Indagini presso le cave della Colma di Rosignano Monferrato (AL)

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A volte le coincidenze sembrano proprio giocarci degli strani scherzi. Molti anni fa, quando ero ancora un bambino, attraversavo il Monferrato con i miei genitori, appassionati di storia e di fotografia.
Arrestata l’auto per immortalare un paesaggio collinare, si videro alcuni uomini che, sentendosi inquadrati dall’obiettivo, corsero via con delle sacche pesanti.
In seguito ad alcune domande rivolte agli abitanti del paese, si scoprì che si trattava di cacciatori di fossili, in quanto, anticamente, il Monferrato era ricoperto dal mare.
Le stesse colline che lo formano sono costituite da roccia sedimentaria, che spesso ingloba ancora fossili pietrificati perfettamente conservati.
Mi portai appresso questa curiosità per molti anni, fino a quando ebbi modo di tornare in quelle zone per conto mio, con un motorino. Volevo saperne di più, così iniziai a fare domande a tutti gli anziani che incontravo.
Tra le numerose testimonianze che raccolsi, in merito a leggende, curiosità ed aneddoti, una storia in particolare attirò tutta la mia attenzione. Si raccontava dell’esistenza di un’immensa città sotterranea, estesa proprio sotto a dove, quasi dieci anni prima, mi ero fermato con i miei genitori per scattare quelle fotografie.
Una città labirintica, dove era facile perdersi e dove il rischio di crollo era molto alto, ragione per la quale in pochi l’avevano cercata.
Negli anni seguire diedi vita al progetto Teses ed iniziai a studiare qualche cosa in merito alla storia, all’archeologia ed alla geologia. Le indagini mi portarono nuovamente in quella zona, ma con le idee un poco più chiare.
Nel ventre di quelle colline esistevano delle cave. La probabilità che alcune persone ne avessero perso il ricordo e che, imbattendosi in questi grandi vuoti abbiano creduto di trovare una città sotterranea erano alte.
Infatti ottenni indicazioni molto più precise spostandomi di qualche chilometro, alla Colma di Rosignano (AL), dove il ricordo delle cave e dei cavatori era ancora molto vivo.
Grazie all’associazione “Amis d’la Curma” e all’amica Anita Rosso ottenni le autorizzazioni per studiare le cave del paese. Qui si estraeva la Pietra da Cantoni, da molti indicata erroneamente come tufo, che invece è una roccia di origine vulcanica. Tipiche sono le abitazioni, in Monferrato, realizzate con blocchi squadrati di questa roccia gialla, facili da lavorare e molto isolanti.
Gli ambienti sotterranei esplorati sono diversi e non comunicanti tra di loro, ma ognuno di loro vanta in ogni caso un’estensione notevole. Si addentrano all’interno delle colline per centinaia di metri e, in alcuni tratti, il soffitto è alto addirittura dieci metri.
E’ possibile incontrare gradinate e rampe che collegano terrazzamenti diversi, che seguono il filone di roccia utile all’interno della curvatura della collina. Il tipo di coltivazione è detto a ‘camere e pilastri’, questi ultimi ricavati per risparmio e realizzati ad intervalli regolari di circa cinque metri l’uno dall’altro con il compito di sorreggere la parte sovrastante della collina, dividendo l´ambiente in gallerie parallele e perpendicolari tra di loro.
In alcuni tratti sono chiaramente leggibili i segni della coltivazione a gradoni rovesciati, dall’aspetto di scalinate realizzate sul soffitto, dalle quali venivano staccati i blocchi di pietra.
Dai racconti degli anziani del posto abbiamo saputo che all’interno di queste cave venivano utilizzati anche degli asini per trasportare il materiale all’esterno, i quali avevano imparato il percorso a memoria, sapendosi destreggiare in questi labirinti ipogei.
Alcuni pozzi, oggi occlusi, sono ancora visibili dall’interno delle cave e servivano sia per garantire il ricircolo dell’aria, sia per il passaggio del materiale scavato.
Tra gli scorci più suggestivi di questi luoghi dimenticati, ci sono alcuni laghetti dall’acqua limpidissima, sul cui fondo si sono depositati i fanghi di cava.
Chi realizzò queste opere non aveva la percezione che abbiamo noi, oggi. Si trattava del loro
lavoro quotidiano, per noi si tratta di ambienti di grande valenza storica, di suggestione e imponenza. Erano i tempi degli uomini veri, gente umile ma orgogliosa, lavoratori seri, instancabili e consapevoli dei rischi che la permanenza nel sottosuolo comportava. Erano i tempi dell’acetilene, dei picconi, dell´esplosivo, dei muli da trasporto e delle fornaci, una visione romantica ma reale di un passato fatto di sudore.
Esistevano dei veri e propri cavatori di mestiere, abituati a lavorare nell´oscurità e a destreggiarsi con micce e con esplosivi, ma anche di lavoratori stagionali, gente che tentava di integrare il reddito proveniente dall´attività agricola, operando nel sottosuolo nei mesi invernali, quando i campi davano tregua forzata.
I blocchi scalzati dalla matrice rocciosa venivano squadrati all´esterno e prendevano il nome di ‘cantoni’, ‘canton’, in dialetto locale. Misuravano 50 centimetri di lunghezza, 25 di altezza e 15 di spessore. Il loro peso approssimativo era di circa 35 chilogrammi.

 

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