ghiacciaia o neviera per la conservazione degli alimenti.
Purtroppo l’ipogeo si snoda per qualche decina di metri soltanto e non scende verso il paese, dove si credeva che potesse raggiungere il Duomo di Valenza. Forse questa credenza è stata alimentata o ispirata dall’edificio noto come Palazzo Pastore, che si trova accanto al Duomo. Omonimia spesso più che sufficiente per far nascere correlazioni agli ingenui in cerca di storie misteriose ad ogni costo.
Trovandosi a modesta profondità, questo ipogeo mostra lungo i piedritti vistose crepe orizzontali che interessano il rivestimento murario dovute probabilmente agli assestamenti sismici avvenuti non molti anni or sono.
Esiste un secondo ambiente, che ha contribuito ad alimentare altre leggende, incuriosendo tutte le persone che hanno visitato la villa. C’è una scalinata, che scende nel sottosuolo, che conduce in un ambiente sempre e costantemente allagato. L’impossibilità di agevole ispezione ha permesso il proliferare di decine di ipotesi, più o meno assurde sulla sua funzione.
La nostra esplorazione, condotta senza il timore di bagnarsi, ha svelato l’arcano, conduce semplicemente ad una piccola cisterna per la raccolta e la conservazione dell’acqua. Uno dei pochi casi in cui un mistero è stato svelato con facilità.
Davanti al primo corpo di fabbrica, inoltre, si trovano due aperture piuttosto pericolose, in quanto prive di protezione. Da questi passaggi si può scendere in vasti stanzoni, utilizzati come cisterne e, forse in una seconda fase, per la fermentazione dell’uva.
A volte basta veramente poco per dare risposte certe ed analitiche.

Indagini presso il castello di Uviglie (AL)

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A pochi chilometri da Vercelli, sui primi rilievi del Monferrato casalese si trova Uviglie, una frazione di Rosignano immersa nel verde delle colline. In quella zona abbiamo già studiato le cave di Pietra da Cantoni, oggi abbandonate, realizzando anche il nostro primo documentario, uscito su DVD alcuni anni fa. Ma c’è di più. Molto di più.
A poca distanza dalle cave si trova il castello, conosciuto principalmente per l’enoteca che lo caratterizza e per l’opportunità di soggiornarvi in ricerca di relax.
La tradizione vincola di questo feudo è molto antica, risale addirittura al 1491 e il castello è un ottimo teatro per cerimonie, matrimoni e catering.
Forse è per questi temi che il contrasto con un aspetto più misterioso risulta addirittura amplificato.


In primis, come ogni castello che si rispetti, ha un fantasma. O almeno una leggenda che ne parla, nonché alcuni testimoni convinti di aver visto in più occasioni, di notte, una figura eterea attraversare l’ampio parco del castello.
Ma, si sa, il nostro interesse principale è legato alle cavità artificiali, ai sotterranei, che solitamente si indagano di giorno, ben prima dello scoccare della mezzanotte.
Molti rimaneggiamenti ottocenteschi, opera dell’architetto Arborio Mella, tentano di occultare le origini basso medievali, di cui sopravvive il mastio e le sagome di alcune finestre oggi tamponate.
Due pozzi attirano la nostra attenzione, non solo perché spesso considerati l’anticamera del passaggio segreto, ma in quanto uno di questi mostra decorazioni molto particolari sul puteale.
Simboli dai significati esoterici ed alchemici molto precisi, che trovano riscontro anche nello stemma della famiglia, perfettamente leggibile in un mosaico pavimentale a colori, presente al centro di una sala.
L’aspetto esoterico che questo maniero emana lo si può anche percepire dalla sua struttura. La sua pianta rispecchia infatti la costellazione dei Gemelli, ribaltata.
I Gemini, Càstore e Pollùce, figli gemelli di Zeus e di Leda, sono conosciuti anche come i Diòscuri e spesso vengono considerati come patroni di alcune espressioni artistiche come la poesia, la danza e la musica, ma anche come protettori dei navigatori. Secondo altri, sarebbero i figli di Tindaro, re di Sparta, nonché due degli Argonauti, i famosi cinquanta eroi alla ricerca del Vello d’oro. Questi sono i primi elementi su cui ragionare. Pare che esistano dei messaggi scritti nella pietra e nei mattoni, lasciati da chi progettò il castello.
L’utilizzo di un georadar ai fini di rilevare la presenza di cavità nel parco ha dato i suoi frutti. Esistono almeno due vuoti di notevoli dimensioni, uno dei quali ancora accessibile tramite uno stretto pozzetto.
L’ambiente è un’opera di tipo idraulico, una cisterna, dotata di canaletti per il carico e lo scarico dell’acqua. Oggi è la tana di un discreto numero di hierophis viridiflavus, serpenti non velenosi ma piuttosto aggressivi. E’ bastato stringere le tute con del nastro adesivo ed indossare degli scarponcini dal collo alto per evitare qualche morso di troppo.
I sotterranei del castello infine, sono molto vasti e si estendono in profondità nel ventre della collina, proseguendo per una lunga scalinata discendente, fino a raggiungere un ambiente allagato da secoli.
I misteri si inabissano in un corridoio dotato di diverse nicchie laterali, con oltre un metro e mezzo di acqua ristagnante, che potrebbe celare la vera origine di questa cavità.
In qualche rara occasione, all’archeologia ed alla speleologia vanno affiancati anche studi provenienti da rami più “occulti” del sapere, in quanto, talvolta, le scienze classiche non bastano per comprendere certi misteri dell’architettura e precise scelte costruttive. Sul nostro sito (www.teses.net) è presente un video di approfondimento.

