Biografia: Heinrich Schliemann

Schliemann merita senza ombra di dubbio un posto di primo piano tra i grandi archeologi ed esploratori del passato per la scoperta della mitica città di Troia e del favoloso tesoro di Priamo.

E poi è uno dei miei preferiti. Per farci addormentare, genitori e nonni, solitamente, ci raccontavano le favole.

Così fece anche il padre di Schliemann, raccontandogli la storia della leggendaria città di Troia quando lui aveva appena cinque anni. Si convinse che la città esisteva e solo tre anni più tardi (poteva essere come un ragazzino di 2 elementare…) promise al mondo intero che l’avrebbe ritrovata.

Adoro questa determinazione. Dedicò tutta la sua vita, il suo denaro, il suo tempo, all’antica Grecia, ai racconti di Omero.

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Pensate che, addirittura, pregava Zeus e chiamò i figli Agamennone e Andromaca…

La sua vita fu accompagnata, per ogni istante vissuto dalla passione, la costanza e la forza che lo spinsero dove nessun altro uomo era arrivato prima. La sua determinazione e la sua motivazione nel ripartire quando ormai pareva che non ci fosse via di uscita sarebbero già da sole sufficienti per ricordarlo tra queste pagine.

Heinrich Schliemann nasce il 6 gennaio del 1822 a Neubukow, piccola località nei pressi di Mecklenburg. Suo padre era un pastore evangelico ed fu grazie a lui che fin da piccolo Heinrich si appassionò alle antiche civiltà, ascoltando i passi di Omero, letti dal padre, e della leggenda della mitologica città di Troia.

Come avvenne per i primi storiografi greci Erodoto e Tucidide, anche per Heinrich ciò che Omero aveva descritto, veniva reputato verità assoluta, forse per via di un logico entusiasmo giovanile che sempre lo accompagnò. Schliemann si portò dietro questa certezza dalla prima volta che sentì narrare l’epica vicenda della città scomparsa fino al giorno della scoperta.

Ma torniamo indietro nel tempo, quando il giovane Heinrich aveva solo quattordici anni ed era speranzoso di potersi dedicare alla ricerca archeologica, pronto a studiare sodo per comprendere le nozioni che gli sarebbero state indispensabili per concretizzare le ricerche.

Tutto l’entusiasmo che aveva venne smorzato dagli eventi e si vide costretto ad abbandonare gli studi per iniziare a lavorare. I suoi sogni vennero così infranti ancora prima di iniziare ed in poco tempo dimenticò ciò che aveva imparato. Iniziava un periodo per lui durissimo e trovò un’occupazione come garzone.

La leggenda vuole che una sera si soffermò ad ascoltare alcuni versi recitati da un ubriaco, scoprendo in seguito che si trattava di estratti dall’Iliade e dall’Odissea. La fiamma della passione per la storia e le ricerche riprese ad ardere e si dice che avrebbe speso volentieri i suoi pochi averi per comperare da bere all’ubriaco, affinché continuasse a recitargli le opere di Omero.

A nemmeno vent’anni, nel 1841, decide di partire per la Colombia, ma a causa di un naufragio la sua nave si arresta in Olanda, dove, per sbarcare il lunario, farà il fattorino per parecchi anni. In questo periodo imparerà da autodidatta l’inglese, il francese, l’italiano ed il russo.

Nel 1850 ritenterà la fortuna imbarcandosi verso gli Stati Uniti, dove, prestando denaro ai cercatori d’oro, inizierà ad arricchirsi.
La fortuna durerà poco per il nostro giovane avventuriero che subirà un processo per frode e fu costretto a tornare a S. Pietroburgo, dove qualche anno prima aveva lavorato come commerciante.
Nella sua travagliata esistenza troverà anche l’amore, sposando Caterina Petrovna Lvschinla, figlia di un ricco avvocato russo. Durante la guerra di Crimea Schliemann troverà il modo di arricchirsi rifornendo di vettovaglie e di materiale bellico le truppe dello zar. Dando ancora prova di grande motivazione, decise di studiare il greco antico, in modo da poter leggere i testi originali di Omero, evitando di incappare in errori di traduzione o di cattive interpretazioni fatte da altri.

Finalmente la fortuna inizia a sorridergli ed a premiare la sua costanza ed i suoi sacrifici.
Nel 1868 Heinich Schliemann, economicamente agiato, può ritirarsi dagli affari ed il capitale che accumulato gli consentì di dedicarsi alle sue ricerche archeologiche. Due anni dopo viaggerà verso la Cina ed il Giappone, per poi trasferirsi in Italia, in Grecia ed in Turchia.

Conoscerà Frank Clavert e si unirà alla sua spedizione alla ricerca della mitica città di Troia.
Nel 1869 si sposerà nuovamente, con Sofia Kastromenos, ed eseguirà un primo scavo clandestino.
Scoperto, dovette trattare diplomaticamente con il governo turco.

