L’abbazia cistercense di Lucedio e lo spartito del diavolo (Piemonte, VC)

Mille anni fa, le terre intorno a Vercelli erano coperte da boschi e circondate da paludi malsane. Nei bui mesi invernali la nebbia avvolgeva ed ovattava tutto quanto e nessuno, se non costretto, attraversava volontariamente queste terre cupe ed isolate.
Fu Ranieri, Marchese del Monferrato, deciso a bonificare ed a rendere redditizie queste terre, che fece chiamare i monaci cistercensi dal monastero di La Ferté, a Chalon-sur-Saône in Borgogna, affidando loro non solo il compito di curare lo spirito della popolazione, ma anche quello, più materiale, di risanare le terre.
Abile manovra politico-economica, che vide monaci e conversi dissodare i terreni, creare condotti idrici, bonificare e seminare, perpetrando i primi e poco fruttuosi tentativi di controllare le acque della zona intrapresi già tra il I ed il II secolo d.C..
Acido ma ricco di fontanili, il terreno si prestava particolarmente bene alla coltura del riso, spezia orientale della famiglia delle graminacee fino ad allora considerata alla stregua del pepe o come ingrediente cosmetico.
Per la prima volta il riso venne prodotto e trattato come un valido sostituto del grano, avendo proprietà alimentari analoghe ma potendo essere prodotto anche in campi acidi e tendenzialmente paludosi.


L’economia della zona mutò rapidamente e l’agricoltura assunse sempre più importanza ed i risultati li possiamo vedere ancora oggi: l’Italia è il primo paese produttore di riso in Europa, il 60% del quale è coltivato proprio tra Vercelli, Novara e Pavia.
L’economia del complesso portò Lucedio a diventare potentissima, anche in seguito a numerose donazioni e lasciti, nonché ad un’ottima gestione finanziaria.
L’influenza dei cistercensi non fu solo agricola, ma anche religiosa ed architettonica, oltre che sociale.
L’abbazia di Lucedio è infatti una preziosa testimonianza di quegli anni; eretta nel 1123 e rimaneggiata nei secoli successivi, è anche teatro delle più gotiche e note leggende vercellesi.
Il nome stesso “Lucedio”, risulta essere inquietante per chi ne cerca significati legati alle parole “Luce di Dio” e, inevitabilmente, si imbatte nel “portatore di luce” citato già nell’Antico Testamento che tutti conosciamo. Molto più probabile, invece, che il nome derivi dal latino “lucus”, utilizzato per indicare una selva, una foresta o un bosco come avviene per i sostantivi “silva” o “nemus”.
Costruita, secondo il parere dei più, sui resti di un antico tempio pagano ed in corrispondenza di un fiume sotterraneo detto “Lino”, la chiesa con il suo caratteristico campanile a base ottagonale racchiude numerosi misteri.
Il primo di questi è proprio relativo al misterioso fiume, considerato sotterraneo da tutti, tant’è che c’è chi sostiene che questo corso d’acqua presenti un sifone naturale proprio sotto all’altare della chiesa.
Non ci risulta che siano state condotte delle ricerche tramite sistemi non invasivi di prospezione del sottosuolo, eppure questa è una convinzione diffusa tra la gente del posto.
E’ però possibile ipotizzare anche che il fiume Lino sia oggi invisibile non tanto perché sotterraneo, ma semplicemente perché, pur presente un tempo, sia oggi scomparso. Situazione che si sarebbe potuta verificare in seguito ad una modificazione naturale del suo corso a monte di Lucedio o ad una deviazione artificiale, magari prodotta durante l’incanalamento delle acque a fini agrari.
Va anche ricordato che gli abitanti della vicina Ronsecco, vengono chiamati dialettalmente ‘trapulin’ che potrebbe derivare da: ‘tra Po e Lino’, ovvero gli abitanti del territorio compreso tra i due fiumi.
Ma il racconto più inquietante, però, ci riporta ad una misteriosa notte del 1684, in un vicino cimitero nel quale avvenivano segretamente rituali di magia, temuti dalla popolazione.
Esso si trova lungo la strada che conduce verso la cascina Darola, ricavata dai resti di una più antica fortificazione, di cui ne resta silente testimone la torre quadrangolare, già da tempo cimata.
Loschi individui, appartenenti a qualche setta segreta, avrebbero quindi evocato un demone, che però sfuggì al loro controllo. Gli stessi incantatori divennero vittime e la presenza malvagia rimase intrappolata in questa dimensione. Questo essere metafisico odorò la religiosità proveniente dal vicino monastero di Trino e dall’ancora più vicina abbazia di Lucedio e decise di colpire proprio in quei due punti di forte cristianità.