Indagini presso il castello di Belveglio (detto dei Malamorte) (AT)

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In provincia di Asti si trova il castello di Belveglio, che sorge sul luogo che, in antico, prendeva il nome di Malamorte.
Realizzato tra il XI ed il XII secolo, oggi è noto come il “Castello di Concerti”, grazie all’impegno dell’attuale proprietaria, la musicista Marlaena Kessick che, con l’Ente Concerti Castello di Belveglio organizza preziosi momenti musicali.
E, come ogni castello che si rispetti, pare che nasconda nei suoi sotterranei un tesoro. Ne vengo a conoscenza grazie all’amico e ricercatore Francesco Léon Lorusso, che mi invita ad un sopralluogo, dal quale nasce la collaborazione tra Léon Company e Teses.

Dal punto di vista della ricerca, questo sito offre moltissimi spunti di approfondimento, al punto tale da azzardare l’ipotesi di un collegamento con l’antico e misterioso Ordine Templare.
Il tesoro di cui tanto si parla potrebbe essere parte dell’ambito ed ormai quasi mitologico, patrimonio dell’Ordine, che si troverebbe ancora nascosto in qualche luogo sicuro.
Argomento scottante ma di grande interesse, anche grazie ai recenti film che vedono impegnato l’attore americano Nicholas Cage alla sua ricerca.
E procedendo più o meno in modo analogo, decifrando documenti ed indizi, nonché percorrendo cunicoli sotterranei, ci stiamo avvicinando ad una soluzione.
Parlare di gallerie instabili non è un eufemismo, si tratta proprio di cavità molto pericolose, in buona parte occluse da crolli ed a tratti sul punto di collassare.
Ritengo che sia uno dei luoghi più rischiosi che abbia mai esplorato. Infatti queste gallerie, che si snodano per centinaia di metri all’interno del colle, sono state scavate in un terreno molto friabile.
La stessa carta geologica ci indica una formazione di sedimenti marini marginali, in pratica sabbia compatta. Eppure, nonostante la difficoltà di esplorazione ed i non trascurabili rischi, in passato molte persone si sono messe alla ricerca di questo bramato tesoro che potrebbe essere stato nascosto in una cripta o in una camera sepolcrale accessibile soltanto tramite un pozzo, oggi scomparso.
In questa vicenda si sono susseguiti ricercatori, esploratori, ma anche rabdomanti, ingaggiati dai proprietari del maniero, nel tentativo di individuare la camera segreta.
Crolli improvvisi e violente frane hanno infine fatto desistere dalle ricerche, almeno fino a quando Lorusso, che è anche l’attuale custode delle gallerie, si è interessato al suo mistero scovando interessanti collegamenti tra il duca Carlo Maria Matteo Farnese, nipote di Papa Paolo III, i Templari ed il tesoro stesso.
Lo scenario delle ricerche è entusiasmante, gli indizi sono esaltanti. Peccato che il pericolo, decisamente concreto e reale, unito al poco rassicurante nome di Malamorte, pare non sia di buon auspicio.
Il nome stesso probabilmente deriva da violenti scontri e battaglie del passato, forse anche rafforzato dal fatto che, per un certo periodo di tempo, il castello fu luogo di pena e di esecuzione dei condannati a morte.
Sebbene il castello sia in buona parte stato ricostruito agli inizi del XX secolo dal nobile Hector Petrausch con uno stile neogotico, il complesso sorge sui resti dell’edificio medievale andato distrutto nella prima metà del XVII secolo.
Quasi certamente gli impianti sotterranei sono rimasti inalterati e potrebbero ancora nascondere molte sorprese.
Vedi anche “Il ritorno al castello dei Malamorte

