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Articoli pratici, testi, estratti, manuali. Formazione teorica e pratica sul tema dell’Archeologia del Sottosuolo e sullo studio delle cavità artificiali.

Luigi Bavagnoli: Manuale pratico di Archeologia del Sottosuolo: introduzione

0.2 – Introduzione

Lo studio delle opere sotterranee artificiali è assai complesso e vasto; ogni settore coinvolto non solo porta un contributo unico e specifico ma è complementare ad uno studio di archeologia tradizionale.
Le situazioni che si possono incontrare possono essere dissimili per tipologia, epoca, finalità, luoghi, territorio geologico, sviluppo, metodi costruttivi, fasi successive all’impiego.

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La vastità di contesti nei quali si opera comporta la necessità di poter contare su di una formazione approfondita e specializzata, spesso impensabile per un singolo individuo.
Nel corso del I° Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo[3], si è conseguito un importante risultato: partendo dai numerosi punti di contatto e di intersezione tra l’archeologia e la speleologia, si è definito un metodo comune per l’esplorazione e lo studio sistematico delle cavità artificiali. Ecco quindi la nascita di una nuova disciplina, anzi, di una ‘multi disciplina’ in cui convergono anche altre branche della scienza quali la geologia, l’architettura, l’antropologia, la storia e così via.
Ciò che è stato battezzato “archeologia del sottosuolo” è quindi il punto di partenza dal quale è possibile l’evolversi di uno studio integrale, esauriente ed assoluto delle opere sotterrane artificiali.
Gli ipogei di natura antropica, dall’antichità ad oggi, custodiscono inestimabili informazioni capaci di fornirci elementi esclusivi ed utili ad una più corretta e completa comprensione degli elevati e delle società passate.

Proprio gli elevati di una costruzione, di un qualunque tipo di insediamento ed a qualunque periodo storico appartengano, sono destinati a mutare nel tempo. L’azione erosiva degli agenti atmosferici li sgretola, l’utilizzo li deteriora e sovente è necessario l’intervento da parte dell’uomo per il relativo ripristino. A volte vengono invece rimaneggiati, ampliati, sostituiti, ricostruiti. O semplicemente demoliti, perché non più necessari, e talvolta interamente ricostruiti, al fine di assecondare più moderne necessità.
Raramente, però, tutte queste modifiche impattano nel medesimo modo sulle strutture che affondano nel sottosuolo, che spesso mantengono caratteristiche più facilmente leggibili anche a distanza di secoli, nonostante possibili reimpieghi, variazioni di utilizzo e parziali cedimenti[4].
E’ quindi giunto il momento in cui l’archeologo e lo speleologo, che da sempre marciano a passo sostenuto lungo diverse strade della conoscenza, distinte ma parallele, si congiungano e marcino insieme. Per fare questo è necessario un organo capace di coordinare le rispettive attività, avvicinandole sinergicamente e limando gli attriti che da sempre caratterizzano ogni loro rapporto.
Se l’archeologo ha maturato una sensibilità ed una metodologia altamente professionale, lo speleologo è in grado di muoversi e di raccogliere lucidamente dati in ambienti critici ed in situazioni di pericolo. La tolleranza, prima, e la fattiva collaborazione dopo, nascono solo nel momento in cui entrambi convergono con passione e curiosità verso il condiviso obiettivo di riscoprire il passato tramite indizi fino ad oggi ignorati o mantenuti lontani da un comune bacino di condivisione, rendendo quindi i singoli sforzi settoriali molto più sterili di quanto in realtà potrebbero essere cooperando.
La formazione accademica dell’archeologo richiede un tempo ed una dedizione che difficilmente lo speleologo o l’appassionato di un archeoclub possono trovare ma che non necessariamente racchiude le competenze per muoversi in ambienti ormai fatiscenti e pericolosi.
La forza e la resistenza psicofisica che si acquisiscono restando centinaia di ore avvolti dall’oscurità, soffrendo il freddo, l’umidità e la fatica, ma che al contempo rende in grado di leggere ciò che si incontra e di riportarlo in superficie con lucidità, fa parte di una non comune formazione ed attitudine che caratterizza la figura dello speleologo, quando mosso da vera passione.
Tuttavia, dopo anni di esperienza e di pratica in grotta, nel momento in cui si avvicina al mondo delle cavità artificiali, egli viene spesso tacciato di non possedere sensibilità archeologica. Questo in parte era vero fino ad una ventina di anni or sono; oggi chi si occupa seriamente di cavità artificiali, sa comprendere l’ambiente che lo circonda, riconosce le evidenze da repertare e non demolisce o danneggia le US[5] come ancora talvolta si crede.
L’archeologia del sottosuolo può perciò dare risultati importanti ed innovativi solo grazie ai contributi di ogni esperto coinvolto, che dovrà comprendere ed accettare che solo collaborando insieme si possono colmare le reciproche e fisiologiche lacune ed apprendere l’uno dall’altro ciò che né i soli libri né il solo strisciare nel fango potranno mai insegnare.
Occorre quindi calarsi ‘insieme’ nel sottosuolo, osservare attentamente ogni dettaglio e recuperare il maggior numero possibile di informazioni chiare e leggibili, da condividere e da interpretare in superficie.
La figura risultante da questo connubio, arricchita dalle competenze portate da numerose altre discipline (come appunto la geologia, l’architettura, la storia, etc…) è quella di un moderno esploratore capace di superare i limiti delle singole discipline ed in grado di usufruire di un bagaglio di conoscenze adatto ad affrontare situazioni e studi fino ad ora impensabili.
E’ oggettivamente inimmaginabile che un singolo individuo possa eccellere in ognuna delle discipline coinvolte, ma proprio definendo i campi di azione dei singoli esperti e le aree di intersezione in cui la collaborazione sinergica è necessaria, è possibile coordinare una squadra di specialisti creando un prezioso ponte di cui si è sempre sentita la necessità.
Questo ponte è l’Archeologia del Sottosuolo.

