Il segreto di Camerano – parte 3

teschio-bambino

Sempre riprese dalle telecamere di “Mistero”, la nota trasmissione di Italia 1, le operazioni condotte si sono rivelate fruttuose.
Avevamo intercettato con precisione ed esattezza l’apertura scomparsa, la botola che dava accesso alla cripta scomparsa della chiesa di S. Francesco di Camerano.
Gli operai della ditta ICO hanno quindi allargato il foro secondo le nostre indicazioni, senza danneggiare la struttura originaria ma riaprendo quella che un tempo era una botola a pavimento, come doveva essere circa sessant’anni prima.
Mentre azionavamo dei potenti aspiratori per permettere un ricircolo più rapido dell’aria potevamo osservare sotto ai nostri piedi una stanza di modeste dimensioni, con una scalinata al centro.
Il momento di scendere era arrivato: indossati guanti e mascherine, aprivo la strada a Daniele Bossari e ad Arcadio Cavalli, regista/operatore che ci aveva seguito durante la precedente avventura nel sottosuolo di Cagliari.
Sui primi gradini ritroviamo il perno metallico che un tempo era collocato nel foro centrale della botola in pietra, verosimilmente analoga alle altre quattro ancora esistenti.
L’ambiente riscoperto non è molto grande e notiamo, ai lati della stanza, diversi resti umani affiorare in mezzo a dei detriti, tra cui una bottiglia di vetro verde scuro ed una calzatura.
Ad un primo esame le sepolture potrebbero risalalire al XVIII secolo, un tempo contenute all’interno di casse di legno, poi marcite. I resti umani sono disposti in modo casuale tra rottami che, con ogni probabilità sono stati lasciati dagli operai durante i lavori di ripavimentazione.
Originariamente le sepolture potevano trovarsi ai lati della scala, disposte parallelamente ad essa, forse una di esse era stata disposta frontalmente.
Ciò che ci ha sorpreso maggiormente, e che costituisce un vero e proprio mistero nel mistero, è stato il ritrovamento di una piccola cassa in zinco rivestita in legno, appoggiata a terra, in un angolo della stanza. Le sue dimensioni potevano facilmente ricondurre l’immaginazione ad un solo possibile scenario: la sepoltura di un bambino. Sul lato superiore della cassa è presente una semplice croce latina fissata con dei chiodi molto fini, nessuna scritta, nessuna epigrafe, nessun nome.
Dopo aver riferito la situazione alle autorità competenti, sempre presenti ma rimaste all’esterno della cavità, abbiamo atteso una loro decisione su come procedere. Su loro richiesta abbiamo provato ad asportare la piccola cassa per portarla in superficie.
Totalmente marcio, il feretro si è aperto sotto le nostre mani, lasciando il fondo imprigionato nel terreno e rivelando di essere interessato da una diffusa corrosione. Al suo interno i resti di un bambino, di cui si è conservato solamente il cranio, che presenta ancora alcune tracce di capelli biondi incollati sul tessuto osseo, e poche altre ossa.
Il restante materiale organico risulta essere incoerente, di colore marroncino torbido e mescolato a terriccio. Da notare una discreta percentuale di “condensa acquosa” presente all’interno della bara.

La notevole umidità dell’ambiente, unita ad un terreno probabilmente aggressivo e la totale assenza di isolamento della cassa da terra (il legno appoggia direttamente sul terreno) hanno consentito al legno di marcire, lasciando scoprire la zincatura interna.
Purtroppo, sempre a causa dell’umidità, ed in parte anche della corrosione batterica dovuta al rilascio di liquami cadaverici, caratterizzati da un PH particolarmente acido che ha probabilmente velocizzato il processo di deterioramento, la cassa più interna in zinco si è fortemente danneggiata.
Corrodendosi in più punti, ha permesso al corpo custodito all’interno di entrare in contatto con l’aria e, nel corso del tempo, ha alimentato una colonia di larve di ditteri, di cui si sono rinvenuti i resti essiccati in prossimità del feretro.
Andrebbe analizzato anche il laminato di zinco, per verificarne lo spessore medio e la purezza della lega impiegata, ricordando che già solo quaranta anni fa i processi di lavorazione dello zinco non potevano raggiungere i livelli di purezza odierni, superiori al 99%. Le stesse impurità inglobate nella lega possono aver contribuito ad una corrosione precoce, parallela al processo di scheletrizzazione.
Esami attenti e completi potrebbero inoltre confermare se la corrosione, come ipotizziamo, sia iniziata dall’esterno dell’involucro metallico verso l’interno, dove in ogni caso erano presenti diverse tracce di ruggine bianca (ossido di zinco, più minime tracce di ossido e di carbonato), fornendo numerose altre risposte.
Ciò che ci ha realmente sorpreso è stato l’occultamento di questa cavità, e conseguentemente del piccolo corpo, avvenuta intorno agli anni ’50 del secolo scorso, quando veniva ripavimentata la chiesa. Perché non è stata lasciata la possibilità di ispezionare l’ambiente come per le altre quattro botole?
E’ facile pensare ad un cadavere scomodo, ma un’indagine metodologica ed approfondita potrebbe portare a delle risposte chiare e concrete.

Si ringrazia:

Quadrio TV
Massimo Piergiacomi (Sindaco di Camerano)
Angelo Monaldi (Guida della Città Sotterranea)
Alberto Recanatini (Ispettore onorario della Soprintendenza)
Ditta ICOC (Perforazioni)
Floriano Santini (Elettricista)
Costantino Renato (Assessore LL. PP.)
Jacopo Facchi (Assessore alla cultura)
Proloco “Carlo Maratti”
e tutti coloro che hanno partecipato alle operazioni.

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