Tutti gli articoli di fakehuntersteam

Biografia: Dorothy Garrod

Riprendo quanto avevo introdotto nel precedente intervento, in merito all’importante ruolo svolto dalle donne in campo archeologico, e scelgo di farvi conoscere una grande archeologa poco nota ai più.
La possiamo considerare una vera e propria pioniera, anche se prima di lei si possono registrare altre donne dedite alle ricerche archeologiche (tra cui, in ordine di tempo, Sarah Belzoni e Hilda Petrie, moglie del ben più famoso Sir Flinders Petrie, considerato il padre dell’archeologia scientifica).

Dorothy Garrod

Dorothy Annie Elizabeth Garrod nacque ad Oxford il 5 maggio del 1892, unica figlia di Sir Archibald Garrod, medico inglese famoso per le indagini sui disordini congeniti del metabolismo e la scoperta dell’alcaptonuria. Fu la prima donna, nel 1939, ad essere nominata professore all’università di Cambridge e, nel 1968, la prima donna ad essere insignita della medaglia d’oro da parte della Society of Antiquaries di Londra.

Frequentò il Newnham College di Cambridge e si laureò in Antropologia al Pitt Rivers Museum, Università di Oxford, dove incontrò il Dr. Robert Ranulph Maret, archeologo francese specializzato nell’esplorazione di grotte (quasi un collega speleo-archeologo). Attraverso Maret potè conoscere Abbè Henri Breuil e Comte Bègouen e, sotto la loro egida, cominciare ad esplorare le caverne dipinte nei Pirenei.

Nel 1926 condusse una spedizione archeologica in Gibilterra, presso la grotta conosciuta come Devil’s Tower, precedentemente scoperta da Abbè Henri Breuil, ed in quell’occasione scoprì cinque parti del cranio di un bambino neandertaliano ed utensili in pietra appartenenti alla cultura musteriana. Nel 1928, durante il soggiorno presso la British School of Archeology di Gerusalemme, condusse delle indagini su una grotta di calcare a Shukba, in Palestina, scoprendo ossa fossili umani e strumenti di pietra simili a quelli ritrovati a Gibilterra. Lo stesso anno, il Dipartimento di Antichità del governo d’Israele le chiese di verificare e studiare gli strati all’interno della grotta Athlit, presso il Monte Carmelo. Lavorò alla missione insieme a Dorothea Bate ed insieme provarono che la grotta era stata utilizzata nel Paleolitico dagli uomini di Neanderthal, pubblicandone i risultati nel 1937 in The Stone Age of Mount Carmel. Da questi studi era riuscita a realizzare alcune correlazioni tra i resti faunistici e le condizioni climatiche ed ecologiche dei periodi in esame, mentre analisi simili condotte a Mugharet e a Tabune, in Palestina, le permisero un’ulteriore passo in avanti: ossia la teorizzazione dell’esistenza, nel medesimo arco di tempo, tra il più “avanzato” tipo di Uomo di Neanderthal a Tabun, e il tipo più “primitivo” ritrovato in Europa. Sulla base dei suoi studi Dorothy fu premiata dall’Università di Cambridge, nominata Dottore Onorario dall’Università della Pennsylvania e dal Boston College; nel 1939 venne inoltre nominata Disney Professor of Archaeology a Cambridge.

Durante la Seconda Guerra Mondiale entrò a far parte del Photographic Intelligence Service presso la RAF Medmenham, servendo nel Women’s Auxiliary Air Force. Al ritorno dalla guerra continuò ad insegnare fino all’età di sessant’anni (1952), quando decise di rassegnare le dimissioni per avere più tempo da dedicare alla ricerca sul campo e ai viaggi all’estero da dedicare agli scavi. Trascorse molto tempo a Parigi, Gerusalemme, Beirut e Saida e riuscì a stabilire la sequenza cronologica del Basso Paleolitico in Libano. Con J.G.D. Clark, nel 1965, scrisse il capitolo “Primitive Egypt, Western Asia, and Europe” per il Cambridge Ancient History. Sempre nel 1952 era stata eletta socio della British Academy e, nel 1965, Comandante dell’Order of the British Empire.