Note:

[3] I° Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo, tenutosi a Bolsena dall’8 all’11 dicembre 2005, organizzato dalla Federazione Nazionale Cavità Artificiali di cui l’autore è stato co-fondatore e consigliere per quattro anni.

[4] Si veda il caso del forte di Sandoval – Bavagnoli, L. “Il forte fantasma di Sandoval” – su L’Imprevisto n°5 – giugno 2010.

[5] Acronimo utilizzato per indicare le “Unità Stratigrafiche”, le basi per uno studio archeologico.

 

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Luigi Bavagnoli: Manuale pratico di Archeologia del Sottosuolo: prefazione

Manuale pratico di Archeologia del Sottosuolo

Luigi Bavagnoli

Buio come una tomba, freddo, umido, immerso nel silenzio” – Walt Whitman

 

0.1 – Prefazione

In molti credono che, al giorno d’oggi, non ci sia più spazio per gli esploratori e per le scoperte storiche ed archeologiche e che ogni angolo del globo sia noto e studiato.
I sognatori mossi dall’ardente desiderio di scoperta devono volgere lo sguardo al cielo che, nella sua quasi infinita estensione, nasconde nuovi mondi da scoprire.

La realtà è differente, molti luoghi e molti ambienti si trovano ancora imprigionati nel sottosuolo terrestre, ma dimenticati da tutti.
Non si tratta solo di rovine di insediamenti o di edifici rimasti sepolti in seguito al trascorrere del tempo, ma anche di opere volutamente nate sottoterra: le cavità artificiali.
Ipogei sui quali raramente ci poniamo domande; ambienti ignoti o messi nel dimenticatoio da secoli, menzionati in modo approssimativo solo da alcune leggende, citati in modo approssimativo in qualche pubblicazione. Luoghi totalmente da riscoprire e da indagare.
Resti di architetture sotterranee, città sotto le città, interi mondi celati da studiare correttamente per riportarli alla luce e farli conoscere alla società moderna e, con essi, riscoprire la nostra storia passata.
Sì, perché se da un lato affascina l’idea di grotta con i suoi meandri bui ed oscuri, ancora più attrazione esercitano i luoghi sotterranei realizzati dall’uomo.
Si pensi solo all’immagine che evocano le gallerie sotto ai castelli, ai passaggi segreti celati nelle chiese o nei palazzi antichi, o ancora certe cripte dense di mistero.
Voluti e costruiti in seguito a ben precise esigenze, realizzati seguendo dei progetti che denotano la volontà di creare qualche cosa di necessario e di utile.
A volte lo scopo originario che ha spinto uomini come noi a scavare la roccia e la terra ed a rischiare la propria vita in tali lavori, viene dimenticato. La ricerca di materiale edile, di metalli, della stessa acqua, primaria fonte di vita.
Rimane solo una debole traccia contenente il ricordo di un ambiente, di una cavità, di un sotterraneo che talvolta ospita, nelle più fervide fantasie, mostri, draghi, oracoli, divinità, tesori, trabocchetti. Ed è grazie a queste testimonianze, per quanto distorte dal tempo ma pur sempre affascinanti, che la loro memoria giunge fino a noi, spesso tramandata dalla bocca all’orecchio per generazioni.