Indagini presso la Fortezza di Verrua Savoia (TO)

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Una delle prime indagini condotte in modo sistematico e puntuale è stata presso i resti della gloriosa fortezza di Verrua Savoia (TO), all’inizio degli anni 2000.
La vasta cartografia disponibile e l’interesse del Comune di Verrua – che qui si ringrazia – a valorizzare e – nel limite del possibile – recuperare il complesso militare, hanno costituito terreno fertile per le nostre ricerche.
Buona parte del complesso era stato studiato dall’associazione milanese Scam nei decenni precedenti, dimostrando quanto le cavità sotterranee ancora conservate potevano fornire preziosi elementi per la comprensione degli elevati, nonché per ricostruire frammenti di storia.

L’importanza di Verrua
E’ difficile essere piemontese e non sapere molto della Fortezza di Verrua Savoia. Quasi tutti, invece, conoscono l’importanza storica del celebre assedio francese di Torino del 1706 e dell’eroica vicenda di Pietro Micca e del suo tragico sacrificio.
Ma le truppe francesi, prima di arrivare a Torino, passarono per Verrua.
E se Torino ebbe modo di adeguarsi e di ottimizzare le sue difese, lo si deve al sacrificio dei soldati che perirono per tenere a bada gli uomini del Vendome per ben sei mesi, quando si credeva che avrebbero ceduto entro poche settimane.
Questo baluardo settecentesco si trova a poco più di mezz’ora da Vercelli, appena oltre il ponte sul Po’ di Crescentino.
Rispetto al suo splendore originale oggi purtroppo resta molto poco, ma di recente ha ottenuto le cure necessarie per continuare ad ospitare eventi e rievocazioni storiche.
Eretta strategicamente sulle prime alture che dominano la confluenza della Dora Baltea nel Po, può vantare una storia militare molto antica e prestigiosa.
In età precomunale esisteva già un castello, lo stesso che venne distrutto dalle ire di Federico Barbarossa. Ruderi che vennero ricostruiti più e più volte, e che attraversano l’età della transizione, modificando il proprio aspetto e tramutandosi in una vera fortezza.
Le strette ed alte mura si abbassano e si allargano, le alte torri quadrate diventano spesse, tonde e basse. Cambiano i metodi di attacco e la difesa si adegua.
Esperti di architettura militare creano cortine, bastioni, rivellini, fossati, sfruttando ogni protezione che il territorio offre naturalmente.
La pur gloriosa vittoria del 1625 contro gli spagnoli è, a mio avviso, offuscata da quanto accadde tra l’ottobre 1704 e l’aprile 1705.
L’esercito francese guidato dal maresciallo Vendome stava tentando di raggiungere Torino, ma sulla sua strada c’era Verrua.
I resti del violento e devastante assedio hanno lasciato numerose tracce dal notevole valore storico ed archeologico, ma anche tracce di vita vissuta, di paure, di sangue, di emozioni, racchiuse nelle pagine dei diari di assedio.
Soldati, impegnati su entrambi i fronti, che hanno dimostrato nel corso dei sei mesi di assedio un valore ed una lealtà ormai dimenticati da tempo. Imprese eroiche, gesta valorose, al confine con l’epico. Onore e fedeltà verso i propri ideali, fino alla capitolazione, alla resa. Unica ovvia e prevedibile conclusione, vista l’inferiorità numerica; disfatta attesa però molti mesi prima e, per questo, magnificata con “l’onore delle armi”.
Cannoni e mortai hanno sparato ininterrottamente di giorno, mentre di notte si riparavo le mura e si forgiavano nuove palle da sparare.
La maestosità e l’imponenza della sua struttura ci è ricordata dalle numerose cartine d’epoca mentre oggi è visibile solamente il corpo di fabbrica e poco più. Strutture avvolte dalla vegetazione e solo recentemente in parte ripulite. Come il caratteristico “ponte del soccorso”, presente sul lato della collina che guarda Crescentino, o come il pozzo centrale, che posizionammo correttamente sul campo all’inizio degli anni 2000 quando era ancora sepolto da terra e da macerie, grazie alle accurate carte del Cantoregio.
Non dimentichiamoci poi di una cava, troppo vicina alla struttura, ma finalmente chiusa, e della paurosa frana del 5 settembre ’57 quando parte della collina crolla sul ponte che attraversa il Po causando sei vittime, tra cui una ragazza di ventuno anni e un bimbo di appena due mesi.
Molti dei suoi segreti sono ancora sepolti nel sottosuolo, opere ipogee in parte sopravvissute a queste devastazioni, che potrebbero rivelarsi utili indizi complementari ai numerosi studi tradizionali.