Pare siano stati registrati, nei documenti del convento, molti incubi fatti dalle giovani novizie la medesima notte della poco riuscita evocazione, che coinciderebbe con la data di uno degli otto grandi sabba pagani.
Le ragazze avrebbero sognato il demonio apparire loro ed a persuaderle ad avere rapporti sessuali con lui, una sorta di consacrazione al suo culto.
Lo spirito malvagio si diresse quindi a Lucedio dove non impiegò molto ad irretire monaci ed abati ed a piegarli al suo volere malvagio.
Iniziò quindi un periodo nero, in cui violenza, malvagità e torture furono all’ordine del giorno, così come gli sconcertanti abusi del potere temporale ai danni della povera gente del principato.
Le accuse mosse successivamente furono numerose, satanismo, pedofilia, pratiche orgiastiche, torture, omicidi e quant’altro potesse essere bieco e meschino.
Le leggende nella leggenda racconterebbero che le decisioni sui processi che avvenivano tra le mura dell’abbazia, fossero ispirate dalle scelte divine.
Il mezzo materiale per interpretare il volere del Creatore era un grande crocefisso, posto all’interno della Sala Capitolare.
Osservando i movimenti della testa della statua, riproduzione di Gesù Cristo in croce, veniva decisa o meno la colpevolezza della gente processata ed il tipo di tortura che avrebbero dovuto infliggergli.
La statua, abilmente modificata affinché avesse uno snodo all’altezza del collo e due fili legati al capo e fatti passare, attraverso due piccoli fori, oltre alla parte della stanza stessa, veniva manovrata da un monaco nascosto dietro al muro.
Sempre all’interno della Sala Capitolare vi sono quattro colonne lapidee. Una di queste, però, è conosciuta come “la colonna che piange”, ed infatti è sovente umida ed è ben visibile una macchia di acqua sulla sua superficie.
La spiegazione folkloristica a questo fenomeno è che essa pianga in quanto impotente testimone delle angherie e delle torture avvenute tra quelle mura per decine e decine di anni.
Più razionalmente dobbiamo credere che la pietra che la costituisce sia particolarmente porosa e posizionata su di un affioramento di acqua, e che quindi sia in grado di assorbire l’umidità dal terreno e di rilasciarla al variare della proprietà climatiche dell’ambiente.
Tutte queste angherie dureranno per cento anni esatti, fino a quando, nel 1784, papa Pio VI pose fine agli abusi ed ai soprusi, secolarizzando l’abbazia ed obbligando i monaci a disperdersi. I beni dell’abbazia vennero confiscati ed amministrati dall’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Ma come avvenne, secondo la tradizione popolare, questo importantissimo evento? Si racconta che venne mandato un uomo, un religioso, da Roma. Egli, entrato nell’abbazia, riuscì a combattere contro il demone e, dopo sette giorni di preghiere e di scontri avvenuti sia sul piano spirituale che materiale, riuscì a rinchiudere la presenza maligna all’interno delle cripte della chiesa di S. Maria, che vennero prontamente sigillate.
Alcuni ipotizzano un vero e proprio esorcismo, descritto con la platealità di un’opera omerica.
Si dice che all’interno di questo luogo di sepoltura ipogeo siano stati disposti su dei seggi i corpi mummificati degli abati morti precedentemente al periodo di possessione, seduti in cerchio per vegliare ad aeternum su questa presenza.
La loro presenza avrebbe costituito un sigillo per impedire al demone di liberarsi.
Sigillo che sarebbe stato rafforzato da un secondo incantesimo, di natura musicale. Si racconta che un secondo abate, esorcista e musico, compose un brano apposta per questa vicenda, conferendo un significato esoterico alle note stesse sfruttandone le diverse frequenze. L’esecuzione del brano avrebbe aumentato il potere protettivo del sigillo, mentre l’esecuzione a ritroso delle stesse note lo avrebbero indebolito, fino a spezzarlo.
Scaramanzia e superstizione hanno fatto il resto, dal momento che pare nessuno sia ancora riuscito ad alzare la botola in pietra per vedere cosa ci sia veramente la sotto, nonostante l’interessamento di curiosi, istituzioni ed università.