Gli ambienti ignoti ed oscuri stimolano la fantasia ma, al contempo, attivano la curiosità di alcuni di noi. Curiosi, esploratori, ricercatori, che rintracciano le poche informazioni sopravvissute, tentando di individuare anche un piccolo appiglio per poter intraprendere un’indagine e tentare di scoprire quanto la realtà si discosti dalla leggenda.
Le testimonianze e le credenze, benché confuse, non faticano a far proliferare ipotesi più o meno attendibili da chi se ne interessa in modo approssimativo: vanno quindi raccolte e confrontate tutte le testimonianze, con spirito critico alla ricerca della verità, che spesso racchiude conoscenze storiche ed archeologiche inestimabili.
E’ necessario dunque testimoniare come il sottosuolo sia uno degli ultimi scrigni di sapere e di conoscenza, spesso rimasto chiuso, quasi integralmente intatto e pronto a svelare i suoi segreti a chi dimostri passione, interesse e coraggio.

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L’archeologia, pur incontrando enormi ostacoli ed intralci in Italia, porta avanti un impegnativo ma prezioso lavoro di studio, di ricerca e di catalogazione sovente però incentrato su luoghi già noti e classificati come di interesse archeologico.
Di tanto in tanto emergono evidenze improvvise e casuali, capaci di riportare alla luce interi siti o singoli reperti in grado di rendere più completa la nostra conoscenza del passato.
La cronica mancanza di fondi, a disposizione delle Sovrintendenze e degli Enti preposti allo studio ed alla tutela di questi ambienti, rende assai difficoltoso gestire anche solo le mere emergenze.
Per questa ragione le scoperte non avanzano se non con ritmi molto blandi, minacciate dall’inesorabile incedere del tempo e dall’incuria dell’uomo. Il degrado e l’abbandono portano alla distruzione degli indizi e alla conseguente cancellazione di muti testimoni dell’operato dei nostri antenati.
Si perdono così secoli di storia, che ci sfuggono dalle mani come granelli di sabbia mentre tutti quanti osserviamo inermi.
Ci limitiamo a brontolare sterili parole di disappunto, dalla valenza e dell’utilità pari alle sgradevoli chiacchiere da bar relative alla partita della domenica.
Molto meglio, per alcuni, lasciare riposare queste tracce nel sottosuolo, in attesa di tempi migliori in cui risorse, sia economiche che in termini di personale qualificato, siano finalmente disponibili per studi attenti, completi e puntuali. E che forse non arriveranno mai, o, come spesso accade, arriveranno troppo tardi, facendosi battere dal tempo che porta con se la spietata ed inevitabile distruzione o alla selvaggia cementificazione.
Non dimentichiamoci che, capillarmente sul territorio nazionale, ma anche in diverse altre realtà all’estero, occorre spesso scontrarsi con interessi che tutto hanno tranne che la nobiltà d’intenti.

