Emulare e copiare per poi coprirsi di ridicolo

Sono sempre ben felice quando qualcuno si avvicina al mondo delle esplorazioni. Forse mi fa sentire meno solo nel condividere questa passione così poco diffusa ed alquanto singolare.
Forse instaura in me il sentimento del ‘vecchio nonno‘ capace di dispensare consigli perché ne ha viste tante.
Ecco perché aiuto sempre i giovani che dimostrano interesse e passione, inviando loro manuali, consigliando testi, corsi o piccoli consigli pratici che con il passare delle stagioni ho affinato, pur senza la pretesa che rappresentino le soluzioni migliori.

Eppure non sempre la situazione ricade nell’utopia descritta. Capita fin troppo spesso che certi giovinastri si appassionino – o fingano di farlo – alle esplorazioni che conduco con il Teses solamente perché sperano di poter comparire in televisione. Oppure perché sono convinti di fare una scoperta capace di cambiare le conoscenze storico-archeologiche ad oggi note in meno di due mesi di ricerche part-time mentre la mamma gli stira le mutande.
Altri ancora sono semplici escursionisti, lampadati e palestrati, pronti solo a farsi immortalare sorridenti in un rudere che non sono nemmeno in grado di datare, pronti però a contare i MI PIACE che potrebbero ricevere sui Social Network.

La convinzione di queste persone è tale da non consentire loro di rendersi conto di cadere nel ridicolo. Sicuramente faranno colpo sulla ragazzina dai denti storti o sugli amici del solito bar, proprio quelli che aprono un libro ogni due anni e che condividono citazioni preconfezionate su Facebook. Ma tutto ciò non fa di loro degli esploratori.
Non raccolgono dati – non saprebbero nemmeno come fare – e spesso producono danni muovendosi come orse gravide in contesti di delicatezza archeologica. Vilipesi da se stessi in primis, questi personaggi piombano in un vortice frenetico e sprovvisto di ritorno, incapaci di riappropriarsi della dignità ed dell’onestà che suggerirebbe loro un mesto ed anonimo suicidio.

Appurato che non arriveranno mai a comprendere la scialba figura dell’ebete che tanto si sforzano di rafforzare con ogni mezzo umanamente adoperabile, dobbiamo solo sperare che non si facciano del male.
Ignoranti a 360 gradi, non conoscono nemmeno i rischi ed i pericoli principali che l’attività nel sottosuolo spesso tocca con mano. La loro mente, frutto di ibridazione monocellulare di stereotopi a cavallo tra Indiana Jones e Fast & Furious, non solo si astiene dal suggerire loro la lettura di un libro, ma li convince che il segreto di un successo sia il coraggio.

Ecco che questi testosteronici maschi di giovani babbei non ci pensano due volte ad affrontare un pericolo e vi si gettano di testa, mettendo a repentaglio l’organo che meno gli è necessario alla sopravvivenza.
Spesso mi sono sentito dire “vado io perché non ho mica paura”, espressione che mi ha fatto rabbrividire. La paura è necessaria, nonché fisiologica. E’ grazie a lei che impariamo a riconoscere i limiti delle circostanze. Ovviamente questa non deve mai lasciare il posto al panico, ma sento di non potermi fidare da chi giuri di “non avere paura”.
Ciò accade quando il novello esploratore vede nella lettura di un manuale un’impresa omerica ed insormontabile e che quindi non detiene le conoscenze necessarie per riconoscerlo, il pericolo.

No, amici miei. I veri esploratori li conosco tutti. Hanno tutti in comune vera passione, costanza, dedizione, spirito di sacrificio. Li si riconosce in poco tempo.
Purtroppo però, conosco anche questi ottusi primitivi e continuerò ad imbarazzarmi per loro.

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