Morì pochi anni dopo, il 18 dicembre del 1968.

Poco o nulla si è saputo di lei fino al 1991, quando la Biblioteca del Museo di Antichità Nazionali ricevette in eredità gli scritti dell’archeologa francese Suzanne Cassou de Saint-Mathurin, morta quell’anno. Tra quelle carte si trovavano diari, lettere, fotografie e manoscritti di Dorothy Garrod, riscoperti dalla studiosa Pamela Jane Smith tramite un amico della famiglia Garrod.

Bibliografia:
International Women in Science: A Biographical Dictionary to 1950, Catharine M. C. Haines.

Quanto la TV smuove la cultura

Quanto la TV smuove la cultura?

Poco, pochissimo.
O forse parecchio?

Parlare di cultura in televisione non è facile, i tempi di un programma sono serrati, il linguaggio deve essere semplice e diretto.
Se non ci chiamiamo Angela, Sgarbi, Barbero o Daverio (mi perdoneranno gli altri che al momento non mi sovvengono) sarà veramente difficile trasmettere qualche cosa di comprensibile, in modo chiaro ed appassionante.
Perché poi è quello l’obiettivo, ficcare nella testa dei villani qualche informazione di carattere culturale. Sforzo omerico che prevedere l’apertura di un varco nel cervello degli italiani a discapito del calcio e delle chiappe delle veline.

Pur nei limiti dei rispettivi contenitori ho vissuto sulla mia pelle più volte queste sperimentazioni. Anni fa realizzai, per esempio, un documentario per il nostro canale YouTube, sulla Sfinge della Valganna, un labirinto di cunicoli artificiali, scavato per chilometri nelle colline in prossimità di Varese.
Luogo che studiavo dal lontano 2006, dopo averlo conosciuto tramite l’amico speleo-sub Amedeo Gambini.
Su internet il video stentò a decollare, nonostante la partecipazione della bellissima attrice inglese Jane Alexander, che aveva deciso di mettersi alla prova, con caschetto e scarponcini, strisciando nel fango con noi per almeno otto ore filate.

Parlammo poi di questo luogo anche su Rai 3, prima all’interno della rubrica Lombardia Ritrovata e poi nel contenitore Bell’Italia con Umberto Martini. E anche in quei casi nulla, all’apparenza, si smosse.
Fu poi il turno di Mistero, il noto programma di Italia 1, dove ho presentato in prima serata la rubrica Teses chiamata “Mystery Underground”. Ovviamente scrissi numerosi articoli su parecchi testate, settimanali e mensili. In pratica sfruttai tutti i canali possibili per far conoscere questo luogo ed i suoi enigmi al grande pubblico.

Risultato? Due gruppetti di aspiranti emuli ci andarono per fare delle riprese, senza comprendere minimamente cosa avessero davanti, almeno dal punto di vista storico ed archeologico. Stessa cosa che, probabilmente, avrei fatto io a quindici anni.

In seguito ci andarono almeno tre gruppi di GH, “Ghost Hunters”, per captare spiriti e fantasmi – a detta loro – celati in quei meandri.
Ecco, forse la TV non è il mezzo più indicato per parlare di certi argomenti, unitamente al fatto che evidentemente non sono in grado io per primo di riuscirci.

Si ha l’impressione che il pubblico televisivo sia sempre più superficiale, distratto e che non gradisca approfondire nulla. Forse figlio dell’era 2.0, in cui le informazioni, mai verificate, vengono assorbite solo dai titoli e non dai contenuti e condivise senza essere lette.

Poco, male e subito. Questo è il target a cui, purtroppo, ci rivolgiamo.