Teses

Loschi accordi economici, bieche intese politiche e corruzione maturata a diversi stadi che rasentano l’incredibile sono ulteriori elementi da tenere sempre in considerazione quando si cerca di salvaguardare e tutelare un bene che rende meno di altri o che, almeno in una prima fase, costituisce un debito o investimento incerto.
Anche a causa di questi freni operativi, le cavità artificiali restano abbandonate a se stesse, ignorate semplicemente perché più costose da indagare e da studiare.
La priorità del loro studio perde peso a causa della complessità stessa che l’indagine richiede.
Luoghi, aree ed ambienti ipogei sono raramente considerati dalle ricerche ufficiali, troppo indaffarate a destreggiarsi tra gli imprevisti, a smaltire le emergenze e le sempre più invasive burocrazie che ogni giorno si propongono alla luce di nuove edificazioni e di nuovi cantieri.
Si tende così a dimenticare le cavità artificiali e tutti ambienti sotterranei realizzati dall’uomo, che racchiudono tracce del passato dell’umanità che quasi nessuno vuole più leggere, se non in modo superficiale.
Esse sono il nostro passato che, in modo lento ma inesorabile, si sta estinguendo per sempre.
Ciò avviene perché non vi sono istituzioni in grado di organizzarne uno studio sistematico; perché le indagini nel sottosuolo non si possono improvvisare, servono corsi e preparazioni specifiche; perché non tutti gli studiosi sono mentalmente e fisicamente in grado e disposti a trascorrere ore ed ore a strisciare in ambienti angusti e malsani facendo rilievi, scattando fotografie ed analizzando le strutture. E non tutte le persone allenate a far questo possono contare su di un’adatta formazione che consenta loro di produrre materiale utile ed interessante, una volta raggiunti determinati luoghi.

Solitamente capita che, non esistendo campagne di studio predittive e sistematiche, ogni rinvenimento di interesse sia affidato al caso e che spesso sia involontario o fortuito.
Ne consegue che anche la sua gestione segua questi parametri empirici ed approssimativi.
Eppure i dati che possiamo far riemergere dalle cavità artificiali sono molti e di valenza unica. Le opere sotterranee, infatti, riflettono ciò che è stato costruito in superficie, ma spesso resistono al tempo più a lungo, così come alle nuove edificazioni, permettendoci, tramite indagini cognitive, di ottenere informazioni e dettagli sulle strutture in elevato oggi scomparse o troppo rimaneggiate per essere comprese a fondo e sulla loro vita vissuta.
Complementari ad ogni costruzione, come le radici sono indispensabili ad un albero, le opere ipogee, o i loro resti, rappresentano, al momento, nuove ed insostituibili fonti e, proprio per questa ragione, devono essere studiate,  salvaguardate e tutelate.
I pochi passi che vengono compiuti in questa direzione avvengono prevalentemente per merito di appassionati ed instancabili volontari, che sacrificano le proprie ferie ed i propri fine settimana per compiere queste ricerche, investendo ogni istante libero per migliorare le proprie competenze, impiegando le ore della notte per leggere, studiare e portare avanti le proprie ricerche.
Animati da grande passione, molti gruppi e associazioni che studiano le cavità artificiali riescono ad ottenere buoni risultati, collaborando con le istituzioni che sanno riconoscere l’utilità e la qualità del loro operato.
L’attività svolta dall’associazione speleo-archeologica TE.S.E.S.[1], iniziata il 2 febbraio del 1996, ci ha portato a studiare, ricercare ed esplorare differenti tipologie di sotterranei realizzati dall’uomo: gallerie e cunicoli nascosti sotto a castelli, cripte, acquedotti, pozzi e cisterne, ricoveri antibombardamento, bunker, cave e miniere. Luoghi particolari e misteriosi, ognuno di essi caratterizzato da un proprio fascino e da una storia personale, che ne ha reso lo studio sempre unico ed emozionante.