I sotterranei
Sempre affascinanti sono le opere sotterranee, che in questo contesto troviamo in abbondanza.
L’ambiente più caratteristico è la galleria Celestino, che prende il nome da Celestino Ghezzi, l’esploratore che la scoprì. Si tratta di una galleria di collegamento, percorribile per una quarantina di metri, interamente rivestita in laterizio.
Larga mediamente 90 centimetri e consente il transito di un adulto in piedi, raggiungendo quasi i due metri di altezza, è caratterizzata da diversi pozzetti di areazione e da un paio di pozzetti di ispezione.
Purtroppo è interrotta da una frana, ma altri tratti isolati e non più comunicanti sono ancora visibili lungo il suo asse. Uno di questi spezzoni, probabilmente salvatosi dalle benne degli escavatori della cava che un tempo ha operato sulla collina, da accesso alla camera nota come stanza del foro, così denominata per via di una stretta feritoia che lasciava ipotizzare l’esistenza di una seconda galleria, ad essa parallela.
Tramite una sonda ispezionammo la galleria, fino a scoprire un possibile punto di accesso, creatosi in seguito ad un crollo. La galleria prese il nome di “Galleria Teses“. ( “Italian Cadastre of Artificial Cavities” – Part 1 (R. Basilico – L. Bavagnoli – S. Del Lungo – G. Padovan – K. P. Wilke) – BAR International Series 1599 – 2007 – pagina 121.)

Sul fianco del corpo di fabbrica si trovano numerose aperture che danno accesso ad angusti cunicoli. Si tratta di gallerie di demolizione, realizzate in rottura successiva, al fine di predisporre il complesso di un efficace impianto per la propria distruzione. Ultimo disperato gesto da compiere qualora la fortezza fosse caduta in mano nemica.

Numerosi pozzi e cisterne sono presenti all’interno della rocca, realizzati per garantire un approvvigionamento idrico correttamente dimensionato alle esigenze di un possibile assedio. Di enorme importanza il pozzo grande, che si trova proprio sul limitare della frana che ha troncato in due il complesso centrale, all’altezza del giardino del Governatore.
In seguito a scavi archeologici è stato in parte riportato alla luce.

Nel prato sottostante all’imponente dongione si trovano alcune gallerie di contromina, protagoniste di quella guerra sotterranea di cui poco si parla nei libri di scuola. Veramente anguste, al punto di obbligarci a gattonare ed a strisciare per diverse decine di metri, non sono ancora state esplorate e studiate integralmente a causa di occlusioni. Un ramo raggiunge una camera di modeste dimensioni, in cui si può stare comodamente in piedi, nonostante l’interro. Interro che a sua volta occlude la quasi certa prosecuzione verso gli scomparsi bastioni. Un secondo ramo, invece, termina contro ad una massiccia grata in metallo, ricoperta per metà da spessi concrezionamenti di calcare. E’ ipotizzabile che alle sua spalle si trovi una seconda camera analoga alla precedente.

Nel 2009 abbiamo realizzato un breve clip video capace di mostrare alcuni ambienti della fortezza:

Il tesoro dei Malamorte nei sotterranei del castello di Belveglio (AT)

Online il trailer di una nuova avventura che ha visto impiegati Luigi Bavagnoli, in qualità di esploratore e Stefania Piccoli, in veste di fotografa, nell’indagine presso il castello dei Malamorte di Belveglio, in provincia di Asti.

Incaricati da Francesco Léon Lorusso di studiare gli ambienti sotterranei del castello, grazie all’autorizzazione della proprietaria, i Teses possono mostrarvi gli ambienti ritrovati.
Si tratta per lo più di gallerie scavate nella marna sabbiosa, decisamente pericolanti ed instabili. Interessante da numerosi crolli, hanno fatto desistere tutti i curiosi avventuratisi nelle loro profondità.

La leggenda narra che un importante tesoro, quello del duca Matteo Farnese, sia stato nascosto in una particolare cripta, o camera sepolcrale, accessibile soltanto da un pozzo, oggi scomparso.
Diversi cedimenti del terreno hanno permesso di intercettare alcune gallerie, che vertono comunque in pessimo stato di conservazione.

L’indagine risulta quindi molto pericolosa.