Per anni questo spartito è stato cercato da molti tra le carte di archivio, finché nell’inverno dell’anno 2000 il sottoscritto, già presidente dell’associazione speleo archeologica Teses, lo identificò in un affresco presente all’interno del vicino Santuario di Madonna delle Vigne, che sorge a pochi chilometri di distanza dall’abbazia.
Lo studio dello spartito venne affidato alla dott.ssa Paola Briccarello, esperta di musica classica ed antica, la quale scoprì alcuni elementi a conferma dell’ipotesi che fosse proprio lui il soggetto della leggenda.
La partitura sarebbe stata dipinta volutamente al contrario, a ritroso. Ovvero i tre accordi di apertura, disarmonici all’ascolto, coincidono con i molto più comuni tre accordi di chiusura adoperati nella musica liturgica di quel periodo.
Non solo, un paziente lavoro di sostituzione numerica, le consentì di abbinare delle lettere alle note ottenendo tre parole di senso compiuto e contestualmente correlate: Dio, Fede, Abbazia.
Fu l’abate a crearlo intenzionalmente al contrario? Fu il pittore che, dipingendolo, invertì con cognizione di causa l’ordine delle note sospettando un sigillo nascosto?
Tutte le leggende legate all’abbazia di Lucedio meriterebbero decine di pagine di approfondimenti, non escludiamo di ritornare sull’argomento in futuro per completare questo quadro introduttivo.
Infine sveliamo un altro piccolo mistero. All’interno del piccolo cimitero che si trova lungo la strada che collega Lucedio alla cascina Darola, si trova una piccola cappella.
Al suo interno desolazione, iscrizioni rotte, pavimenti sfondati, decorazioni rimosse e rubate, altare distrutto. Sopra ad esso una ‘terrificante’ macchia di nero fumo a forma di croce latina inversa, concreto segno che qualcuno appiccò il fuoco ad una grande croce di legno, volutamente appoggiata al contrario sopra l’altare. Un rituale satanico? Un’apparizione luciferina? No, semplice idiozia ed esigua civiltà da parte di operatori video che documentarono quei luoghi per una fiction di una decina di anni or sono.
Va però aggiunto un aspetto più concreto. Queste favole ‘nere’ hanno generato, con il passare degli anni, nuove leggende. Si dice che, quando si parla troppo di Lucedio, qualcuno muoia.
Il primo esempio che viene citato è quello di un operaio, passato a migliori vita durante i restauri avvenuti verso la fine degli anni ’60. I contadini della zona tentarono di far desistere dai lavori l’impresa incaricata, sostenendo che l’abbazia voleva essere lasciata sola, senza seccatori ne curiosi e che, altrimenti, avrebbe richiesto una vittima. Un incidente al cantiere ferì a morte l’uomo.
Anni addietro venne ritrovato, nelle vicinanze dell’abbazia, il corpo di una ragazza, completamente bruciato. Le storpiature del racconto non tardarono a nascere, depistando l’attenzione su macabri rituali satanici. Ma indagando sui giornali locali apprendiamo con discreta facilità maggiori dettagli sull’accaduto.
Il fatto avvenne nel settembre del 1949. La ragazza, forse in cerca di intimità con un coetaneo venne a contatto con della benzina e riportò gravi ustioni. Ella morirà, ma a casa sua, poco dopo essere stata dimessa dall’ospedale.
Un altro racconto analogo ci parla di un bambino annegato in un fosso accanto all’abbazia. Chi lo rapì? Venne sacrificato da qualche setta segreta? Sempre dai giornali scopriamo che era scivolato all’interno del fosso mentre faceva una passeggiata con il nonno, il quale purtroppo non riuscì a salvarlo.
Insomma, nessun elemento metterebbe in stretto legame queste morti con la vicinanza al complesso misterioso.
Così come quando raccontammo proprio questi aneddoti agli americani della Fox Channel in un’intervista utilizzata in una docu-fiction del 2001, assicurai loro che si trattava solo di casualità e li convinsi ad iniziare ugualmente le riprese al Principato. Pochi giorni dopo un uomo, che portava a passeggio il proprio cane, venne trovato morto nei pressi dell’abbazia: infarto.
Un aneddoto quasi identico si verificò l’anno successivo quando, una televisione piuttosto nota in Germania mi contattò per replicare il format americano dell’anno prima. Gli operatori tedeschi rimasero basiti e non posso negare che qualche dubbio sia sorto anche allo scrivente.
Queste e numerose altre coincidenze continuano a far rivivere queste storie che è giusto debbano essere raccontate e tramandate, così come facevano i nostri nonni, magari davanti ad un caminetto, nelle serate invernali.

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