Indagini presso la Fortezza di Verrua Savoia (TO)

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Una delle prime indagini condotte in modo sistematico e puntuale è stata presso i resti della gloriosa fortezza di Verrua Savoia (TO), all’inizio degli anni 2000.
La vasta cartografia disponibile e l’interesse del Comune di Verrua – che qui si ringrazia – a valorizzare e – nel limite del possibile – recuperare il complesso militare, hanno costituito terreno fertile per le nostre ricerche.
Buona parte del complesso era stato studiato dall’associazione milanese Scam nei decenni precedenti, dimostrando quanto le cavità sotterranee ancora conservate potevano fornire preziosi elementi per la comprensione degli elevati, nonché per ricostruire frammenti di storia.

L’importanza di Verrua
E’ difficile essere piemontese e non sapere molto della Fortezza di Verrua Savoia. Quasi tutti, invece, conoscono l’importanza storica del celebre assedio francese di Torino del 1706 e dell’eroica vicenda di Pietro Micca e del suo tragico sacrificio.
Ma le truppe francesi, prima di arrivare a Torino, passarono per Verrua.
E se Torino ebbe modo di adeguarsi e di ottimizzare le sue difese, lo si deve al sacrificio dei soldati che perirono per tenere a bada gli uomini del Vendome per ben sei mesi, quando si credeva che avrebbero ceduto entro poche settimane.
Questo baluardo settecentesco si trova a poco più di mezz’ora da Vercelli, appena oltre il ponte sul Po’ di Crescentino.
Rispetto al suo splendore originale oggi purtroppo resta molto poco, ma di recente ha ottenuto le cure necessarie per continuare ad ospitare eventi e rievocazioni storiche.
Eretta strategicamente sulle prime alture che dominano la confluenza della Dora Baltea nel Po, può vantare una storia militare molto antica e prestigiosa.
In età precomunale esisteva già un castello, lo stesso che venne distrutto dalle ire di Federico Barbarossa. Ruderi che vennero ricostruiti più e più volte, e che attraversano l’età della transizione, modificando il proprio aspetto e tramutandosi in una vera fortezza.
Le strette ed alte mura si abbassano e si allargano, le alte torri quadrate diventano spesse, tonde e basse. Cambiano i metodi di attacco e la difesa si adegua.
Esperti di architettura militare creano cortine, bastioni, rivellini, fossati, sfruttando ogni protezione che il territorio offre naturalmente.
La pur gloriosa vittoria del 1625 contro gli spagnoli è, a mio avviso, offuscata da quanto accadde tra l’ottobre 1704 e l’aprile 1705.
L’esercito francese guidato dal maresciallo Vendome stava tentando di raggiungere Torino, ma sulla sua strada c’era Verrua.
I resti del violento e devastante assedio hanno lasciato numerose tracce dal notevole valore storico ed archeologico, ma anche tracce di vita vissuta, di paure, di sangue, di emozioni, racchiuse nelle pagine dei diari di assedio.
Soldati, impegnati su entrambi i fronti, che hanno dimostrato nel corso dei sei mesi di assedio un valore ed una lealtà ormai dimenticati da tempo. Imprese eroiche, gesta valorose, al confine con l’epico. Onore e fedeltà verso i propri ideali, fino alla capitolazione, alla resa. Unica ovvia e prevedibile conclusione, vista l’inferiorità numerica; disfatta attesa però molti mesi prima e, per questo, magnificata con “l’onore delle armi”.
Cannoni e mortai hanno sparato ininterrottamente di giorno, mentre di notte si riparavo le mura e si forgiavano nuove palle da sparare.
La maestosità e l’imponenza della sua struttura ci è ricordata dalle numerose cartine d’epoca mentre oggi è visibile solamente il corpo di fabbrica e poco più. Strutture avvolte dalla vegetazione e solo recentemente in parte ripulite. Come il caratteristico “ponte del soccorso”, presente sul lato della collina che guarda Crescentino, o come il pozzo centrale, che posizionammo correttamente sul campo all’inizio degli anni 2000 quando era ancora sepolto da terra e da macerie, grazie alle accurate carte del Cantoregio.
Non dimentichiamoci poi di una cava, troppo vicina alla struttura, ma finalmente chiusa, e della paurosa frana del 5 settembre ’57 quando parte della collina crolla sul ponte che attraversa il Po causando sei vittime, tra cui una ragazza di ventuno anni e un bimbo di appena due mesi.
Molti dei suoi segreti sono ancora sepolti nel sottosuolo, opere ipogee in parte sopravvissute a queste devastazioni, che potrebbero rivelarsi utili indizi complementari ai numerosi studi tradizionali.

I sotterranei
Sempre affascinanti sono le opere sotterranee, che in questo contesto troviamo in abbondanza.
L’ambiente più caratteristico è la galleria Celestino, che prende il nome da Celestino Ghezzi, l’esploratore che la scoprì. Si tratta di una galleria di collegamento, percorribile per una quarantina di metri, interamente rivestita in laterizio.
Larga mediamente 90 centimetri e consente il transito di un adulto in piedi, raggiungendo quasi i due metri di altezza, è caratterizzata da diversi pozzetti di areazione e da un paio di pozzetti di ispezione.
Purtroppo è interrotta da una frana, ma altri tratti isolati e non più comunicanti sono ancora visibili lungo il suo asse. Uno di questi spezzoni, probabilmente salvatosi dalle benne degli escavatori della cava che un tempo ha operato sulla collina, da accesso alla camera nota come stanza del foro, così denominata per via di una stretta feritoia che lasciava ipotizzare l’esistenza di una seconda galleria, ad essa parallela.
Tramite una sonda ispezionammo la galleria, fino a scoprire un possibile punto di accesso, creatosi in seguito ad un crollo. La galleria prese il nome di “Galleria Teses“. ( “Italian Cadastre of Artificial Cavities” – Part 1 (R. Basilico – L. Bavagnoli – S. Del Lungo – G. Padovan – K. P. Wilke) – BAR International Series 1599 – 2007 – pagina 121.)

Sul fianco del corpo di fabbrica si trovano numerose aperture che danno accesso ad angusti cunicoli. Si tratta di gallerie di demolizione, realizzate in rottura successiva, al fine di predisporre il complesso di un efficace impianto per la propria distruzione. Ultimo disperato gesto da compiere qualora la fortezza fosse caduta in mano nemica.

Numerosi pozzi e cisterne sono presenti all’interno della rocca, realizzati per garantire un approvvigionamento idrico correttamente dimensionato alle esigenze di un possibile assedio. Di enorme importanza il pozzo grande, che si trova proprio sul limitare della frana che ha troncato in due il complesso centrale, all’altezza del giardino del Governatore.
In seguito a scavi archeologici è stato in parte riportato alla luce.

Nel prato sottostante all’imponente dongione si trovano alcune gallerie di contromina, protagoniste di quella guerra sotterranea di cui poco si parla nei libri di scuola. Veramente anguste, al punto di obbligarci a gattonare ed a strisciare per diverse decine di metri, non sono ancora state esplorate e studiate integralmente a causa di occlusioni. Un ramo raggiunge una camera di modeste dimensioni, in cui si può stare comodamente in piedi, nonostante l’interro. Interro che a sua volta occlude la quasi certa prosecuzione verso gli scomparsi bastioni. Un secondo ramo, invece, termina contro ad una massiccia grata in metallo, ricoperta per metà da spessi concrezionamenti di calcare. E’ ipotizzabile che alle sua spalle si trovi una seconda camera analoga alla precedente.

Nel 2009 abbiamo realizzato un breve clip video capace di mostrare alcuni ambienti della fortezza:

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