Indagini presso le grotte di Ottiglio Monferrato (AL)

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Per dei ricercatori, che inseguono leggende di cunicoli, di gallerie sotterranee e di passaggi segreti, trovare la mappa di un tesoro sarebbe come un sogno che si avvera e che spinge a una frenetica attività di analisi e di ricerca. Si frequentano archivi pubblici e privati, si cercano ritagli di giornale, si intervistano decine di anziani e la storia prende forma. Ed è quello che ho fatto anche in questo caso.
In Monferrato, nel territorio comunale di Ottiglio (AL), situato nel Piemonte meridionale, vi è una grotta nota come “Grotta dei Saraceni”.

Situata in un fondovalle nei pressi di Moleto, la grotta doveva già essere conosciuta in età romana, almeno da una guarnigione stanziata in quelle terre per ritemprare le ferite delle campagne d’Oriente grazie all’abbondanza di acque sulfuree e curative.
E proprio i romani avrebbero realizzato al suo interno un tempio dedicato alla divinità irano-persiana Mithrà, il “Sol Invictus”, figlio del sole che viene spesso raffigurato come un giovane che indossa mantello e berretto frigio nell’atto di uccidere un toro, gesto che simboleggia, secondo alcuni, la nascita della vita, secondo altri il significato sarebbe astrologico, ovvero di controllo sulla precessione degli equinozi.
Già la sola riscoperta di questo tempio risulterebbe un evento di considerevole interesse archeologico, in quanto in Italia vi è un solo altro mitreo ancora conservato in cavità naturale, a Duino, mentre molti sono i templi realizzati in cavità artificiali, come il bellissimo mitreo sotto a S. Clemente in Roma.
Ma la storia si complica, e non di poco. Il nome della grotta deriverebbe dalle presunte scorribande dei saraceni del X secolo, narrate anche nelle note “Cronache della Novalesa”. Probabile fossero predoni di religione islamica, ma nord africani o iberici, più che saraceni, il che però non cambierebbe la sostanza che li vuole rifugiarsi in questa vallata, ben difendibile. La grotta divenne quindi il luogo ideale in cui nascondere i bottini rubati.
Utilizzo che durò per altri sei secoli, vedendo l’alternanza di predoni di ogni sorta, per lo stesso motivo dei ‘saraceni’.

Nel 1626 il Governo Mantovano, che aveva giurisdizione anche sul Monferrato, da l’ordine di rendere la grotta inaccessibile e fa esplodere i suoi ingressi.
La leggenda vuole che al suo interno, oltre al tesoro nascosto in anni di razzie e di scorrerie, rimasero imprigionati molti uomini con i loro cavalli.
Sarebbe questo l’evento chiave che avrebbe mosso un nobile della zona ad interessarsi a quella vallata oscura, temuta da tutti. Accompagnato da un servitore si recò nella valle e trovò uno degli accessi alla grotta, parzialmente ostruito.
Percorrendo un dedalo di cunicoli raggiunse il tempio dedicato al sole ed una stanza in cui era stato accatastato un enorme tesoro.
Non potendo trafugarlo, dal momento che l’esercito teneva ancora sotto controllo la zona, decise di tracciare una mappa, per ritrovarlo. E, con essa, produsse dei crittogrammi, indizi codificati in scritte e disegni, contenenti delle indicazioni da utilizzare insieme alla mappa.
Il tesoro sarebbe stato accatastato in quattro nicchie presenti nella grotta, poi chiuse da lastre di pietra. Altrettante incisioni, riportate sulla mappa, avrebbero indicato le ubicazioni esatte.
Al momento, solo la prima nicchia, ormai depredata, è stata ritrovata.
Fu questa la molla che, trecento anni dopo, avrebbe fatto partire un ciclo di ricerche abusive che hanno dell’incredibile.
Un giovane studente di Casale Monferrato avrebbe rinvenuto casualmente la mappa prodotta dal conte, all’interno di una copia dell’epistolario di S. Girolamo, libro appartenuto alla famiglia del nobile.
Curioso che i fogli si trovassero, pare, all’altezza della lettera “ad Laetam”  epistola in cui l’autore parla proprio del culto di Mithra.
Riconosciuto il posto iniziò a scavare, o meglio, a far scavare ai contadini della zona, dopo averli assoldati. Pare che, dopo alcuni tentativi, questi uomini finalmente trovarono uno dei sei ingressi descritti e che raggiunsero il tempio del dio Mithrà. Ma non era quello il loro obiettivo, stavano cercando il tesoro e del luogo di culto poco gli importava.
In seguito alla denuncia del proprietario del terreno sul quale stavano lavorando, il gruppo si sciolse. Alcuni di loro, però, nonostante la diffida, ripreso a scavare dal terreno adiacente, di proprietà di un amico accondiscendente. L’obiettivo era quello di scavare una galleria capace di perforare il fianco della collina per raggiungere la camera ritrovata, punto da cui riprendere le ricerche.
Per un errore di calcolo giunsero alti, sopra al tempio e lo riempirono del materiale estratto.


Da allora iniziò una vera e propria caccia al tesoro, con tanto di colpi sleali da parte di ognuno dei protagonisti: documenti che spariscono, falsi indizi creati per depistare gli antagonisti, la stessa mappa seicentesca pubblicata in più versioni con vistose differenze. Pubblicazioni con pseudonimi realizzate con il solo scopo di convalidarsi a vicenda e dare credibilità ad indizi falsi. E anche di sedute spiritiche ed ipnotiche effettuate nella speranza di essere guidati nello scavo dei cunicoli che avrebbero condotto al tesoro, aggirando l’interro.
Nascono ulteriori storie di presenze malvagie che aleggerebbero in questi sotterranei, scatenando poltergeist. E poi un fantasma, una presenza femminile, che comparirebbe la notte del solstizio d’inverno, all’ingresso della grotta. Vista da alcuni anziani negli anni ’80 ha preso il nome di “maga Alcina” e viene descritta come una giovane bellissima dai lunghi capelli biondi.
Ma le sorprese non sono finite. Si parla di una cascina, oggi demolita, dalle cui cantine si poteva raggiungere prima un lago sotterraneo e poi le grotte stesse.
A complicare ulteriormente la situazione, una cava ha estratto e demolito per anni parte del colle che ospita questi misteriosi ipogei, cancellando per sempre chissà quali elementi.
Oggi il tempio, se mai è esistito, potrebbe giacere sepolto sotto ad uno strato di almeno sei o sette metri di terra, ma, purtroppo, questa avventura non interessa alle istituzioni, che hanno altri problemi ed altre emergenze a cui far fronte, piuttosto che mettersi a caccia di un tesoro.

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