A Gravellona il ponte sull’antica via romana

Barzo - Provincia Pavese

E’ uscito sulla Provincia Pavese del 23/08/2015, l’intervista di Stafania Zagato in cui si parla di un’antica strada romana presso un’abitazione fortino del XV sec. con annesso ponte risorgimentale a Gravellona Lomellina (PV).

http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2015/08/23/news/a-gravellona-il-ponte-sull-antica-via-romana-1.11978206

Emulare e copiare per poi coprirsi di ridicolo

Sono sempre ben felice quando qualcuno si avvicina al mondo delle esplorazioni. Forse mi fa sentire meno solo nel condividere questa passione così poco diffusa ed alquanto singolare.
Forse instaura in me il sentimento del ‘vecchio nonno‘ capace di dispensare consigli perché ne ha viste tante.
Ecco perché aiuto sempre i giovani che dimostrano interesse e passione, inviando loro manuali, consigliando testi, corsi o piccoli consigli pratici che con il passare delle stagioni ho affinato, pur senza la pretesa che rappresentino le soluzioni migliori.

Eppure non sempre la situazione ricade nell’utopia descritta. Capita fin troppo spesso che certi giovinastri si appassionino – o fingano di farlo – alle esplorazioni che conduco con il Teses solamente perché sperano di poter comparire in televisione. Oppure perché sono convinti di fare una scoperta capace di cambiare le conoscenze storico-archeologiche ad oggi note in meno di due mesi di ricerche part-time mentre la mamma gli stira le mutande.
Altri ancora sono semplici escursionisti, lampadati e palestrati, pronti solo a farsi immortalare sorridenti in un rudere che non sono nemmeno in grado di datare, pronti però a contare i MI PIACE che potrebbero ricevere sui Social Network.

La convinzione di queste persone è tale da non consentire loro di rendersi conto di cadere nel ridicolo. Sicuramente faranno colpo sulla ragazzina dai denti storti o sugli amici del solito bar, proprio quelli che aprono un libro ogni due anni e che condividono citazioni preconfezionate su Facebook. Ma tutto ciò non fa di loro degli esploratori.
Non raccolgono dati – non saprebbero nemmeno come fare – e spesso producono danni muovendosi come orse gravide in contesti di delicatezza archeologica. Vilipesi da se stessi in primis, questi personaggi piombano in un vortice frenetico e sprovvisto di ritorno, incapaci di riappropriarsi della dignità ed dell’onestà che suggerirebbe loro un mesto ed anonimo suicidio.

Appurato che non arriveranno mai a comprendere la scialba figura dell’ebete che tanto si sforzano di rafforzare con ogni mezzo umanamente adoperabile, dobbiamo solo sperare che non si facciano del male.
Ignoranti a 360 gradi, non conoscono nemmeno i rischi ed i pericoli principali che l’attività nel sottosuolo spesso tocca con mano. La loro mente, frutto di ibridazione monocellulare di stereotopi a cavallo tra Indiana Jones e Fast & Furious, non solo si astiene dal suggerire loro la lettura di un libro, ma li convince che il segreto di un successo sia il coraggio.

Ecco che questi testosteronici maschi di giovani babbei non ci pensano due volte ad affrontare un pericolo e vi si gettano di testa, mettendo a repentaglio l’organo che meno gli è necessario alla sopravvivenza.
Spesso mi sono sentito dire “vado io perché non ho mica paura”, espressione che mi ha fatto rabbrividire. La paura è necessaria, nonché fisiologica. E’ grazie a lei che impariamo a riconoscere i limiti delle circostanze. Ovviamente questa non deve mai lasciare il posto al panico, ma sento di non potermi fidare da chi giuri di “non avere paura”.
Ciò accade quando il novello esploratore vede nella lettura di un manuale un’impresa omerica ed insormontabile e che quindi non detiene le conoscenze necessarie per riconoscerlo, il pericolo.