Solo nel 1871 ottiene l’autorizzazione a compiere ricerche in terra turca e organizzò, finanziandola completamente di tasca sua, la spedizione in Anatolia, sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli, dove si reputava sorgesse Troia. La collina di Hissarlik rappresentava il luogo ideale per erigere una roccaforte, in posizione dominante la
piana circostante. Continuando a basarsi sui testi omerici, il 4 agosto del 1872 iniziò a trovare vasellame, oggetti domestici ed armi.
I suoi scavi lo portarono anche a rinvenire mura e fondamenta di ben otto città diverse, costruite una sui resti dell’altra.

L’approfondito studio stratigrafico consentì di datare i cerchi concentrici delle cinte murarie rivenute. Lo strato più antico risaliva ad un villaggio neolitico di circa 3.000 anni prima di Cristo, altri strati presentavano spesse e robuste mura, grandi porte di ingresso, case in mattoni e tracce di incendi, indizi che lo fecero pensare alla
reggia di Priamo, distrutta dagli Achei.
Ma fu il sesto strato che conservava i resti di Troia, certezza che però ebbero solo gli studiosi moderni, in seguito alla morte del grande esploratore.
Gli strati successivi risalivano a villaggi cristiani collocati dalla caduta di Troia alla caduta dell’Impero Romano di Occidente.

Criticato da molti per via dei metodi adottati, Schliemann è una figura sempre molto discussa. La sua ricerca diretta dello strato più antico lo portò a demolire gli strati intermedi, costruzioni e mura, che avrebbero consentito di ottenere maggiori informazioni sulla storia più recente.

Ma scientificamente, come sostiene anche lo storico Edward Meyer, il suo metodo fu estremamente proficuo per la scienza, ben difficilmente uno scavo sistematico avrebbe portato alla luce gli strati più antichi nascosti nella collina e con essi i resti della civiltà di Troia.
La sua vita avventurosa non fu certo sterile di emozioni, il 15 giugno del 1873 era l’ultimo giorno di scavo, prima della sospensione dei lavori.
Schliemann stava studiando la base delle mura ciclopiche del VI strato e notò qualche cosa che lo incuriosì.
Fece allontanare gli operai e con l’aiuto della moglie penetrò in un ambiente segreto. In esso vi era custodito un enorme tesoro, il tesoro di Priamo, che il re fece nascondere prima della distruzione della città e costituito da quasi 9.000 gioielli e preziosi.

Per comprendere meglio questo bizzarro personaggio e la sua follia, basti ricordare che quando ebbe la certezza delle sue scoperte telegrafò le seguenti parole al Re di Grecia: “Maestà, ho ritrovato i vostri avi“.

Tra gli importantissimi reperti trovati citiamo la maschera d’oro di Agamennone, risalente al XVI secolo e trovata nel 1876 in una tomba a pozzo a Micene. Studi recenti hanno anticipato di quattro secoli la datazione dei reperti, annullando la teoria di Schliemann che il volto rappresentato sulla maschera fosse quello di Agamennone.

Il credere allo storico greco Pausania, vissuto nei luoghi studiati nel 170 diede le indicazioni necessarie a Schliemann per scoprire che le tombe dei re erano ubicate all’interno della cinta muraria.
Nel 1879 trovò l’agorà di Micene, la piazza circolare in cui avvenivano incontri ed assemblee, il tutto coincidente con l’Elettra di Euripide.
Il favoloso tesoro di Priamo ebbe una vita travagliata almeno quanto quella del suo scopritore: trafugato segretamente da Schliemann in Grecia, gesto che costò all’archeologo l’accusa di esportazione illegale da parte del governo Turco, ancora oggi non ha trovato pace.

In seguito all’accusa, l’esploratore tedesco pagò una somma ancora maggiore della grande multa al fine di diventarne il proprietario, per donare il tesoro alla Germania, dove rimase fino alla seconda guerra mondiale.
Il prezioso tesoro, durante il conflitto mondiale, era in pericolo e Hitler diede ordine di farlo nascondere nelle miniere di sale di Helmstad, per evitare che cadesse in mano dei sovietici in caso di invasione o di sconfitta.

L’ordine non fu eseguito ed il tesoro venne trafugato a Mosca. I russi non ammisero mai che il tesoro era stato rubato da loro e nacquero infinite polemiche in merito. Polemiche durate fino al 1993 quando Boris Eltsin, invitato ad Atene, dichiarò pubblicamente che il tesoro si trovava al museo Puskin. L’anno successivo una commissione di esperti internazionali confermò quanto dichiarato.

Oggi il tesoro è conteso dalla Turchia, dove è stato rinvenuto, dalla Grecia, legittima erede grazie ai testi omerici, la Germania, a cui è stato donato e dalla Russia, dove è conservato oggi.
Mentre si trovava a Napoli in attesa di nuovi permessi di scavo venne colto dalla morte nel 1890.

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