Abbiamo vagato in boscaglie armati di machete e di dispositivi GPS[2], con pesanti zaini sulle spalle e con cartine alla mano; strisciato in cunicoli secenteschi, discesi su corda per centinaia di metri verso l’ignoto, effettuato ritrovamenti, volato sulle campagne per effettuare fotografie aeree.
Abbiamo trascorso intere giornate in archivi e biblioteche polverose a cercare, leggere, ricostruire, studiare. Altre a cercare una breccia in un muro, un buco nel terreno, anche sotto le piogge torrenziali o circondati dalla neve. Serate e notti intere a formulare ipotesi, smontare teorie alla luce di frammenti di indizi precedentemente ignoti.
Abbiamo utilizzato georadar, termo-camere e sonde endoscopiche. Ricordo anche infinite serate davanti al computer, sovrapponendo mappe antiche a cartine moderne, geo-referenziando i risultati.
Abbiamo divulgato i risultati delle nostre indagini tramite conferenze, convegni, congressi, video documentari, servizi per la televisione, pubblicazioni, partecipazioni radiofoniche, proiezioni e mostre fotografiche.
Una frenetica attività che si è concentrata in numerose regioni d’Italia e che ci ha permesso di conoscere molteplici realtà, di maturare una vasta esperienza e di imparare da molte persone che, a vario titolo, hanno percorso un tratto di cammino insieme a noi.
A tutti loro va la dedica di questo compendio, che se da un lato non ha alcuna pretesa di completezza, dall’altro vuole costituire un modesto ed iniziale approccio tramite il quale chiunque possa avvicinarsi allo splendido mondo delle esplorazioni sotterranee. Le pagine che seguono hanno il misurato obiettivo di fornire una spaziosa panoramica degli aspetti che l’Archeologia del Sottosuolo tratta e non vuole in alcun modo sostituire corsi specifici e testi ben più autorevoli in merito.
Il presente lavoro, si rivolge quindi a chiunque. Alla gente normale, alle persone comuni che provano interesse per questa attività e che, pur privi di esperienze in merito, vogliono scoprire, passo dopo passo, i concetti che questa disciplina tratta.
Le seguenti pagine accompagneranno gli appassionati lettori alla scoperta dei temi primari del nostro lavoro, fornendo tutti gli elementi necessari per decidere se e cosa approfondire in altre sedi più qualificate ed competenti.
Il compito che ci prefiggiamo consiste nel tracciare alcune semplici linee guida, proporre dei percorsi di indagine ed una metodologia pratica che verrà raffinata con l’esperienza che i singoli ricercatori matureranno con il passare degli anni. Cercheremo di trattare temi spesso lasciati decantare nel campo del “teorico”, in quanto ben pochi autori sono disposti ad accollarsi la responsabilità di proporre un metodo pratico e condiviso, in quanto potenzialmente esposto a critiche ed a miglioramenti.
Ogni indagine è una storia a se ed è difficile, se non impossibile, fornire indicazioni pratiche e non generiche per tentare di risolvere le situazioni che via via si presentano. Trasformare l’esperienza in procedure schematiche è un compito cavilloso e sicuramente impreciso.
Ma senza un primo imprinting il percorso di crescita, già arduo ed impegnativo di suo, divine più difficile ancora se lasciato al caso. Al contrario, definire delle regole può non rappresentare la soluzione più adeguata a specifiche casistiche, ma starà a chi si troverà a dover mettere in pratica le nozioni apprese, discernere tra cosa sarà opportuno e ciò che invece si rivelerà inadeguato o addirittura dannoso.

Note:

[1] TE.S.E.S. acronimo di Team Sperimentale Esplorazione Sotterranei, fondato dallo stesso autore con Alessandro Fulci.

[2] Sistema di Posizionamento Globale, possibile grazie alla comunicazione con una rete di satelliti artificiali civili in orbita, in funzione dal 1994.