No, amici miei. I veri esploratori li conosco tutti. Hanno tutti in comune vera passione, costanza, dedizione, spirito di sacrificio. Li si riconosce in poco tempo.
Purtroppo però, conosco anche questi ottusi primitivi e continuerò ad imbarazzarmi per loro.

Luigi Bavagnoli risponde alle domande dei fan – settembre 2014

Come di consueto, quando le domande pervenute tramite la mail del sito http://www.teses.net, via facebook, twitter, flickr e youtube, diventano troppe da essere gestite singolarmente, Luigi Bavagnoli, presidente dell’ass. Teses, si prende un’ora di tempo e risponde accorpando i temi comuni.
Così, anche questa volta, nasce per il web l’intervista nata dalle domande di fan e di curiosi.

1) Da qualche tempo non vediamo più nuovi video, avete sospeso la produzione del TMC? (Teses Mystery Channel)

No, anzi! La produzione di video documentari non è la nostra principale attività, sebbene ci piaccia e ci diverta. Riteniamo inoltre che sia un modo molto diretto e valido per coinvolgere certe fasce di persone, che hanno più dimestichezza con il web che con i libri.
Purtroppo il tempo è sempre il medesimo e le indagini, le ricerche, le conferenze e tutto il resto, già ne portano via parecchio.
Facciamo ciò che possiamo, ma vi assicuro che, dopo la lunghissima intervista a Mauro Biglino, ci saranno ancora molti nuovi video, alcuni quasi pronti al rilascio. Abbiamo da poco superato i 500 iscritti al nostro canale YouTube e raggiunto le 150.000 visualizzazioni del canale.

2) Si legge anche su Facebook che siete spesso invitati in tutta Italia a condurre esplorazioni. Riuscite a stare dietro a tutto?

Purtroppo no, non come vorrei. Le indagini, quelle serie, sono molto lunghe e richiedono tempo. Inoltre finché non potremo contare su di un finanziamento serio e concreto per far fronte alle spese di logistica, di materiale, etc…, dovremo continuare ad arrangiarci come possiamo.
E ricordiamoci che tutti noi dobbiamo lavorare per vivere, quindi il tempo da dedicare a questa attività si riduce al fine settimana ed alla notte…

3) Ultimamente siete molto attivi su Vercelli, la vostra città. Cosa è cambiato?

In realtà devo ringraziare il neo sindaco Maura Forte, così come l’assessore Carlo Nulli Rosso, insediati a Vercelli da giugno. Grazie al loro concreto interessamento abbiamo avuto la possibilità di far partire molti progetti che, ironia della sorte, restavano sopiti proprio nella nostra città.
Nel mese di agosto ci siamo incontrati un paio di volte e abbiamo avuto modo di riflettere sulle attività realizzabili nel breve e a lungo termine.

4) Quali lavori in corso?

Da tempo è risaputa l’ubicazione di un ricovero anti bombardamento (di tipo antisoffio) in piazza Cavour a Vercelli, nel cuore della città. Poco chiaro era il suo stato, agibile, interrato di macerie, demolito, e così via. Abbiamo così iniziato una serie di rilevamenti non invasivi con il supporto del Centro Studi Vercellae, un’altra associazione che fa parte de La Rete. La speranza è quella di poterlo aprire e documentare tramite fotografie, rilievi e video e di poterlo rendere fruibile al pubblico interessato magari una volta al mese.
Si potrebbe quindi ricordare un frammento della nostra storia, applicando al suo interno fotografie d’epoca e magari qualche immagine che abbiamo realizzato in altri ricoveri analoghi tra Torino e Milano.

5) Progetti per il futuro?

Non mi dispiacerebbe potermi finalmente dedicare alla divulgazione nelle scuole, per avvicinare i più giovani alla storia ed all’archeologia, passando per la metafora dell’avventura che l’esplorazione comporta.
Di luoghi e di località in programma, invece, abbiamo un calendario veramente molto serrato, che ci terrà impegnati almeno per altri quattro anni!