Indagini presso la cripta della chiesa di S. Maria Maggiore di Vercelli (Piemonte, VC)

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Oltre trent’anni fa sentivo raccontare, per la prima volta, la leggenda del fiume di ossa della chiesa di Santa Maria Maggiore di Vercelli. Un frammento del folklore locale, una storia come tante, che i nonni tramandano ai nipoti.
I miei interessi di bambino erano molti e vari, ma la storia trovava sempre spazio nelle mie giornate.
Quindici anni fa questa misteriosa quanto macabra leggenda tornò incredibilmente in primo piano.
Mi stavo interessando all’archeologia vercellese, alle sue particolarità, ai suoi misteri ancora insoluti e l’associazione Teses era ancora un indistinto sogno da concretizzare.
Raccoglievo così testimonianze dagli anziani che intervistavo senza sosta, raccogliendo ricordi, aneddoti, racconti e particolarità legate al passato storico della mia città, annotando tutto.
Il mio interesse principale erano i sotterranei, le fantomatiche vie di fuga, i passaggi segreti, tutte le cavità artificiali protagoniste delle leggende tramandate dalla memoria storica.
Grazie alla nutrita biblioteca di famiglia leggevo il Vola, il Casalis, il Dionisotti, il Sommo, l’Ordano e mi chiedevo quali fonti potessero o meno confermare questa o quella leggenda.
Difficilmente avrei immaginato, all’epoca, che un giorno avrei potuto dedicarmi a queste ricerche e di studiare in prima persona proprio il sottosuolo della mia città e, in particolare, la leggenda del “fiume di ossa” che tanto aveva alimentato la mia fantasia di bambino.
Trent’anni dopo mi ritrovavo al teatro Persio Flacco di Volterra, a raccontare questa leggenda e la sua origine, nel corso del XII° Convegno Nazionale del C.I.C.A.P..
La chiesa di S. Maria Maggiore si trova  metà di via Duomo, a qualche decina di metri di distanza da dove sorgeva l’antica ed omonima basilica, distrutta nel 1777.
Premettendo che le storie tramandate oralmente sono soggette ad inevitabili alterazioni del nucleo originale, non possiamo far altro che documentare quanto raccolto negli anni, unendolo ai numerosi interrogativi che ci siamo posti.
Fortunatamente le diverse versioni che abbiamo ascoltato, per lo più narrate da anziani, non differiscono di molto tra di loro, consentendoci una ricostruzione abbastanza chiara e lineare della storia descritta.
In un periodo non meglio identificato, che possiamo ipotizzare essere la prima metà dell’XIX secolo, l’attenzione di un uomo, forse un sagrestano, venne attirata dal sottosuolo della chiesa. Forse incaricato di verificare la presenza di topi, o di portare nelle cantine del materiale da riporre, quest’uomo si trovò a dover discendere una lunga scalinata che conduceva sotto alla chiesa di S. Maria Maggiore. L’ambiente, illuminato solamente dalla tremolante fiamma del suo lume, appariva molto ampio, dove grandi archi appoggiavano su robuste colonne.
Probabilmente era la prima volta che quell’uomo scendeva là sotto e, complice la solitudine, non fatichiamo a credere che rimase vittima della suggestione. Non dimentichiamoci che la chiesa conserva tutt’ora alcune sepolture, come era usanza prima dell’editto di Saint Claud (Décret Impérial sur les Sépultures, del 12 giugno 1804, esteso all’Italia alcuni anni dopo), il che poteva contribuire a rendere nervoso il pover’uomo.
Combattuto tra timore e curiosità, trovò il coraggio necessario avventurarsi lungo corridoio che lo aveva incuriosito. Al termine della galleria trovò in un ambiente molto grande, muovendosi lentamente, forse anche nella speranza di non far spegnere la sua lumiera restando avvolto dal buio, all’improvviso incespicò su qualche cosa che sporgeva dalla pavimentazione, ricoperta da terra e da polvere.
Con timore ed attenzione abbassò la luce verso il pavimento e vide una botola. Forse era parzialmente sollevata, forse la spostò lui spinto da quel desiderio di sapere che fa l’uomo esploratore.
Scoprì così un ambiente sottostante che provò ad illuminare, cercando di non precipitare all’interno.
I suoi occhi si abituarono gradualmente alla scarsa illuminazione e ciò che vide lo impressionò a tal punto che non volle mai più scendere nei sotterranei della chiesa.
Sotto ai suoi piedi scorreva un fiume di ossa.
Pare che in seguito a questa avventura si fosse confidato con qualche amico e che le sue parole fossero state così convincenti e ricche di sgomento che a nessuno di loro  venne voglia di andare a verificare di persona. Anzi, si dice che, da quel momento, tutti si tennero ben lontani da questo misterioso e, forse improbabile, fiume di ossa.
Le nostre ricerche, autorizzate dalla Curia Arcivescovile di Vercelli e superivsionati dall’arch. Daniele De Luca, che qui ringraziamo, ci hanno permesso di indagare in prima persona questo singolare mistero vercellese.
La presenza di ambienti sotterranei è palesemente testimoniata dai lucernai che si aprono sul fianco della chiesa, aventi come compito principale quello di garantire il ricircolo dell’aria. Da esse si può facilmente intravedere un ambiente sottostante di circa tre metri più basso rispetto al piano di calpestio della strada esterna.
La prima volta che scesi lì sotto mi parve di rivivere la leggenda, ascoltata così tante volte, in prima persona. Gli ambienti descritti corrispondevano quasi perfettamente e cresceva la convinzione che qualche cosa di vero ci fosse realmente.
L’ambiente sotterraneo, che è raggiungibile attraverso una scala in laterizio, è vasto quanto la chiesa sovrastante e conta alcune interessanti sepolture, comprende due cripte gentilizie e almeno due pozzi ordinari per la presa dell’acqua. L’aspetto più interessante, però, sono cinque botole lapidee con anelli in metallo, che consentono di scendere ad un ulteriore livello sotterraneo.
Qui si trovano migliaia di ossa umane, probabilmente si tratta dei resti provenienti dalla precedente edificazione della chiesa. Il mistero va indagato proprio all’interno di queste camere sotterranee, che sono state rilevate in pianta ed in sezione, insieme all’intero complesso ipogeo.

Come in molti altri casi studiati in giro per l’Italia, la presenza di camere sepolcrali non ci ha sorpreso, ma inizialmente ci ha deluso. Non vi erano elementi in grado di fornirci la chiave di lettura della leggenda.
Solamente in seguito a periodici esami dell’ambiente è stato possibile comprendere il reale nucleo del mito.
E’ proprio la quota della pavimentazione di queste camere ad essere la chiave di lettura dell’arcano.
Infatti una di esse è leggermente più profonda delle altre, variazione sufficiente a consentire, in determinati periodi stagionali o in seguito ad abbondanti precipitazioni meteoriche, l’infiltrazione di acqua proveniente da un affioramento di falda.
L’acqua, così penetrata attraverso uno strato permeabile del terreno, consente alle ossa, dilavate da secoli di cicli come questo, e quindi alleggerite, di galleggiare all’interno della stanza sotterranea.
Molto probabilmente è proprio questa l’immagine che vide il protagonista della leggenda, migliaia di ossa umane galleggiare nell’acqua: il fiume di ossa.

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